Attraverso i Bitcoin e quel che Alice vi trovò

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Disclaimer: ho giocato ed ho investito in crypto, mi è andata bene, ed ho una minima percentuale ancora di investimenti di quel tipo. Ma resterà una percentuale infima. E con questo articolo non voglio dare consigli su investimenti. Nel mentre, per quanto critico nei confronti delle blockchain, continuo a seguire con piacere dibattiti pro e contro su Reddit e Telegram delle varie comunità.


I bitcoin sono sulla bocca di tutti, su internet e sui social, ed anche nella lingua di Dante non mancano, assieme al pessimo giornalismo tecnico dove lo scopo è far più click che informazione, articoloni entusiasti a riguardo. Sinceramente, non c’è da sorprendersi: con i guadagni promessi ed ottenuti nel passato, qualsiasi cosa attirerebbe interessati, truffatori, dilettanti allo sbaraglio, con un contorno di FOMO (Fear of Missing Out — quell’ansia che ci prende quando stiamo per perdere un’occasione) adatto a creare una nuova schiera di miliardari o di poveri.

Spiegato dai giornalisti

Pure io son stato “vittima” sia del FOMO che dell’hype già nel 2013, poco prima della bolla di MtGox, pur non avendoci messo soldi, e nonostante il grande crollo che fece pensare a molti che l’era dei bitcoin fosse già finita, iniziai ad informarmi entusiasta per la nuova tecnologia e le sue potenzialità. Solo che più si scava e meno ci si lascia trascinare dall’entusiasmo e dalle pesanti ideologie di gran parte della comunità, il mondo delle blockchain e delle cryptomonete sembra un gigante dai piedi d’argilla, pronto a crollare da un minuto all’altro.

Procediamo per gradi.


Cosa sono bitcoin, le cryptomonete e la blockchain?

Questa parte potete saltarla se lo sapete già. Per chi non lo sa, proverò a spiegarlo nel modo più semplice possibile.

L’idea delle cryptomonete ruota attorno all’idea di blockchain, che è come dice il nome una “catena di blocchi”, ma per farla più breve potremo chiamarlo come “un file excel usato come elenco di transazioni che non puoi modificare”. Questo grosso file excel, dove vengono inserite appunto le transazioni una alla volta, sono sicuri perché ogni transazione contiene in sé un hash, ovvero un codice creato in modo complicato che identifica in maniera univoca la catena di transazioni precedenti, per dimostrarne la validità. La novità della blockchain rispetto a questo sistema (già noto negli anni ’70 con il nome di Merkle Tree) è stata quella di esser “distribuita”, ovvero di essere un sistema decentralizzato, dove più server chiamati “nodi” contengono la stessa blockchain, e questi vengono sincronizzati fra loro in modo tale da evitare manomissioni, ovvero che qualcuno modifichi questa specie di file excel per cambiare queste transazioni. Così facendo, se un attaccante prova a modificare il nodo X mettendosi più soldi, i nodi A, B, C, ecc. diranno che questa cosa non è successa, rendendo la transazione rifiutata. Ogni transazione, per varie ragioni storiche e di sicurezza, si paga con una “tassa”. Nei bitcoin, un paio di giorni fa, una transazione bassa richiedeva la tassa sull’ordine dei 5€. In media, per come è strutturato, Bitcoin regge 7 transazioni per secondo. I sistemi delle carte di credito Visa invece ne fanno 2000.

Il bitcoin è la “moneta” che viene usata e creata dal nulla grazie a questo meccanismo. Questa viene generata più precisamente dai “miner”, i quali poi la utilizzano immettendola nel mercato (cioé vendendola in cambio di soldi veri). Il mining, praticamente, è la zecca di questa moneta ed essendo anch’esso distribuito è una “zecca partecipativa”. La generazione di bitcoin avviene tramite l’esecuzione di calcoli matematici riguardati l’hashing dell’ultimo blocco della blockchain. Il primo tra i miner che fa il calcolo giusto alla difficoltà giusta (che si sistema automaticamente a seconda di quanta gente sta partecipando alla corsa in modo da avere un numero di bitcoin ogni 20 minuti), ottiene così i bitcoin e le tasse delle transazioni eseguite.

I bitcoin si trovano e si utilizzano con i cosidetti “wallet”, ovvero dei portafogli composti di un indirizzo pubblico e di una chiave privata. Gli indirizzi pubblici sono consultabili ed usati come destinazione delle transazioni, mentre le chiavi private sono quella parte del portafoglio che viene utilizzata per eseguire i pagamenti verso qualcun’altro. E quando vengono rubate, i vostri BTC passano in mano altrui. In maniera irreversibile, come tutte le transazioni.

Inoltre c’è da notare che moltissimi BTC sono irrecuperabili per questa stessa architettura: password perse, computer e cellulare rotti, BTC rubati ed inutilizzabili. Insomma, come avere delle mini-banche piene di soldi inaccessibili a chiunque.

Le altre cryptomonete invece sono delle cover più o meno riuscite di bitcoin. Sicuramente è la prima volta nella storia che una persona crea un asset dal nulla, ne detiene la stragrande maggioranza, e magari è pure morto prima di goderselo. La sua lezione è stata utile, perché non è un caso se molte monete sono nate subito dopo come copia, in una corsa nel riuscire a costruire una alternativa migliore, o semplicemente per tentare la fortuna: se la tua moneta personale per qualche ragione diventa famosa, sarai probabilmente colui che ha minato di più e con più facilità, dandoti qualche chance di diventare ricco.

No, ormai questo metodo non funziona più.

E quali sono i problemi?

Cominciamo con la natura, perché tutti vogliamo bene alla natura, spero.

Il sistema con cui viene eseguito il mining, ovvero il calcolo dell’hash dell’ultimo blocco, si chiama Proof of Work, ed è un sistema che da solo consuma più elettricità di una nazione, causando un “piccolo problema” di risorse e di inquinamento. Ora, non so quanta elettricità consumi il sistema bancario, con le giuste comparazioni dei capitali coinvolti, ma sicuramente un pagamento con la mia carta di credito non consuma tanta energia quanto una casa per un mese.

Tipo.

Ma se proprio la natura vi sta sulle scatole, uno dei problemi per la sicurezza intrinseca del sistema Bitcoin, è che non si sa chi abbia la più grossa fetta dei server di mining utilizzati, ma si sa che questi sono dislocati per la stragrande maggioranza in Cina.

Chi sostiene il sistema Bitcoin, solitamente porta avanti la teoria del 51% Attack, ovvero che un attaccante per poter mettere mano alle transazioni e falsificarle dovrebbe possedere almeno il 50%+1 dei minatori e dei nodi, ma visto che i sistemi sono bei che distribuiti, basta che una o più brave persone si pongano contro eventuali tendenze centralizzanti (creando altrettanti miner) per rendere il tentativo di centralizzazione inutile.

Cosa potrebbe mai andar storto?

La distribuzione geografica dei pool di mining, ad esempio.

Si aggiunga che non si conoscono i nomi dei proprietari dei server di mining e dei pool (un insieme di server per facilitare e distribuire il mining). Nulla vieta che siano tutti in mano al governo cinese. O che lo saranno un domani.

Insomma, potrebbe già esser realtà il fatto che un attaccante possa modificare i nostri simpatici file excel a piacimento e prendersi bitcoin in giro. Una evenienza simile è tutto sommato poco probabile, anche se le truffe nel mondo delle criptomonete non mancano, in quanto renderebbe evidente la situazione e renderebbe il valore di bitcoin pari a zero. Tuttavia, dal punto di vista politico, sia interno che esterno al mondo bitcoin, se è vero che gli sviluppatori son quasi tutti occidentali, il mining è in mano ai cinesi, quindi in caso di riforme nel sistema di funzionamento dei bitcoin (esempi per addetti ai lavori sono i fork), restano i cinesi l’ago della bilancia.

Su qualche criptomoneta si era proposto, per evitare problemi simili, di usare il Proof of Stake, ovvero invece di risolvere calcoli per ottenere moneta, basterebbe possedere un nodo (chiamato “master”) con l’intera blockchain e con dei fondi nella stessa moneta “bloccati” nel nodo, per poi ottenere in maniera equa delle nuove monete create dal nulla. L’idea è affascinante e sicuramente meno ecologicamente pericolosa della precedente, peccato che nelle sue applicazioni pratiche la quantità di moneta necessaria per avere un master node è elevata (243 mila euro per un master node per Dash, in cambio di 1200 euro mensili, con cambio odierno), rendendo de facto il sistema una rendita, adatto a chi ha minato per primo, per chi ha creato la moneta o ha grossi capitali da investire.

Molto equo, signora mia.

Vabbè ma so’ soldi.

Quasi.

Non sono un economista (se volete un parere di uno del campo guardate qui), quindi evito di addentrarmi in un ambito dove potrei dire falsità, ma i problemi di bitcoin relativi al loro valore ci sono.

  • Sono estremamente volatili. Sembra una cavolata, ma le tremende percentuali di guadagno che fanno urlare taluni alla bolla ed altri ad un giusto riconoscimento del potenziale di bitcoin, dovrebbero spaventare una persona dotata di raziocinio. Ma ovviamente attraggono, perché il raziocinio è un sottoprodotto evolutivo, quindi fino a quando non si raggiunge un limite o succede un disastro, il valore di BTC continuerà a salire. La volatilità psicologicamente poi frena dall’utilizzo per questioni “quotidiane”, perché chiunque acquisti bitcoin, prevedendo un aumento del valore, non li userà per non perdere possibili guadagni futuri.
  • Sono (quasi) inutilizzabili. Abbiamo già parlato di 7 transazioni al secondo, a differenza del numero esorbitante gestito con gli strumenti classici. Nonostante ci siano delle crypto che si propongono come più veloci, bisogna ammettere che la lentezza è dovuta esclusivamente alla tecnologia sottostante. Non puoi velocizzare troppo le transazioni in bitcoin ed i suoi derivati senza rischiare di perderne per strada, in quanto la decentralizzazione richiede di trovare una mediana tra transazioni eseguibili, lontananza dei nodi e lentezza degli stessi. In più, la lentezza delle transazioni e le congestioni che si formano, possono arrivare a far impiegare molte ore per pagamenti, richiedendo fee più alte per esser gestite prima. Come piattaforma per micropagamenti è quindi inutilizzabile. Le varie soluzioni proposte dalla comunità portano solo a bagni di sangue (esclusivamente retorici) e sono tutte ipotesi astratte che non si sa bene come implementare.
  • Sono meno sicuri di quanto pubblicizzato, ed impossibili da riprendere in caso di furto, perdita o truffa. Se anche su questo punto la risposta può essere relativa al fatto che ogni cosa può sparire nel nulla a causa di un furto, con Bitcoin le precauzioni devono esser spesso complesse, suscettibili al minimo errore umano e non hanno garanzie. Se con una banca che crolla o un furto informatico ci son comunque delle garanzie date dalla legge (non sono un esperto, facendo chiacchere da bar direi che sono poche), in caso di furto del proprio wallet o truffa sono proprio nulle. Se vogliamo pensare al futuro, l’avvento di computer quantistici renderebbe il trovare le chiavi private di ogni portafoglio bitcoin un problema triviale. Il problema è ora che ci sono attacchi su attacchi e disattenzioni minime che portano a disastri, per cui le storie di gente che perde migliaia di euro in pochi secondi sono all’ordine del giorno. Per non parlare degli exchange, dislocati in varie parti del mondo, senza supervisioni e senza garanzie, che ogni tanto falliscono, chiudono per assenza di liquidi o quando vengono derubati prendono denaro dai loro utenti. Il Bitcoin, se lo si vuole considerare come una valuta, sta più dalla parte del truffatore e del ladro che non dell’utilizzatore.

Ma è una tecnologia che cambierà il mondo

Riguardo gli usi della blockchain come tecnologia, si discute moltissimo e non è questo posto dove parlarne, ma a causa dei problemi che ha (limitatezza di transazioni, pesantezza, lentezza, attacchi 51%, ecc.) forse ci saranno pochi casi reali in cui potrà esser utilizzata con successo. Quando si cerca su internet, le soluzioni che coinvolgono la blockchain sono quasi sempre risolvibili con un paio di database in più, ed i sistemi di pubblica utilità proposti da alcuni attivisti (come sistemi di voto) fanno temere ancora di più ed ancora più a ragione per l’implementazione di tali soluzioni.

Stai dicendo che crollerà tutto?

Sni. Per le considerazioni del mio articolo non ho trovato mai risposte serie all’interno della comunità, che si è vaccinata in modo settario rifiutando ogni critica usando molti strawman. Per non parlare di gente che “ragiona 20 anni in avanti”, che crede nella fine dello stato, l’avvento di un nuovo ordine social-darwiniano ed anarco-capitalista e che sarà ricca dopodomani (altrimenti se ne guarderebbe bene dal supportarlo), o che fa discorsi senza senso perché trattano la loro moneta virtuale preferita come se fosse già valuta accettata e le monete standard (dette Fiat) come asset su cui investire. Giuro.

Però la situazione non sembra buona, sicuramente il risultato attuale di questo esperimento di moneta virtuale è lontano dalla speranza iniziale di una nuova valuta per micropagamenti, in sostituzione di banche e carte di credito. Al momento abbiamo una specie di asset, come l’oro ed il petrolio, con un prezzo che non sta buono e cambia ad ogni soffio di vento, basato su una tecnologia malfunzionante ma sostenuta da tantissimi speranzosi, che ne parlano come una moneta ma sperano che “gli altri” la adottino ed inizino ad usarla, immaginandosi miliardari nel mondo che verrà, con uno sforzo minimo. Solo per la fortuna di aver speso i 10€ nel momento giusto.

Vorrete mica dare loro torto?