Bambini o adulti prodigio?

Ogni tanto leggo da qualche parte notizie riguardanti bambini prodigio. A otto anni suonano il pianoforte come professionisti, o si cimentano nella comprensione delle geometrie non euclidee, oppure sono scacchisti capaci di giocare con cinque avversari contemporaneamente e batterli tutti. Le imprese dei bambini prodigio sono incredibili, impensabili, sbalorditive. Tuttavia, in un certo senso, sono circostanze che rientrano nell’ordine delle cose. Sono rarità possibili, non miracoli. A tre anni, quando ancora il cervello è plasmabile come la terracotta ed è pronto ad assorbire una quantità enorme di nuove informazioni, un bambino che studia il violino ha una possibilità minuscola, ma pur sempre reale, di diventare in futuro un concertista di fama mondiale. Con la crescita le cose cambiano e tutto diventa più difficile. Anzi, impossibile.

Tra le arti, l’unica che mi fa rammentare diversi casi di “adulti prodigio” è la scrittura, forse perché ha bisogno di una profondità che richiede riflessioni su variegate esperienze di vita, accumulate con il tempo. Gli adulti prodigio ci sono stati anche in altri campi, come dimostra la carriera di Pier Paolo Pasolini nel cinema, ma la scrittura mi sembra quello più rappresentativo: c’è di mezzo un dono, ma bisogna possedere un punto di vista sul mondo, che spesso si affina con la maturità, dopo lustri di avventure e libri letti. Vivere, in fondo, aiuta il futuro scrittore a coltivare il talento di immaginare altre vite.

Ma la scrittura ha regole tutte sue: ci sono innumerevoli discipline in cui per brillare bisogna iniziare l’apprendistato prima di compiere dieci anni. Mi torna alla memoria una cosa letta anni fa in un libro di cui non ricordo il titolo. Era un romanzo di Stephen King, mi sembra, ma perdonate l’eventuale attribuzione errata. In questo libro c’era il ribaltamento di un luogo comune: non è vero che a vent’anni puoi fare qualsiasi cosa. Molte porte sono chiuse. A vent’anni non puoi decidere, di punto in bianco, di assecondare il desiderio di diventare un pianista classico di fama mondiale senza aver mai studiato musica in precedenza. L’impegno che ci metterai non conta. Al massimo sarai un bravo dilettante, ma l’eccellenza dei grandi è preclusa. Riflettere su queste cose mi ha messo una strana tristezza e ho immaginato la vita come tempo che scorre, scandito dalla chiusura di innumerevoli porte, anno dopo anno.

Giudicate con indulgenza questa mia malinconia. So che non mi fa onore, che è un segno di debolezza o addirittura di immaturità. E so pure che molti appassionati affrontano per la prima volta lo studio del pianoforte da adulti, senza ascoltare le perplessità dei conoscenti, e si divertono senza pretendere di diventare come Arturo Benedetti Michelangeli. Riconosco qualcosa di ammirevole e meraviglioso nello studio del pianoforte intrapreso per esempio da un trentenne. C’è una vera purezza in questo impegno disancorato dalla performance a tutti i costi o da una prometeica volontà di raggiungere la perfezione dei grandi concertisti. Ma io, da perfetto immaturo in crisi di mezza età, sto parlando di inventarsi una nuova esistenza come pianista e non di un hobby coltivato con amore nei ritagli di tempo. La verità da accettare, per approdare alla consapevolezza del saggio, è che a un certo punto le nostre vite prendono una direzione ben precisa quando ancora non conosciamo tutte le alternative. E c’è un’altra verità: anche le storie dei bambini prodigio in diversi casi hanno il sapore di solchi irrimediabilmente tracciati, magari da severi genitori che hanno imposto ore di studio. Tanti bambini violinisti dovranno accantonare in seguito l’idea di diventare come Leo Messi. Ecco perché i bambini prodigio mi lasciano a bocca aperta ma non mi fanno viaggiare con la mente. E spero sempre di leggere le vicende di adulti prodigio. Sono quelle le storie che cerco. Perché la parte di me che sogna a occhi aperti non ama pensare alla vita come a un solco tracciato una volta per tutte.


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