L’attesa
Usman è affannato, i suoi piedi razzolano sulla sabbia da alcuni chilometri, sotto la luna piena. Lui e una quarantina di persone si stanno dirigendo verso il punto di ritrovo in riva al mare. Cammina più veloce che può, finendo con l’affiancare un altro ragazzo che, pensa, avrà la sua stessa età.
- Di dove sei? — chiede il nigeriano. L’altro ragazzo lo guarda per un momento: è serio, non risponde.
- Io sono di Kano. — continua Usman abbassando e rialzando la testa, la bocca semiaperta per la fatica.
Uno dei libici in testa al gruppo lancia un grido nella sua direzione, mostrandogli la pistola e il ragazzo, impaurito, si costringe a camminare in silenzio. L’altro, sempre concentrato, resta al suo fianco senza più cercare il suo sguardo. Entrambi guardano il cielo e poi, più avanti, il mare e notano la sagoma di una barca a vela galleggiare vicino alla riva. Il gruppo accelera il passo con rinnovata energia.
- Damboa. — a un tratto gli risponde il vicino. Usman guarda il compagno con occhi brillanti, un nigeriano come lui.
Il piccolo gruppo di africani raggiunge altri uomini armati sulla battigia, sono riusciti ad arrivare al mare senza farsi sorprendere dai controlli della polizia. Cominciano ad avanzare nell’acqua tiepida per salire sulla barca, gli abiti si appiccicano ai loro corpi sudati. Usman si sente meglio ora che può bagnarsi, lo considera un premio alla fatica e al coraggio. Guarda il mare con timore: è grande, forse troppo. Per un istante si chiede se ce la farà. I libici si avvicinano, sono circa una decina, tirano fuori, da dietro la schiena, bastoni e cinghie bagnate e cominciano a colpirli con forza sulla testa, sulle gambe, sul dorso. Li esortano a correre. Uomini e donne gridano nella notte sorpresi e atterriti per la violenza. Cercano di far presto a raggiungere la barca. Il corridoio di legnate li accompagna senza pietà. I corpi doloranti s’issano sulla barca ricevendo altri colpi dagli aguzzini, finché non si siedono impietriti e silenziosi. Usman e “Damboa” sono tra gli ultimi a salire. “Damboa” non appena riesce a metter piede sulla barca riceve una bastonata violenta sul collo e ricade supino al centro della poppa. Lo segue Usman che, colpito alla schiena, si siede subito contro la battagliola. Sedata ogni futura rivolta, ha inizio il viaggio.
La barca, già da ore, cavalca i flutti con salite rallentate e discese rapide, il mare è mosso. Le speranze di Usman di vivere da uomo libero si frangono come le onde contro lo scafo. La fioca luce della luna ottunde i volti. La paura immobilizza ogni movimento e il domani appare incerto al ragazzo. Gli occhi del nigeriano si fissano su “Damboa”, ancora sdraiato. Qualcuno vomita. Una donna singhiozza disperata proteggendosi il pancione, un’altra le passa un braccio sulle spalle e la stringe. Usman piano piano si allunga verso il centro della poppa e con una mano afferra il piede di “Danboa”, lo scuote. Non ottiene movimento di risposta. Nessuno, dalla partenza, ha osato lasciare il proprio posto. I due scafisti sono nel pozzetto, uno dei due parla al cellulare in libico. Gli altri africani, ammassati gli uni sugli altri nel piccolo natante, osservano il nigeriano allungare le mani fino al viso di “Damboa” e dargli un paio di colpetti. Dopo aver appoggiato l’orecchio al petto, Usman si ritrae di scatto fino al suo posto. Il compagno è morto. Gli altri viaggiatori capiscono. Un paio, che non sono riusciti a trovare un posto a sedere, si piegano con delicatezza sulle gambe del cadavere. Uno degli aguzzini ha visto la scena e fa cenno agli uomini di buttare il corpo in mare. Nessuno obbedisce. Il ragazzo pensa che “Damboa” abbia pagato per quel viaggio, ha pagato molto e di sicuro lo pensano anche gli altri.
È mattina. I corpi stanchi sono asserragliati agli appigli della barca. Il vento leggero sposta gli odori e gli spruzzi continui di salsedine condiscono le pelli e i vestiti. Il corpo di “Damboa” è ancora a bordo nonostante gli scafisti abbiano più volte intimato di liberarsene. Usman, ormai, si sente anche lui simile a un’onda. È scosso dalla forza della natura e piegato dalla forza degli uomini; ma vuole vivere, vuole arrivare. Si aggrappa all’orizzonte e a ogni sponda nascosta. Vuole crederci. Il mare comincia ad agitarsi sempre più. Piove.
- Italy! — grida uno degli scafisti indicando ai profughi una linea scura all’orizzonte. Comincia poi a parlare al cellulare, non si sa con chi.
I clandestini cercano di mantenersi attaccati alla barca, pur rimbalzando sulle sedute. I libici dirigono il natante verso una piccola rientranza della spiaggia. Approdano, ma il luogo, oltre che deserto, si rivela privo di qualunque sbocco naturale verso l’interno. La spiaggia è chiusa da un’alta scogliera impossibile da valicare. Chi era sceso è presto costretto a risalire in barca. Riprendono il largo per aggirare la zona.
Usman osserva la riva allontanarsi, si accorge subito che è diversa da quella da cui sono partiti. È formata da lunga sequela di scogli. Si chiede come faranno a sbarcare. Adesso piove fitto e presto si ritrovano tutti fradici, ma per fortuna sono quasi arrivati.
Lo scafista si agita al cellulare, ma il ragazzo non capisce una parola. Dopo poco chiude la chiamata e parla con il suo compare. All’improvviso la carena della barca colpisce qualcosa sul fondale. La barca rimane incastrata, non prima di aver fatto perdere la presa a tutti i passeggeri e averli fatti schiacciare tra di loro per il contraccolpo. Usman capisce che hanno urtato uno scoglio.
Gli aguzzini riprendono il controllo e come due domatori ricominciano a bastonare i passeggeri, tenendo con l’altra mano la pistola. Usman cerca di ripararsi dai colpi, nella concitazione riesce a distinguere qualche parola. Stanno gridando in lingue diverse.
- Scendete! Out! Giù! In acqua!
La riva è distante ancora qualche centinaio di metri, il mare è mosso. Piove fitto. Molti hanno paura a tuffarsi e cercano di resistere, cercano di spiegare che non sanno nuotare. Le bastonate e le grida si diffondono come schizzi d’acqua. Qualcuno si tuffa e comincia a nuotare. Usman non sa nuotare, non ha mai imparato a respirare. Uno dei libici si gira di scatto verso di lui e lo punta con il bastone. Usman non ha tempo per riflettere e si butta in acqua. Finisce sotto, poi con grande fatica riesce a emergere e cerca di portare in alto il bacino riempiendo i polmoni d’aria, ma il mare è mosso e non riesce a mantenere bene il controllo. Ingoia acqua e la risputa, guarda verso la barca incagliata e vede spingere fuori bordo altri passeggeri. Presto rimangono solo gli scafisti a bordo. Alcuni, come lui, riescono a fatica a rimanere a galla. Qualcuno viene inghiottito dai marosi e non risale più. Usman cerca di mantenere la calma, non ha pagato per morire. Si riempie d’aria i polmoni e prova a girarsi a pancia in giù per vedere dov’è la riva attraverso il fitto velo di pioggia. Immerge la faccia e cerca di nuotare con forza in quella direzione, finché l’apnea glielo consente. Dopo poco è costretto a fermarsi. È disperato. Acqua sopra, acqua sotto. Si sente mancare le forze. Intorno a sé non vede più nessuno, lo scafo è lontano e, pensa, anche la salvezza. Lancia un grido contro lo spietato rimescolio delle acque e piange, agitandosi e schiaffeggiando l’acqua nel disperato tentativo di rimanere a galla.
- Eccone un altro! A dritta di prua! — il gommone della Guardia Costiera si avvicina a Usman e le braccia di due uomini lo issano a bordo, lo aiutano a sedersi accanto ad altri compagni già tratti in salvo. Il ragazzo riprende fiato, li guarda incredulo, uno ad uno. Comincia a provare la gioia di essere salvo. L’ultimo lo sta fissando con faccia gelida. Rimane impietrito: è il libico.
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