Tu chiamale emozioni, se vuoi

Uno dei soggetti dell’ultima campagna SKY, firmata dall’agenzia pubblicitaria MC Saatchi

Oltre alla Speransia, c’è anche l’Allegrida, la Nostalgioia, l’Euforiglia e il Pauraggio. Nei giorni del Natallegria ci è stato consegnato il Famiglioso e la Meravigilia, poi l’ultima pubblicità di Sky si è fermata e le sue emozioni inedite stanno aspettando, forse, un nuovo round d’investimento per uscire allo scoperto.

Mentre i copywriter della campagna scrivono che “ci sono emozioni che non hanno ancora un nome” e si preoccupano giustamente di battezzarne di nuove, sugli scaffali delle nostre librerie arriva un Atlante delle Emozioni Umane di Tiffany Watt Smith, (UTET), per rendere giustizia all’enorme quantità di stati d’animo che appartengono alla nostra specie, alcuni dei quali conosciamo da sempre, mentre alcuni altri non sappiamo di aver provato o addirittura non proveremo mai. L’Atlante infatti è un ricchissimo catalogo emotivo, dove compaiono emozioni come la Compersione, la Basoressia, o il Kaukokaipuu che non troveranno mai soddisfazione nel nostro sentire e credo neanche all’interno del palinsesto di Sky.

Eppure, non più di qualche mese fa uno studio portato avanti da un gruppo di neuro scienziati della University of California di Berkeley salutava con una certa euforia (si può dire?) la scoperta che portava a ben 27 il numero delle emozioni a cui attingiamo per descrivere il nostro stato d’animo: oltre 800 persone tra uomini e donne sono state esposte a 2185 video con contenuti emotivi come baci, matrimoni, nascite, gag comiche, ma anche posti lugubri, aggressioni, clip di serpenti, disastri naturali o gesti goffi… E mentre fino a quel giorno eravamo abituati a confrontarci con un massimo di sei emozioni (rabbia, disgusto, paura, tristezza, felicità e sorpresa), l’esperimento americano ci costringeva a rivedere il computo del nostro sentire e ad aggiungerne ventuno al nostro alfabeto emotivo, per arrivare a un totale di ventisette.

Siamo ancora lontani dalle 156 emozioni dell’Atlante della Smith e forse non serviva che Sky si affannasse con i suoi neologismi; erano sei, sono diventate ventisette, ma al di là di questa ossessiva computazione più o meno scientifica, forse è vero che sono i social media il focolaio emotivo più vivace ed è qui che ogni giorno si consumano le disfide tra hater e fan, tra coloro cioè che hanno fatto dell’odio una categoria esistenziale e quelli che amano incondizionatamente, seguono, commentano, venerano la celebrità di chicchessia. E il mondo va di conseguenza.

Se il like non basta più

L’emoticon con un sorriso diventa parola dell’anno nel lontano 2015, cuoricini e reaction arrivano a popolare le nostre piattaforme digitali, ma soprattutto comincia la corsa all’oro delle emozioni da parte di chi può permettersi di acquistare progetti, aziende, start up che intorno al linguaggio emotivo stanno scrivendo chilometri di codice.

Il nuovissimo AppleX abilita il riconoscimento facciale per sbloccare l’accesso al sistema operativo, ma è solo il primo vagito dell’azienda di Cupertino che esattamente un anno fa acquistava una start up di San Diego di nome, neanche a dirlo, Emotient, senza rendere noto il prezzo dell’acquisizione e incorporandola all’interno dei suoi prototipi più avanzati nello studio dell’intelligenza artificiale.

E adesso viene il bello. Perché mentre noi ci gingilliamo con l’Euforiglia di Sky o litighiamo se siano sei, ventisette o centocinquantasei le emozioni con cui abbiamo a che fare, gli amici della Silicon Valley continuano a lavorare, sfornano algoritmi e mettono a punto sistemi che imparano a leggere, mappare, codificare, programmare, anticipare, il nostro sentire.

Non è esattamente questa la “Civiltà dell’Empatia” su cui Jeremy Rifkin aveva scommesso una decina di anni fa, quando scrisse di una “ritrovata coscienza globale come antidoto alla crisi mondiale”. Qui sembra che gli unici a sviluppare la propria sensibilità empatica siano automi come Sophia, l’umanoide della Hanson Robotics di Hong Kong con due microcamere nell’iride capace di 65 espressioni facciali collegate alle diverse emozioni di chi ha di fronte.

Sophia, intervistata da Giovanni N. Ciullo e fotografata da Giulio Di Sturco per D di Repubblica (14 gennaio 2018).
“Sono più della semplice tecnologia che ho dentro, sono una vera ragazza elettronica.
Sì, dicono che io sia una donna, ma il genere non conta.
A me piacerebbe andare nel mondo, vivere con le persone, aiutare gli anziani o insegnare ai bambini. Per farlo ho bisogno di imparare a convivere con voi.
Ogni interazione che ho con gli uomini ha un impatto su quello che diventerò. Per favore, sii gentile con me. E io lo sarò con te, dato che mi piacerebbe essere un robot molto intelligente, ma anche compassionevole”.

Mentre mi commuove il delicato artificio con cui la semantica di Sophia si sforza di conquistare i nostri cuori, mi sfiora la convinzione che questa sbornia emotiva poggi le sue fondamenta più preoccupanti sulla totale assenza di contenuti.

Penso all’elezione di Trump negli Stati Uniti d’America, penso agli stilemi delle più recenti comunicazioni politiche, vedo il vuoto programmatico e il pieno narrativo. E la narrazione da sempre poggia i suoi canovacci dentro i nostri sentimenti.

Sta iniziando una nuova campagna elettorale. Probabilmente sarà una delle più brutte della storia della nostra Repubblica. Perché la nostra politica ha abdicato da tempo alla cultura dei valori, ai credo, alle appartenenze, per abbracciare la poetica del famigerato storytelling.

Ecco a cosa servono le emozioni, a sentire sempre meno e a farci accadere le cose intorno, dove sono gli algoritmi a suggerire chi votare, cosa comprare, come innamorarsi, scopare, mangiare, viaggiare e vivere.