Vincent

Ophelia Dellamorte
Feb 23, 2017 · 17 min read

Lo consideravano il matto del paese, ecco quanta stima avevano di lui. Vincent, quello che parlava con i morti. O anche “Vincent, il ritardato”, il più delle volte.
Lui era nato e cresciuto laggiù, nella stamberga del custode di fianco al cimitero; non era andato a scuola come facevano gli altri bambini, sua madre gli aveva insegnato tutto ciò che c’era da sapere sulla vita.
E sulla morte.
Guardando fuori dalla finestra, Vincent vedeva solo tetre lapidi sbeccate e corvi gracchianti, i cimiteri non gli avevano mai messo paura. Come si potrebbe aver paura di un posto che consideri casa?

Isobel l’aveva conosciuta lì, una brutta caduta dalla bicicletta le era stata fatale. Quand’era successo la bambina aveva appena dieci anni, la stessa età di Vincent.
«Fa male morire?»
«Non me ne sono quasi accorta.»
«Credo stia per succedere anche a mio padre.»
«Perché? Non sa andare in bicicletta?»
«Perché me lo sento. Ormai è vecchio. Non ce l’ho una bicicletta, io. Non abbiamo neanche una macchina.»
Forse la sua vita sarebbe stata diversa, se avessero avuto una macchina. Forse i suoi lo avrebbero portato lontano da lì, lontano da tutta quella folle disperazione, una volta ogni tanto, giusto per fargli fare una scampagnata, per farlo giocare un po’ con un pallone. Le cose normali che desiderano i bambini, insomma. Invece persino Isobel, morta ingiustamente in età tanto precoce, aveva avuto più esperienze di vita di lui.
Questo non è giusto.

«Le donne sono pericolose, Vincent. Le donne vanno evitate come la peste. Portano malattie, si aggrappano a te come piante rampicanti, ti dissanguano e poi ti abbandonano.»
«Ma anche tu sei una donna, mamma.»
«L’unica che non ti tradirà mai, bimbo mio.»

Isobel giocava con lui, i primi tempi. Poi, di punto in bianco, aveva cambiato atteggiamento nei suoi confronti.
«Tu cresci», gli aveva detto, «cambi. Io resto sempre uguale. Questo non è giusto.»
Vincent, seduto per terra sul terriccio smosso di una bara da poco calata nel suo sepolcro, l’aveva guardata allontanarsi, i piedi di bambina calzati in scarpe di vernice bianca e un immacolato vestito dello stesso colore addosso. Isobel era bella, sarebbe diventata una donna splendida se soltanto non fosse morta così presto, e forse Vincent si sarebbe potuto innamorare di lei.
Nel mentre, lui era diventato uguale a suo padre: la schiena curva, il naso aquilino, quei capelli castani spettinati, dal taglio non ben definito, che ricadevano perennemente sugli occhi scuri nascondendoli. Vincent faceva il possibile per restare nell’ombra, passare inosservato, eppure più si impegnava più gli altri sembravano accorgersi della sua presenza e deriderlo.
Li odiava tutti quanti.

Suo padre era morto anni dopo, nonostante le drammatiche previsioni del bambino. La sua tosse e i dolori che lamentava al petto non lo avevano portato via anzitempo, il che aveva permesso al vecchio di assillarlo ancora per anni e anni con tutti gli oneri e gli onori che avrebbe ricevuto prendendosi a sua volta cura del cimitero.
«Non voglio lavorare qui dentro», aveva provato a protestare una volta Vincent.
Aveva ricevuto in risposta uno schiaffo tanto forte da fargli quasi ruotare la testa di 360 gradi sul collo, e dopo quella non c’erano più state discussioni.
Non si poteva avere la meglio con il vecchio Albert Shaw, per lui quel cimitero — e il lavoro che per esso portava avanti — era sacro. Sacro prendersi cura di chi era trapassato, sacro fargli avere una degna sepoltura, sacro tenerne vivo il ricordo, anche quando nessun altro andava a fargli visita.

«Buongiorno, signora Holloway, come si sente stamattina?»
Con uno straccetto umido rubato a sua madre, Vincent ripulì la lapide della signora Holloway.
«Sta per piovere, ha notato? Oh, ma lei non deve preoccuparsi, resterà bella all’asciutto, laggiù nella sua nuova casa.» Vincent sollevò la testa verso il cielo che andava facendosi sempre più scuro e si schermò gli occhi con la mano destra. Una goccia di pioggia gli batté con insolenza sulla punta del naso.
«Eh sì», sospirò, «pioverà di sicuro.»

Isobel era ricomparsa, anche se aveva lasciato trascorrere diversi mesi di silenzio prima di decidersi a farlo. Si era palesata nella camera da letto di Vincent — niente più che una minuscola e sporca mansarda con un materasso gettato a terra a mo’ di letto accanto alla finestra e un vecchio scatolone vuoto a fungere da comodino — e lo aveva colto di sorpresa, facendolo sussultare. Lui si era ricomposto — stava facendo una di quelle cose che sua madre avrebbe considerato “sporche” e “profane”, quelle cose che: «I buoni Cristiani non fanno, Vincent!» e aveva tirato su la zip dei pantaloni lisi in fretta e furia, le guance — solitamente di un pallore mortale — rosse per l’imbarazzo.
Isobel non sembrava essersi accorta di niente, non le interessavano certi dettagli. Aveva camminato per la stanza sfiorando con le dita tutto ciò che incontrava, poi aveva sfregato tra loro pollice, indice e medio della mano saggiando la consistenza dello strato di polvere che via via era andata raccogliendo.
«Che… che ci fai qui? Se qualcuno ti dovesse vedere…»
«Solo tu mi puoi vedere, Vincent.»
«Perché dici così? Se posso farlo io, forse anche altri…»
«Tu sei speciale, è questo il punto. Non te ne sei ancora reso conto? Sei diverso da tutti gli altri, per questo ti amo.»
L’aveva fissata a bocca aperta con un’espressione da pesce lesso stampata sulla faccia e lei aveva ridacchiato giuliva come una donna. Gli anni passavano per tutti, Isobel compresa, e anche se il suo aspetto era sempre quello di una bambina, la sua mente evolveva, mutava. In quella di un’adulta fatta e finita.
E a volte Vincent aveva paura di lei.

«Dovresti liberartene.»
«Di cosa?» Seduto a terra, la schiena premuta contro una delle lapidi — una delle più vecchie, il nome della persona che giaceva là sotto non si riusciva quasi più a leggere e nessuno sembrava intenzionato a farla sostituire -, Vincent fumava una sigaretta rubata di nascosto dal pacchetto del padre — le stesse sigarette che, come diceva sempre sua madre gracchiando: «Ti porteranno alla tomba, Albert!» -, Isobel al suo fianco. Il vestito di lei non si sporcava mai, non si sarebbe sporcato neanche se si fosse rotolata per un pomeriggio intero in una pozza di fango insieme a dei maiali, così come non si scomponevano i suoi capelli quando il vento soffiava. Isobel era semplicemente perfetta, una bambola da collezione da conservare con cura.
«Di lui.» Con un cenno della testa, la bambina indicò il vecchio Albert — che poi doveva avere suppergiù cinquantasei anni, forse, e tanto “vecchio” non era -, che sul retro della sua casupola strappava sterpi e rispondeva a malo modo a qualcosa che la moglie, dalla finestra, gli aveva gridato.
«Perché? Voglio bene a mio padre.»
«Ti sta tarpando le ali. Lo ha sempre fatto. Vuole vederti legato a questo posto per sempre. Anche tua madre sta facendo la stessa cosa.»
«Parli troppo per essere una stupida mocciosa.»
«Parlo perché non sono cieca come te e vedo come stanno andando le cose. È questo che vuoi fare? Diventare il nuovo becchino del paese, cosa che praticamente già sei, facendoti chiamare “ritardato” a vita da chiunque ti incroci per strada? I tuoi coetanei escono con le ragazze, vanno in città a bere, si divertono e poi tornano a casa, fingendo di essere i figli perfetti che i genitori hanno sempre sognato, mentre tu non fai altro che startene rintanato nella tua stanza, a sognare una vita diversa che non hai il coraggio di afferrare. Bisogna lottare per le cose che si desidera avere, te l’ha mai detto nessuno? La vita non ti regala niente, è crudele e inclemente. Se la lasci fare, ti strapperà via ogni sogno e ogni speranza. Parola d’onore.»
«Cristo, quanto parli per essere una bambina.»
«Non sono più una bambina. Ma se vuoi fingere di non vedere come stanno le cose, non sarò certo io a impedirtelo.»

Vincent aveva prevedibilmente preso il posto di suo padre, quando lui era passato a miglior vita per colpa di un cancro. Enfisema polmonare, aveva detto il dottor Hamilton. Da un giorno all’altro la sua tosse aveva cominciato a peggiorare, l’appetito era passato e Albert aveva smesso quasi completamente di parlare. In meno di una settimana, nel suo letto, era morto. Durante la notte, senza un rumore: lo avevano trovato stecchito la mattina dopo.

«Pensi che abbia sofferto?»
In mezzo a tutta quella morte, a tutti quegli spiriti inquieti che abitavano il suo cimitero, Vincent riusciva ad aver paura soltanto di quello, del dolore che il trapasso poteva portare con sé.
Sua madre aveva tossito un: «Non si è accorto di niente, bambino mio, non ti preoccupare».
Vincent aveva pensato: Non sono più un bambino da un pezzo, ma’, ma non aveva risposto.
Avevano sepolto Albert vicino alla loro casa, ogni giorno Vincent portava fiori freschi sulla sua tomba e si assicurava fosse pulita a dovere, sfregando via con cura le cacche di uccello dalla lapide e raccogliendo le foglie secche che, con i gelidi venti autunnali, finivano irrimediabilmente per posarcisi sopra.

«Sei di un passo più vicino alla libertà.» La voce di Isobel era armoniosa. Come si poteva pensare i morti non fossero altro che cadaveri decomposti, marcescenti, pronti a infestare gli incubi dei vivi? Lei era splendida, sempre perfetta nel suo vestito bianco virginale, con le guance rosee e i capelli castani tirati indietro sulle tempie. Esattamente come era stata sepolta. Vincent ne ricordava ogni dettaglio, perché aveva assistito suo padre quando gli era toccato ricomporre la sua testolina apertasi con la caduta, e sapeva che sotto l’abito il petto piatto della bambina era coperto di ematomi violacei che non sarebbero mai spariti.

«Ehi, schizzato!»
I ragazzi del villaggio, quando passavano di fianco al cimitero, non perdevano occasione per deriderlo o tirargli addosso qualcosa. Una lattina di birra, quella volta.
Vincent non si voltò a guardarli, non sollevò neanche la testa quando la lattina lo colpì in pieno. Meno male che era vuota, pensò soltanto.
«Hai finito di parlare da solo e farti seghe nel cimitero?»
Risate sguaiate avevano accompagnato quelle parole. Quanti potevano essere? Tre, forse quattro: la solita combriccola di Fred. Avevano la stessa età, lui e Vincent, ma vivevano in mondi completamente diversi, come gli ricordava sempre sua madre.
«Un giorno finirà qua sotto anche lui», gli diceva. «Ricordati di trattarlo con cura, come faresti con qualunque altra persona. I morti devono essere onorati, sempre.»
«Ma, ma’, non fa altro che prendermi in giro, mi chiama ritardato.»
«Sei ritardato, per caso?»
Vincent aveva mugolato un: «No» mica tanto convinto.
«E allora non li ascoltare.»

Nel silenzio della sua stanza, Vincent chiuse gli occhi e infilò una mano sotto ai pantaloni slacciati. Pensava a Isobel, al suo bel viso, a come sarebbe diventato se fosse stata adulta. Le forme inesistenti del corpo di lei lo assillavano, bagnando i suoi sogni notturni, e la mano si muoveva sempre più velocemente, su e giù lungo il sesso ridicolmente piccolo, simile a quello di un bambino. Diede sfogo a tutte le sue frustrazioni senza farsene un problema, non un solo sospiro sfuggì alle sue labbra, poi si diede una ripulita veloce e riallacciò la patta dei pantaloni.
Se sua madre avesse scoperto che la notte, in camera sua, faceva cose del genere, lo avrebbe mandato di sicuro in chiesa a confessarsi, e Vincent in chiesa non ci voleva andare.
Vincent non voleva andare da nessuna parte, casa sua era tutto ciò di cui aveva bisogno. Casa sua, il suo cimitero e i pochi amici che là aveva conosciuto.

Trovarono Fred appeso ad un albero, non molto distante dal bosco che, usciti dal cimitero, costeggiava la strada asfaltata della cittadina. Il dottor Hamilton decretò si fosse trattato di suicidio, senza neanche studiarne prima il corpo.
«Quel ragazzo era disturbato», disse. «Disturbato e violento. Non mi sorprende che abbia deciso di farla finita.»
Vincent lo lavò con cura, passando amorevolmente la spugna in ogni piega, orifizio e centimetro di quel corpo scurito dal sole: un corpo da uomo.
«Pensi davvero sia stato un suicidio, ma’?»
Lei, che se ne stava seduta sulla sua sedia a dondolo, rispose: «L’ha detto il dottore, no? Di che altro hai bisogno?».
Vincent scrollò le spalle. «Non lo so. Non mi sembrava tipo da suicidarsi, tutto qui.»
«Sei per caso un dottore, tu?» gracchiò la vecchia, sputacchiando saliva tutto attorno.
«Si faceva soltanto per parlare, ma’.»
Ma in fondo Vincent odiava parlare con sua madre.
Perché continuo a farlo?

«Alla fine ci si incontra di nuovo.»
Fred non aveva una bella cera. Seduto a terra, guardava la sua lapide e sembrava sul punto di scoppiare a piangere. «Vattene via.»
«Non sono venuto per litigare. Pensavo soltanto ti facesse piacere un po’ di compagnia.»
«Sei contento adesso, vero?» Il ragazzo gli puntò contro uno sguardo carico di odio, di rancore. «Era questo che volevi, no? Un nuovo fantoccio da aggiungere alla tua collezione.»
«Non essere stupido.»
«Sei sempre un ritardato, Shaw. Non cambierò idea sul tuo conto soltanto perché sono morto e fingi di provare compassione nei miei confronti.»
«Non ti sto compatendo.»
«Va’ a fanculo, non ti voglio attorno.»

Vincent a volte si chiedeva cosa spingesse certi spiriti a farsi vedere, e certi invece a restare nascosti. Per esempio non aveva mai avuto a che fare con la signora Holloway, nonostante andasse ogni giorno a trovarla e si prendesse cura della sua tomba alla meno peggio. Era stata una cara signora, andava ogni domenica al cimitero a trovare suo marito, e quando Vincent era ancora bambino gli portava caramelle e perdeva qualche minuto del suo tempo per chiacchierare. Gli chiedeva se stesse bene, e puntualmente domandava: «Come va con la scuola, campione?». Vincent odiava sentirsi chiamare “campione”, ma odiava anche di più sentirsi fare sempre la stessa domanda. «Non vado a scuola, signora Holloway», rispondeva. «Mia madre mi insegna tutto a casa.»
«Oh, certo, tua madre… buon’anima.» L’anziana sorrideva e gli dava un buffetto sulla guancia. «Salutala tanto da parte mia, d’accordo?»
«Perché non lo fa lei?»
«Adesso devo andare, campione, ma la prossima volta non mancherò di portarle dei fiori.»
«Le piacciono le rose. Quelle bianche, però. Non si dimentichi.»
La signora Holloway non aveva mai portato fiori a sua madre — forse per questo sua madre continuava a insultarla dicendo che era soltanto una vecchia arpia che campava grazie a tutti i soldi che il marito, di dieci anni più vecchio di lei, crepando le aveva lasciato — e alla fine Vincent aveva smesso di chiederli. Poi anche la signora Holloway era passata a miglior vita — per un infarto, dicevano — e, come tutti gli altri, si era trasferita nel cimitero.

Fred era una cattiva compagnia, a detta della madre di Vincent, ma al ragazzo qualunque compagnia andava bene, purché si trattasse di persone che lo guardavano dritto in faccia e rispondevano alle sue domande. Questo, in un certo senso, contribuiva a farlo sentire meno “diverso”.
C’era voluto del tempo perché il nuovo arrivato si adattasse alla sua condizione ma alla fine aveva ceduto e, esattamente come Isobel, si era piegato al fatto di essere diventato amico di Vincent.
«Ohi», gli disse un mattino, cercando di attirarne l’attenzione.
Vincent sollevò gli occhi — perennemente nascosti dai capelli — sbirciandolo con diffidenza. Anche se era morto, non sapeva mai cosa aspettarsi da quel tipo.
E se potesse farmi ancora del male? Scagliarmi qualcosa addosso con la sola forza del pensiero o, che ne so, possedere il mio corpo per tornare in vita?
«Cazzo fai?» Fred, seduto a cavalcioni sulla sua lapide, lo fissava divertito. «Mica ti mangio. Magari potessi ancora mangiare qualcosa.»
Era una mattina scura, la pioggia avrebbe ricominciato a scendere da un momento all’altro e Vincent aveva un sacco di lavoro da fare. Nell’ultimo periodo nessuno dei vecchi del villaggio era “passato a miglior vita”, ma questo non significava che lui potesse crogiolarsi nella nullafacenza in attesa di tempi migliori.
Tempi migliori. Sono tempi migliori, quando qualcuno muore?
Be’, in attesa di impegni lavorativi, perlomeno.
«È sempre tutto così noioso da queste parti?»
«Che intendi dire?»
«Che non c’è nulla da fare. Non ci sono ragazze, non c’è musica… non ce l’hai un cazzo di stereo in casa tua?»
«Ho un giradischi.» Vincent abbassò la testa con fare imbarazzato e riprese a spazzar via le foglie cadute dagli alberi. Doveva farne un bel mucchio, che poi avrebbe spostato fin sul retro della casa per bruciarlo. «Qualche disco che apparteneva a mio padre.»
«Dovremmo fare una festa. Trovare un po’ di carne fresca con cui spassarcela.»
«Non voglio starti a sentire. Stai facendo discorsi malati.»
«Sono le pare che ti mette in testa tua madre, eh?» Fred ridacchiò. «Quella vecchia megera. L’ho sempre odiata.»
«Non parlare così di mia madre!» Vincent gli puntò contro il manico del suo rastrello senza alcuna convinzione. Non sarebbe stato capace di far male ad una mosca e ne era consapevole.
Fred scoppiò a ridere di nuovo. «Sai che ti dico? Penso a tutto io.» Poi, senza aggiungere altro, scavalcò la lapide con la gamba sinistra e si allontanò lungo il cimitero fischiettando, camminando con il fastidioso passo molleggiato e spavaldo di sempre, quello che aveva anche quando era vivo.
«Stupido idiota…»

Le gemelle Moore erano state trovate annegate nel laghetto a nord della cittadina. Vincent si era preso cura di loro evitando di ascoltare le voci dei compaesani — tanto quelle che piangevano le due poverine, quanto quelle che sostenevano: «Sapevano nuotare alla perfezione, come può essere accaduta una cosa simile?».
«Guarda.» Fred sbucò alle sue spalle facendolo sussultare. Vincent non riusciva ad abituarsi all’idea che gli spiriti — quello di Isobel compreso — avessero cominciato ad entrare anche dentro casa sua, superando i confini del campo santo. «Carne fresca, come ti dicevo. Sono belle, eh?»
«Sono morte
«Oh, chi se ne frega. È mai stato un problema per te? Sapevamo tutti che ti facevi le seghe guardando i cadaveri, Shaw. Scommetto che te ne sei sparato una anche quando è morta la Holloway.» Fingendo di godere, Fred mimò il gesto della masturbazione e il successivo spruzzare del seme. «Sei sempre stato uno schizzato del cazzo.»
«Vattene da qui, non ti voglio tra i piedi.»
«Ma guardale. Ashley e… come si chiamava quell’altra stronza?» Fred posò le braccia conserte su uno dei tavoli su cui giacevano i due corpi svestiti. Allungò un dito e scostò una ciocca di capelli biondi dalla fronte della ragazza chiamata Ashley. Ma in effetti poteva trattarsi anche di Megan, la sorella. «Mi sono sempre chiesto come dovesse essere scoparsele tutte e due insieme, ma quelle troie non mi degnavano di uno sguardo. Sai cosa volevano?»
Vincent non rispose. Non gliene fregava niente di cosa volevano quelle due, tanto meno gli piaceva portare avanti discorsi del genere con Fred.
«Andarsene in città, lasciare il paese. Per loro eravamo esseri inferiori. Anche io, capisci? Io. Che a scuola sono stato premiato come miglior atleta. Tutte le passere della città mi sbavavano addosso quando ero vivo, e queste due puttane…» Fece un gesto vago con la mano, a mezz’aria. «Si sono meritate la fine che hanno fatto.»
«Smettila di dire certe cose. Dovresti andare in chiesa e confessarti.»
«Sono morto, genio.»
Già, ha ragione.
«Allora confessati qui.»
«Lo farò, non ti preoccupare.» Con un agile salto, Fred si mise a cavalcioni sul tavolino, sopra al corpo inanime di una delle due gemelle, che fosse Ashley o che fosse Megan faceva poca differenza. «Ma prima, lascia che insegni a questa vacca cosa vuol dire farsi cavalcare. Allora?» Poi, guardandolo, Fred fece schioccare le dita della mano destra. «Cazzo aspetti? Abbassati quei pantaloni e datti da fare, finocchio.»

«Vincent, ascoltami attentamente.»
«Mamma, ti prego…»
La sedia a dondolo oscillava in maniera lenta ed ipnotica provocandogli una certa nausea. «Dobbiamo andare via da qui, bambino mio, ed è importante che tu segua alla lettera tutto ciò che ti sto per dire.»
«Andare via?» La zuppa che aveva raccolto con il cucchiaio ricadde dentro al piatto e schizzi irregolari piovvero sul tavolo. «Che vuol dire? Io non sono mai uscito da qui, non voglio andare via.»
«Presto verranno a cercarti, Vincent, hai fatto cose molto brutte. Non voglio che ti prendano e non voglio che ti facciano del male.»
«Chi dovrebbe venirmi a cercare e perché?»
«Prepara le tue cose, tutte quante. Mettile dentro alla valigia di tuo padre, quella in pelle che sta sopra l’armadio. Poi, quando scende la notte, lasciamo questa casa.»
«Ma tutti i miei amici sono-»
«Ho detto lasciamo questa casa», insisté la donna. «E non farti vedere mai più in paese. Sono stata chiara?»
«Sissignora.»
Chiarissima.

Vincent si guardò per l’ultima volta nello specchio della sua stanza. Il vetro era diagonalmente attraversato da una crepa da che ne avesse memoria, chissà quando si era rotto? Il riflesso gli rendeva l’immagine di una Isobel sorridente, radiosa, la piccola Isobel di cui era innamorato a dieci anni.
«Devi andare via, vero?»
«Verrete con me?»
«Certo che verremo con te.»
Vincent sorrise. Isobel rispose con un identico sorriso.
«Avevo paura voleste lasciarmi solo.»
«Siamo legati a te, Vincent, siamo i tuoi migliori amici. Nessuno di noi ti lascerà, di questo puoi stare certo.»
«Ma’ dice che ho fatto cose brutte.»
«Hai fatto quello che andava fatto.»
«Quindi non finirò all’inferno?»
«L’inferno non esiste, Vincent. L’inferno è la vita di tutti i giorni. Ci sei già, all’inferno. Ci siamo stati tutti quanti. Tu hai soltanto provato a liberarci.»

Fred era sopra Ashley — o Megan? -, poi Fred diventava lui, diventava Vincent. I lineamenti si confondevano, si sovrapponevano, e Vincent sentiva una voce non sua uscirgli dalla bocca, una voce che diceva: «Scopala, finocchio, dimostrami che sei un uomo». Si era scopato una delle due biondine prima, l’altra dopo. Entrambe stecchite. Erano fredde come il ghiaccio, dure come il marmo, ma a lui andava bene. Non sapeva come fosse fatta una donna, non gliene fregava un cazzo di scoprirlo. Quelle avevano un buco, non parlavano e, come diceva sempre sua madre, non gli avrebbero potuto fare del male. Quindi erano perfette.
Quando la notte cercava di dormire, rivedeva la mano di Fred che spingeva la testa di Ashley sott’acqua, sentiva le grida di Megan. Poi la mano di Fred si faceva evanescente, indistinta, e si trasformava nella mano di Vincent. Lui, nel letto, si dimenava e piangeva senza che nessuno lo potesse aiutare, ma quando il mattino dopo riapriva gli occhi non ricordava più nulla di ciò che aveva sognato.

«Avete trovato niente?»
«Niente, signore. Se n’è andato.»
«Siamo sicuri che…?»
«Il sangue sui vestiti delle ragazze è stato analizzato, signore. Il DNA corrisponde a quello di Vincent Shaw. E…» L’agente indicò con un dito la camera in cui i corpi dei defunti venivano ripuliti, sistemati e truccati prima della sepoltura. «Le gemelle Moore si trovano ancora là dentro, signore. Ci sono tracce di sperma, sui loro corpi. Siamo praticamente certi che-»
«Va bene, va bene.» L’uomo, disgustato, cancellò dalla mente tutto quel discorso con un gesto stizzito della mano. «Non voglio sentire altro: trovate quel bastardo depravato e portatemelo.»
«Ancora una cosa, signore.»
«Che diavolo c’è adesso?»
«Il corpo della signora Shaw è stato trafugato.»
«Cosa? Cristo santo, ma è una persecuzione?»
«La bara è vuota, i nostri ragazzi l’hanno appena controllata.»
«Andate a prendere quel pezzo di merda», gracchiò di nuovo l’uomo,la rabbia che cresceva nel tono della voce ad ogni secondo che passava. «Vivo o morto che sia, lo voglio qui

Il nuovo paese era anonimo e grigio come quello precedente. Vincent, dalla finestra della stamberga che aveva abusivamente occupato, osservava la strada deserta con aria triste, rassegnata. Non si era mai allontanato dalla sua casa, dal suo cimitero, gli sembrava assurdo, ora, trovarsi in un posto tanto lontano.
Da piccolo sognava di fare viaggi, di avere una vita vagamente normale, ma al termine di quelle giornate, ridendo e scherzando con i genitori, avrebbe voluto fare ritorno alla sua casa, alla sua stanza e al suo letto. Ora, senza neanche capirne il perché, aveva dovuto dire addio ad ogni cosa. Per sempre.
Al suo fianco, Isobel gli teneva la mano destra con la propria, piccola e morbida. Fred invece se ne stava poggiato allo schienale della sedia a dondolo della signora Shaw.
«Hai fatto la cosa giusta, Vincent», disse sua madre. «Qui ti lasceranno in pace.»
«C’è un piccolo cimitero», mormorò il ragazzo. «Magari hanno bisogno di aiuto.»
«Certo, dovresti andare a domandarglielo, tesoro.»
Isobel sorrise. La bocca di Vincent si tese in un uguale sorriso e lui si osservò, riflesso nel vetro polveroso della finestra. C’era un buco nell’angolo basso, a destra di quel vetro. Avrebbe dovuto ripararlo.
«Sembra un posto carino, no?»
L’aveva chiesto Isobel, ma erano state le labbra di Vincent a muoversi. La voce femminile, cristallina come quella di una bambina, era uscita dalla sua bocca con spontaneità.
«Non è male. Non è casa mia, però.»
«Qualunque posto può diventare casa tua.»
La bocca di Vincent si mosse di nuovo, sputando fuori una voce bassa e raschiante. «Andiamo a fare un giro, finocchio, vediamo che cosa offre il posto.» Fred lo aveva raggiunto e gli aveva battuto una mano sulla spalla con fare da vecchio amico.
«Va bene», sospirò Vincent, rassegnato, «andiamo a vedere.»
E chi lo sa, forse lì avrebbe potuto cominciare una vita nuova di zecca, una vita come la voleva lui. Con i suoi amici, sua madre e nuovi cadaveri da onorare. Perché amava il suo lavoro, amava i morti più che i vivi, e voleva prendersene cura. Per sempre, come suo padre aveva desiderato, e come era certo fosse scritto nel suo destino.

Ophelia Dellamorte

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