Paula
“Quelli che dicono che amare significa perdonare, quelli che dicono che amare significa lasciar andare, della vita non hanno capito un cazzo. L’amore è egoismo, perdizione, ossessione, e quando arriviamo a rendercene conto è ormai troppo tardi per tornare indietro. Amare significa cederti a qualcuno corpo e mente, regalarti, svenderti e ricevere in cambio altrettanto. Amare è il sapore della sua pelle sotto la tua bocca, l’odore dei suoi capelli dopo aver fatto l’amore, l’intensità di uno sguardo unico che in nessun altro potrai mai trovare. Amare è vivere per rendere felice la persona che ti sta accanto, è annientare completamente te stesso per mettere al primo posto qualcun altro. Senza questo non può esserci amore. Al massimo può esserci sesso, al massimo può esserci l’illusione di aver trovato qualcosa di ideale e meraviglioso. Ma un’illusione non può essere paragonata al reale, e se non si cade almeno una volta nel vortice dell’ossessione, allora non si può neanche comprendere il vero significato della vita.
Io ho amato e sempre continuerò ad amare con tutta me stessa Amabel McKellar, ed è soltanto per questo che sono stata punita.”Paula
«È una scatola da scarpe in cartone dalla forma rettangolare. È stata sigillata con del nastro adesivo, ci accingiamo prudentemente a rimuoverlo.»
L’uomo allontana il registratore dalle labbra, dice: «Matt» e Matthew snuda la lama del cutter che ha in mano, si inginocchia di fianco alla scatola, la apre.
«Sul coperchio, in calligrafia femminile quasi infantile, è stato scritto con un grosso pennarello nero: “Scatola dei ricordi — da Paula ad Amabel, perché nulla potrà mai cancellare ciò che sento per te”.»
Il ragazzo chiamato Matthew si appresta a sollevare il coperchio della scatola, poi porta il polso sinistro al naso e ruota il volto da una parte con fare disgustato. «Cristo Dio, che puzza. Ed, vieni a vedere.»
Ed, l’uomo più anziano, spegne temporaneamente il registratore, si piega accanto al collega poggiando a terra il ginocchio sinistro, solleva a sua volta il coperchio della scatola. «Puttana Eva», riesce soltanto a mormorare.
Ci sono larve biancastre che strisciano su residui organici marcescenti e altri oggetti.
Con cautela, Ed afferra con indice e medio della mano destra il bordo di una polaroid che spunta dal mucchio, poi la tira fuori dalla scatola.
«La foto è macchiata di sangue», dice nel suo registratore. «Raffigura due bambine gemelle, dodici anni forse. Hanno entrambe capelli biondi e ondulati, occhi azzurri, un identico vestito stampato a fiori bianco e azzurro di fattura grossolana. È stata scattata di fronte alla fattoria dei McKellar, la dicitura riporta: “Paula e Amabel, i miei due angeli, estate del 1992”.»
«È la ragazza, non è vero?» chiede Matthew. Nonostante l’età sia differente e la sua testa completamente rasata, la somiglianza è spaventosamente chiara.
«Una delle due, penso», risponde Ed appoggiando la foto in disparte. «Per ora impossibile capire quale.»
Lei, una-delle-due, pende appesa al soffitto del bagno: il corpo nudo, i polsi tagliati.
«Il reperto viene catalogato come numero uno, proseguo a ispezionare il contenuto della scatola.»
Amabel e io siamo la stessa persona. A volte anche gli altri se ne rendono conto. “Parli proprio come tua sorella”, dicono, o: “Avete proprio la stessa risata”. Questo perché Amabel è me e io sono lei.
L’ho guardata indossare il suo vestito bianco nuovo piroettando per la stanza, i piedi scalzi e le braccia allargate come in volo.
“Qual è la cosa che ti piacerebbe più di tutte fare, Paula?” mi ha chiesto una volta.
Ho risposto: “Stare con te”.
Lei ha detto: “Volare”.
Già da quello, forse, avrei dovuto capire molte cose, ma avevamo nove anni e a nove anni la vita non è altro che un’accozzaglia confusa di immagini e suoni troppo sfocati per poter essere correttamente interpretati.
Una delle poche cose sensate che negli anni ho sentito dire su noi gemelli è che siamo una cosa sola. Chiunque in origine lo abbia pensato, non poteva neanche immaginare quanto fosse vera questa affermazione.
Amabel è parte di me: è il mio cuore, il mio stomaco, i miei occhi. Non esiste nulla al mondo che possa cambiare questa cosa, e per questo rendo grazie a Dio ogni giorno.
«Sono avvolti in carta di giornale, la carta è intrisa di sangue.»
Ed scarta il pacchetto con la punta delle dita, tocca la carta il meno possibile.
Matthew porta una mano alla bocca quando compaiono due bulbi oculari ancora attaccati al loro rattrappito nervo: una coppia di occhi, tondi come biglie di vetro, che emanano un gran fetore.
«Cinque minuti», dice alzandosi. «Devo prendere aria cinque minuti, sennò…»
Non attende risposta dal collega ed esce, oltrepassando la porta della fattoria McKellar di corsa. Solo dopo una decina di metri si ferma, boccheggiando: le mani puntate contro le ginocchia, il sapore aspro della bile in gola.
È il suo primo caso in quella cittadina. «Un suicidio», gli hanno detto, come se fosse roba di tutti i giorni. «Una delle figlie del pastore McKellar si è impiccata.» Poi è saltata fuori quella roba, la fattoria invasa da un puzzo tremendo e la «scatola dei ricordi» dentro alla vasca da bagno. Solo che dentro di ricordi non ce ne sono, ci sono soltanto pezzi di corpo gettati alla rinfusa tra capelli, unghie e amene atrocità.
Ed non ha fatto una piega. Ed viene da San trancisco, ha cinquantaquattro anni ed è abituato a lavorare sul campo. Matthew di anni ne ha appena ventisei e l’unica cosa che finora abbia fatto — l’unica che non comportasse il sedere dietro a una scrivania — è stata pattugliare le strade al fianco di un collega più anziano, mangiando hot-dog e bevendo caffè annacquato.
La sola idea del cibo basta a far fare nuovamente le capriole al suo stomaco. Matthew chiude gli occhi cercando di non pensare più a quella scatola, al suo contenuto che dopo sì e no tre secondi già non aveva più la forza di fissare, all’odore acre di marcio e sangue che permea l’aria all’interno della fattoria McKellar, lo stesso odore che ha finito per attirare uno dei cani dei vicini — quelli che poi hanno dato l’allarme.
Non ha mai perso occasione, lui, per lamentarsi di Davey Jones, il suo ex-collega — un ciccione razzista e omofobo, perennemente sudato, che passava le giornate inventando pessime battute su gay e neri — ma adesso, in questo preciso istante, darebbe la sua mano destra pur di trovarsi con Jones a pattugliare le strade, lontano da Paula McKellar e dalla sua scatola degli orrori.
Io sono Amabel e Amabel è me.
Ho fatto l’amore con me stessa sotto la doccia immaginando di farlo con lei. Ho toccato i miei seni sapendo di toccare quelli di mia sorella, ho leccato le mie labbra per sentire sulla lingua il sapore che ha la sua bocca.
Amare non è peccato. L’amore non può essere peccato, mai. È per definizione un sentimento puro che unisce, non importa quanto sporco possa nascondere sotto.
Ho infilato le dita tra le mie cosce, questa notte, ascoltando il respiro di Amabel nel sonno. Le ho mosse lentamente prima, poi sempre più rapidamente, immaginando la sua bocca che si chiudeva sulla mia in un bacio. Osservo i suoi seni appuntiti quando si veste e sono identici ai miei, le areole grandi e rosee, i capezzoli come bottoni. Il suo ventre piatto e il cespuglio biondo di peli ispidi tra le gambe, anche quelli sono identici ai miei.
Amabel e Paula sono una cosa soltanto, Amabel e Paula sono state scisse in due corpi differenti, indipendenti l’uno dall’altro, ma hanno lo stesso cuore.
Io sono Amabel.
Amare me stessa non può essere peccato.
Quando Matthew fa ritorno nella stanza — un soggiorno piuttosto ampio e spoglio, sporco, le pareti annerite dal tempo — Ed sta dicendo nel suo registratore: «La quantità di resti rinvenuti all’interno della scatola porterà probabilmente al ritrovamento di altri corpi, difficile per il momento capire quanti». Ancora inginocchiato a terra, accenna un sorriso stanco verso il ragazzo e ripone una ciocca di capelli biondi all’interno della scatola. «Brutta storia», mormora. «Brutta storia davvero.»
«Chiamo rinforzi, signore?»
«Già fatto, Matt: già fatto. Saranno qui a momenti.»
«Quanti corpi pensa che ci siano, signore?»
Ed si alza con un sospiro, sfila dal taschino della giacca in tweed un fazzoletto di lino bianco e se lo preme contro naso e bocca prima di riprendere a respirare.
«Almeno uno», risponde lentamente, «forse di più. Non si era pensato a una vera e propria scomparsa, ma nessuno vede il pastore e sua moglie dalla funzione della scorsa Domenica.»
«Chi pensa che sia stato?»
«Non lo so», mormora lui voltandosi verso il corridoio, il corpo impiccato di una delle gemelle visibile attraverso la porta aperta del piccolo bagno. «Non so più che cosa pensare.»
Dicono che finirò all’inferno, che la mia anima sarà dannata in eterno. Forse qualcuno dovrebbe spiegare loro che l’inferno non esiste, non così come lo immaginano almeno: questo è l’inferno per me, la vita di ogni giorno, Amabel che finge di non vedermi facendo a pezzi il mio cuore, la reclusione tra queste quattro mura, neanche potesse essere la clausura a salvare la mia anima. Io non ce l’ho un’anima, Amabel è la mia anima, e voi così mi state ammazzando. State ammazzando vostra figlia senza neanche rendervene conto.
Mio padre ha detto: «Domattina verrai in chiesa a confessarti». Agli ordini signore, ma credo che né a te né al tuo Dio piacerà quello che ho da dire.
Sento Amabel piangere la notte, nella stanza di fronte alla mia. Non poterle stare accanto, non poterla aiutare. Questa è la cosa che mi fa più male.
Haley vive in quel posto da tutta la vita, conosce ogni persona, animale o cosa che di lì sia passata, e chiaramente conosce i McKellar.
«Una brava famiglia», dice, entrando in casa. «Due care ragazze, Paula e Amabel, nonostante tutti i problemi che hanno avuto.» Gli basta un’occhiata rapida per affermare: «Sono di Amabel», i bulbi dalle iridi azzurro lattiginoso in bilico sul palmo della mano, nel loro letto di carta di giornale.
Matthew evita accuratamente di guardare quella roba.
«Che problemi hanno avuto?» domanda.
Ed Haley, rialzandosi, risponde: «Una famiglia disgraziata, la loro. Brava gente, ma veramente sfortunati. La prima delle due ragazze, Paula, aveva un sacco di problemi. Mentali», specifica, toccandosi la tempia sinistra con un dito. «Una strana ossessione per la sorella, si vocifera che il padre l’avesse trovata in atteggiamenti troppo… intimi, diciamo, con la gemella. Amabel, dopo quel giorno, non è più tornata a essere la ragazza vivace che era un tempo.»
Non aggiunge altro, si inoltra lungo il corridoio per raggiungere il piccolo bagno bianco inondato dalla luce del sole pomeridiano, il corpo della ragazza lì appeso, una pozza di sangue ai suoi piedi e la testa rasata che ricade pesantemente contro il petto.
«Paula», mormora l’uomo tra sé e sé. «Questa è Paula McKellar.»
Che cosa hai combinato, bambina mia? Per l’amor del cielo, che cosa hai combinato?
Mi si punisce perché amo. Mi si punisce perché cerco di dare senso a una vita che di sensato non ha più nulla. È questo che fanno loro, la cosa che sanno fare meglio: puntare il dito e giudicare, troppo ciechi per guardare oltre le apparenze, troppo squallidamente codardi per provarci, almeno, ad andare contro il convenzionale e combattere.
Che cosa ho fatto io? Questo. Ho lottato, ho combattuto, mi sono battuta con le unghie e con i denti per proteggere ciò che amo, conservarlo bello in eterno, ed è stata questa la risposta che ho ottenuto: lacrime, disprezzo, dolore e incomprensione, tutti riuniti assieme sul volto della mia Amabel.
Le ho mostrato quei corpi, i lombi che ci hanno generate, con un orgoglio che non avevo mai provato prima. «Guarda», le ho detto, «è solo per te che l’ho fatto, ora saremo libere di essere ciò che vogliamo per sempre».
Ma lei ha gridato inorridita ed è caduta a terra. Chiamava: «Mamma» con un tono disperato che mai le avevo sentito usare prima, neanche da bambina, e cercava le sue mani, le mani di quella madre che ci ha cresciute nella vergogna senza mai capirci, e quelle del padre, un padre che odiavo e sapevo anche lei avrebbe voluto vedere così, finalmente morto, votato anima e corpo a un silenzio eterno.
È che a volte l’amore spaventa. Solo così mi spiego la sua reazione. Spaventa l’improvvisa libertà, spaventa la capacità di poter finalmente decidere da sole del proprio futuro. Solo così, davvero, mi spiego la sua reazione.
Non ho mai dubitato dell’amore di Amabel.
Non potrei dubitarne mai.
«È nel seminterrato», dice Haley. «Nella stanza delle ragazze.» Infila guanti bianchi in lattice mentre Ed, levandosi in piedi, fa segno a Matthew di aspettare.
«Scendiamo noi», dice al ragazzo, liberandolo da un peso. «Appena arrivano gli altri, tu fa’ ritorno alla centrale.»
«Agli ordini, signore.»
Lasciarsi alle spalle la casa degli orrori. Riprendere a vivere da ieri, dal punto in cui la normalità è stata spezzata, fingendo che Paula McKellar non sia mai esistita. Ecco che cosa sogna Matthew Laughton. Non c’è nulla al mondo che desideri di più, in questo istante.
E nel seminterrato c’è la stanza delle ragazze. Amabel McKellar, distesa sul letto, sembra davvero un angelo, con i lunghi capelli biondi disposti a formare un ventaglio attorno al volto, il vestito bianco della domenica addosso e le mani intrecciate sul ventre.
Solo Haley le si avvicina, sollevandole una palpebra con il pollice guantato per osservare la vuota cavità marcescente sottostante.
«Di che è morta?» chiede Ed.
«Emorragia cerebrale, almeno a occhio e croce.» I capelli sono incrostati di sangue, lì dove il medico li va a sfiorare. «Potrò dirti qualcosa di più dopo l’autopsia.»
Ci sono capelli biondi abbandonati nel lavandino e sul pavimento del piccolo bagno che le due ragazze dividevano là sotto — i capelli di Paula — e la macchinetta usata per rasarli.
«Un modo per espiare le colpe, forse?» ipotizza Ed, ma l’unica risposta che riceve è il muto sguardo che i suoi occhi stanchi gli rimandano attraverso lo specchio.
Loro direbbero che l’ho spinta, in realtà l’ho appena toccata, e l’ho toccata solo per trattenerla, non certo per allontanarla. Amabel è caduta dalle scale, la sua testa si è rotta con un rumore come di legna secca quando si spezza. Urlava e gridava e piangeva intimandomi di stare lontana e poi, semplicemente, un secondo dopo non c’era più, ridotta a un incosciente mucchio di abiti e carne abbandonato in posizione innaturale sul pavimento della nostra stanza.
Non la immaginavo così la morte della persona che amavo. Non la immaginavo tanto priva di sensazioni, ma poi ho capito. Poi ho capito perché non faceva male. Niente può separare me e Amabel, questo è il punto. Niente ci potrà separare mai. Neanche la Morte.
Ho fissato il suo corpo per due giorni prima di decidermi a toccarlo. Lo scorrere delle ore ha smesso da tempo di avere senso per me, così come i concetti di fame e di sete.
Ho adagiato il suo corpo sul letto e pettinato i suoi capelli. Le ho raccontato tutto ciò che ho sempre sognato di raccontarle e con una mano immersa tra le sue cosce mi sono contorta e masturbata al suo fianco.
Questo desideravo io. Paula e Amabel unite per sempre in una cosa sola. Nessun altro nel mezzo a sporcare. È solo questo quello che volevo io, ma devo aver fatto qualcosa di veramente molto cattivo nella mia vita, qualcosa che forse devo ancora espiare, per questo le mie preghiere non sono state ascoltate.
Le ho fatto indossare il suo vestito migliore perché è così che la voglio ricordare: virginale ed eterea, un fiore tra lo schifo del mondo.
Ho baciato il suo volto, ho baciato le sue labbra, ho spento ogni luce per lasciarla riposare. Nella nostra stanza, tra le nostre cose.
Amabel, per sempre.
«E immagino che questi…» Haley sospira, neanche la termina quella frase.
Hanno messo sottosopra tutta la casa prima di ispezionare la cantina, con quella sua porzione di muro smossa, ricostruita, dal colore troppo chiaro per poter essere lì da anni. Ne hanno rimosso una piccola parte, con cautela, e braccia, gambe, bocche sbarrate sono comparse, fasciate nel nylon, al di là della precaria protezione.
«Dio mio.» Con un cenno della mano, Ed fa segno a uno dei suoi ragazzi. «Tirateli fuori da lì», dice, e con Haley lascia di nuovo la sala.
Il caffè brucia tra le sue mani quando, un’ora e mezza più tardi, si trova di nuovo in centrale.
«Non è sempre così», sta dicendo a Matthew, «è una cittadina tranquilla, questa. In dieci anni, è la prima volta che qualcuno viene assassinato.»
«Conoscevi di persona quelle due ragazze?»
Ed tiene la testa bassa, gli occhi fissi sul liquido nero e fumante che colma il bicchierino di plastica.
Caffè. Ci vorrebbe molto più che caffè, ora.
«Conoscevo bene i genitori», risponde. «Specialmente il padre, il reverendo McKellar. Con le figlie non ho quasi mai parlato, ma…»
«…ma?»
«C’era sempre qualcosa di strano, nel modo di porsi di una delle due.» Paula. Adesso lo sa. «Non parlava mai, si nascondeva dietro la sorella. Aveva uno sguardo cattivo, uno sguardo che… Con il lavoro che faccio, credo che saprei riconoscerlo ovunque quello sguardo.»
«Aveva programmato tutto, non è vero? Nella sua pazzia, sapeva che questo giorno sarebbe arrivato.»
Lo sapeva. Sì, certo che lo sapeva.
«Era innamorata», conclude Ed, gettando via il proprio caffè senza averlo neanche toccato. «È stato questo, l’amore, a non lasciarle scampo.»
«L’amore non ti porta a uccidere le persone, Ed.»
«L’amore no, Matt. Ma è la vita che, a volte, non ti lascia altra scelta.»
