Aleppo, Siria © Ryot/Ap

Giornalismo virtuale

Il New York Times non è il solo a credere nella forza del giornalismo immersivo come strumento in grado di diminuire il numero di filtri che allontanano il lettore-spettatore da una storia. Dopo anni di sperimentazioni quasi tutti i grandi media americani hanno creato un progetto

Pubblicato domenica 24 gennaio su Nòva del Sole 24 Ore


È una sera di fine autunno e in un piccolo auditorium di Manhattan un centinaio di persone indossano un paio di Google Cardboard e muovono la testa a destra e a sinistra, in alto e in basso, mentre in sala per poco più di 11 minuti cala il silenzio totale. Stanno guardando l’anteprima di The Displaced, il primo documentario in realtà virtuale prodotto dal New York Times per il suo magazine in cui si racconta la storia di tre adolescenti e di tre guerre: Siria, Ucraina e Sudan del Sud. Quando tutti hanno inserito il loro cellulare all’interno della scatola di cartone riciclato di Google, il direttore del settimanale, Jake Silverstein, cerca di dare ancora più solennità all’evento: «Questa è probabilmente la più grande proiezione pubblica di un film in realtà virtuale».

Il quotidiano di New York non è il solo a credere nella forza del giornalismo immersivo come strumento in grado di diminuire (o forse solo di nascondere) il numero di filtri che allontanano il lettore-spettatore da una storia. Dopo anni di sperimentazioni, negli ultimi mesi quasi tutti i grandi media americani hanno creato un progetto collaborando con case di produzione di documentari in realtà virtuale. Questo mentre Samsung, Facebook con Oculus e Htc hanno iniziato a vendere (o inizieranno entro la prima metà di quest’anno) i loro visori per la realtà virtuale.


Il Wall Street Journal, pochi giorni dopo il New York Times, ha pubblicato un video in realtà virtuale nel quale è possibile assistere alle prove di una ballerina del Lincoln Center di New York. Cnn ha trasmesso il dibattito tra i candidati alle primarie del partito democratico dello scorso 14 ottobre in realtà virtuale. A gennaio dell’anno scorso ViceNews ha prodotto un documentario sulla Millions March di New York del dicembre 2014 collaborando con Chris Milk e Spike Jonze, regista di Essere John Malkovich e Lei, ora direttore creativo di Vice Media. Anche AP sta sperimentando il nuovo linguaggio. Insieme alla casa di produzione di Los Angeles, Ryot, ha pubblicato Seeking Home: Life Inside the Calais Migrant Camp, un documentario sul campo di accoglienza dei migranti di Calais, in Francia.

«Siamo di fronte a una nuova era per il giornalismo. La realtà virtuale ha la capacità di portare sulla scena dell’evento una persona come nessun altro strumento. È anche efficace nel far convergere le dimensioni fisiche e spaziali di una storia — il luogo in cui un evento si svolge, dove gli attori di una storia fanno esperienza di un momento, come i movimenti e le azioni avvengono», ha detto a Il Sole 24 Ore James Pallot che dopo aver diretto la divisione digital di Condé Nast, nel 2013 ha lasciato l’editore americano per fondare insieme a Nonny de la Peña, Emblematic Group, tra le prime società ad aver sperimentato il giornalismo immersivo.

Thomas Kent, giornalista di Associated Press e professore alla scuola di giornalismo della Columbia University, introduce un altro elemento nella discussione: «Credo che la realtà virtuale sia la bomba atomica del giornalismo perché è potenzialmente uno strumento molto forte ma allo stesso tempo richiede molta attenzione nei confronti delle notizie, dello storytelling e delle questioni etiche». Tutto questo però apre un’altra questione. Il rapporto con la verità, con l’etica della professione, con i confini all’interno dei quali è possibile spingersi nel raccontare una storia, senza venir meno al patto di fiducia tra autore e lettore.


Da sempre il giornalismo cerca di portare i propri lettori dentro a un evento, soprattutto il giornalismo di guerra. Le prime corrispondenze di William Russell dalla Crimea davano un punto di vista interno al campo di battaglia. Gli articoli della reporter americana Martha Gellhorn erano pensati per essere degli sguardi dal terreno su cui si combatteva la Seconda guerra mondiale (la raccolta di quelle corrispondenze si intitolaThe View from the Ground). Ma il prodotto più conosciuto del giornalismo immersivo prima dell’arrivo della realtà virtuale è You Are There, un programma trasmesso negli anni ’50 negli Stati Uniti da Cbs e presentato da Walter Cronkite: ricostruiva un evento storico come se fosse in diretta, con corrispondenti che fingevano di essere sul luogo.

Se in You Are There lo spettatore sapeva che quella trasmessa era una ricostruzione, con le nuove tecnologie la questione si complica. «La realtà virtuale ci pone tutte le domande che sono state fatte emergere da ogni altra forma di giornalismo. È una rappresentazione corretta della verità? Abbiamo distorto la realtà nel tentativo di descriverla o ricrearla? Cosa deve essere mostrato e cosa è meglio che non venga mostrato? Stiamo lavorando su questi problemi e stiamo cercando di definire quali siano le migliori pratiche da impiegare», continua James Pallot di Emblematic Group, che prima con Project Syria (selezionato dal Sundance Institute) e ora con le ricostruzioni di due distinti casi di cronaca, cerca di ricreare un evento partendo da un audio originale e dalle testimonianze raccolte.


«In entrambi i casi siamo stati attenti a non inventare nulla che non fosse accaduto, e siamo stati guidati dal vero audio come fosse un elemento oggettivo», ha aggiunto Pallot. Sul confine tra la realtà e la finzione insiste anche Kent: «I produttori di contenuti devono chiarire cosa è reale o cosa non lo è. Se creano animazioni che non corrispondono alla verità devono dirlo sin dall’inizio». Perché di fatto, continua Kent, è essenziale rispondere a due domande: «La prima è cosa vogliamo mostrare e cosa non vogliamo mostrare. La realtà virtuale non rappresenta una situazione reale, quello che vediamo e quello che sentiamo dipende dalla decisione di un produttore. Anche se la presentazione permette di muoversi all’interno di uno spazio, quello spazio è ben delimitato e i suoi confini sono stati decisi da qualcun altro», continua Kent. La seconda domanda è legata all’empatia, aggiunge il giornalista: «Se il desiderio è quello di creare emozioni, non si tratta di giornalismo oggettivo. Ma non tutto il giornalismo deve per forza essere oggettivo».

Intanto gli sviluppi della realtà virtuale nel giornalismo si giocheranno lungo il confine tra oggettività ed empatia. Per questo motivo, conclude Kent, «dobbiamo creare principi chiari e regole di trasparenza». Un lavoro simile a quello che diversi media hanno fatto con le fotografie e il fotogiornalismo, in cui è vietata ogni manipolazione della realtà. «Perché in futuro più la realtà virtuale diventerà avanzata e più si riuscirà a ricreare immagini identiche alla realtà, a ricreare un Obama o un Putin che sembrano quelli veri».