Appuntini Indonesia

Irene Graziosi
Aug 25 · 18 min read

Non è mia intenzione essere avara di informazioni sulla questione organizzativa del viaggio, ma non ho molto da dire. La guida che uso e che ho sempre usato per tutti i miei viaggi è la Lonely Planet, ma anche le Routard non sono male. Ci si compra la guida e la si studia come si studierebbe un qualsiasi testo, dall’inizio alla fine. Di solito tutte le guide offrono anche itinerari precostituiti per un numero definito di giorni, tipo Bali in una settimana, Nusa Tenggara in un mese e così via. Nella guida c’è tutto, i costi dei taxi, i trasporti, gli usi e i costumi, i consigli per le donne che viaggiano da sole, un piccolo dizionario, il cambio valuta e le agenzie locali se si vogliono prenotare escursioni non direttamente in loco ma prima di partire. I primi viaggi che ho fatto in posti lontani li ho organizzati minuziosamente, ma una volta che si prende un po’ di confidenza si può anche andare all’avventura. Se non si vogliono sbatti, alcune agenzie come Avventure nel Mondo e robe così organizzano tour in cui non si deve pensare e nulla. Io non li ho mai fatti, ma potrebbe essere un buon compromesso se si hanno ansie varie o a volte è il migliore se si deve andare in posti pericolosi, cosa che l’Indonesia, almeno nelle zone più turistiche, non è. Controllare sempre, per ogni paese, la questione visti e fare attenzione alla scadenza del passaporto.

L’altro ieri ho preso dei funghetti allucinogeni qui a Gili Air. Gili Air è una delle tre isolette che stazionano vicino la punta nord-orientale di Lombok. L’anno scorso sono state colpite brutalmente dallo tsunami, e ancora oggi parecchie costruzioni sono divelte. La prima volta che ci sono stata era il 2016 e l’isola brulicava di persone, infatti non l’avevo amata particolarmente. Ci sono tornata soltanto perché era la cosa più semplice da fare dopo aver scalato il Rinjani, il secondo vulcano più alto dell’Indonesia, a Lombok. Quest’anno però non c’è quasi nessuno. Ho chiesto a un impiegato della Villa in cui sto alloggiando se l’assenza di persone sia dovuta alla paura di un’ulteriore scossa, e lui mi ha detto di sì. Mi ha raccontato che lui stesso è talmente spaventato dal ricordo di ciò che ha provato lo scorso anno, che appena sente la terra vibrare leggermente comincia a correre senza neanche rendersene conto verso un campo aperto, lontano da bungalow, palme ed edifici che potrebbero crollare. Mi ha fatto tenerezza, qui la terra trema spesso. Quando ero sul Rinjani a un certo punto ho deciso di stendermi su una grossa roccia piatta che affiorava tra la vegetazione del crinale del cratere a prendere un po’ di sole perché faceva molto freddo e dopo poco tempo ho sentito una vibrazione nella pietra e mi sono immediatamente seduta, un po’ allarmata, alla ricerca di qualche altro essere umano che avesse sentito come me quella scossa. Ho incontrato lo stesso sguardo interrogativo che dovevo avere io in un ragazzo francese dall’aspetto simpaticamente ebreo che era steso qualche metro più in là. Questa è una delle cose che mi attrae dell’Indonesia, è al centro della terra. Gli australiani vengono qui a bere, surfare e scopare male, e le inglesi sovrappeso vengono a prendere il sole nelle piscine striminzite dei resort invece che andare al mare, ma è la cintura del fuoco, e qualche volta un vulcano erutta, ci sono terremoti pazzeschi e le spiagge vengono mangiate da onde gigantesche. Dopo l’ultimo tsunami molti coralli sono morti e si affastellano sulle lingue di sabbia che fino a due anni fa erano spiagge enormi. Gli unici che sembrano stare bene sono i varani di Komodo, che sono in tutto e per tutto dei dinosauri e fanno parte della terra come i terremoti e i vulcani. Mentre camminavo a fianco della guida che ci stava portando attraverso il parco gli ho chiesto come mai i varani di Komodo fossero solo a Komodo. Lui mi ha guardata divertito e mi ha risposto: “Because God gave them to us. Do you want the scientific explanation also?”
Ho apprezzato l’umorismo e non ho chiesto altro.

Comunque, ieri ho preso questi funghetti con Marina. Ho conosciuto Marina dopo cinque giorni dal mio arrivo in Indonesia e in realtà è lei che ha conosciuto me perché mi ha puntata e ha camminato verso di me per poi tendermi la mano e dirmi “Hi, my name is Marina, what’s yours?”

Inizialmente non la trovavo particolarmente bella, mi sembrava che portasse male la sua età: la pelle del viso era rossa e un po’ rovinata dai segni di un’acne che doveva averla tormentata da ragazzina. Porta i capelli corti, molto scuri, e ha un fisico formoso di cui inizialmente non mi riusciva facile carpirne l’armonia. Non pensavo che ci avrei fatto molta amicizia, credevo piuttosto che ci avrei scambiato qualche parola di tanto in tanto e che sarebbe stata un’alleata blanda per alcuni compiti semplici che si sarebbero susseguiti sulla barca che da Labuan Bajo, Flores, mi avrebbe portata a Lombok: mi avrebbe potuto spalmare la crema sulla schiena e viceversa — un vero problema quando si viaggia da soli –, le avrei potuto chiedere di tenere alcuni oggetti nella sua borsa qualora lei avesse deciso di andare in barca verso un atollo mentre io sarei andata a nuoto e cose così. Solo che poi, piano piano, abbiamo cominciato a chiacchierare. Marina vive a Kuala Lumpur da qualche mese dove lavora per una compagnia che si occupa di gestire piattaforme petrolifere in giro per il mondo. Il suo compito è quello di selezionare le persone adatte a lavorare su queste piattaforme e anche a inventarsi nuovi moduli per facilitare il flusso di lavoro in un ambiente così complicato (e per me così estraneo). Io ci sono stata a Kuala Lumpur, e l’ho trovata brutta. Eppure a lei piace, sta anche uscendo con un ragazzo malese che fa il ginecologo e a cui si sta affezionando parecchio, anche se fatica ad ammetterlo e mi ha detto di credere fermamente nella poligamia.

Una delle prime cose che ho notato di Marina è come si rapporta agli uomini. In barca l’80% dell’equipaggio mi infastidiva. In particolare la guida non faceva altro che chiedermi se avessi un fidanzato, se avessi voluto passare del tempo con lui una volta giunti a Lombok, e vedevo come mi guardava ogni volta che cercavo di lavarmi via la sabbia dal costume con la pompa dell’acqua posizionata a poppa, cosa che mi costringeva ad adottare dei gesti goffi e francamente ridicoli che terminavano con la mia pelle ancora salata e i miei costumi ancora insabbiati. Non sono per niente brava a gestire le attenzioni non richieste degli uomini. Non è per timidezza, è che non mi piace più giocare con chi non andrei a letto. Non mi interessa la vanità insita nel flirt a vuoto, mi seccano le conversazioni di circostanza e non mi piace il contatto fisico non richiesto. Essere simpatica con qualcuno che non trovo interessante mi costa una fatica che mi sembra risucchi una porzione di energia che potrei impiegare per fare un milione di altre cose, e divento subito insofferente.

Per Marina invece è il contrario: tratta gli uomini con una superiorità scherzosa e sensuale che racchiude un che di materno, e gli uomini immediatamente diventano meno minacciosi e mi sembra che di fronte a lei tornino adolescenti che interagiscono con l’amica sensuale della madre, quella con le tette grosse che tramite i gesti e le risate gli fa intuire che sarebbe possibile averla, cosa che poi, nella pratica, potrebbe non avvenire mai. Eppure, malgrado il suo modo di fare così esuberante e accessibile, gli uomini si prendono con lei meno libertà di quante non se ne prendano con me, e non ne capisco ancora la ragione.

Marina non parla bene inglese, e commette spesso lo stesso errore, ma mai una volta ho pensato di correggerla perché le sue défaillance mi sembrano rispecchiare la sua personalità, e mi ci sono affezionata: non ha mai imparato che il possessivo in inglese diventa “hers” e non “of she”, che lei pronuncia con la s sibilante, simile a un fischietto. Tutte le parole che iniziano con -sh hanno questo fischietto: guarda tv ssssow, e le persone devono sssut up.
Con il passare dei giorni ho anche lasciato che mi parlasse in spagnolo, ed è stato sorprendente sentire una nuova lingua che si faceva strada nel mio cervello: i primi giorni non capivo nulla, ma un poco alla volta ho iniziato a notare che la mia testa cominciava a segmentare le parole, e riuscivo a intendere il senso generale di quello che diceva. E qualche volta mi piaceva anche soltanto il suono di quella lingua che mi permetteva di astrarmi e di non ascoltare esattamente tutto quello che mi stava raccontando, come un rumore bianco.

Una volta che la barca ha attraccato a Lombok abbiamo deciso di andare insieme a Kuta, una piccola città nella costa sud di Lombok dove la gente surfa e fa festa, laddove per festa si intende sbronzarsi in dei bar con le lucine, della musica che definirei eurotrash o indonesiani con la chitarra che suonano Ed Sheeran e dei cartelli appesi ai muri che riportano frasi come: Happiness is a way of living — dio me ne scampi.

In uno di questi bar abbiamo incontrato Dika, un surfista di Kuta che sosteneva di aver studiato medicina e di aver vissuto in Süd-Tirol, ma non mi sembra plausibile visto che non parlava una parola né d’italiano né di tedesco. Inizialmente mi aveva puntata, e per i primi due giorni credo che si sia fatto quell’idea che a volte si fanno i maschi secondo cui se una donna si mostra annoiata e disinteressata bisogna insistere fino allo sfinimento. Mentre cantava canzoni scontate alla chitarra cercava il mio sguardo e io mi imbarazzavo terribilmente, ed ero quasi grata agli australiani vecchi e con la pelle rugosa che venivano a chiedermi accendini o sigarette esordendo con “do you have a lighter for daddy?” — li trovavo morbosamente perversi, più attraenti di chi stava seriamente cercando di dedicarmi “Riptide” alla chitarra. Quando ero più giovane ero molto libertina, e mi divertiva esserlo, direi. A pensarci ora credo che mi lusingasse l’essere desiderata fisicamente dopo un’adolescenza passata a percepirmi inadeguata e con un sacco di libido inespressa. È stato strano da elaborare il passaggio che mi ha portata a essere ciò che sono oggi a livello sessuale. A 23 anni mi sono fidanzata e a 27 mi sono lasciata, e quando mi sono ritrovata di nuovo single ho inizialmente adottato gli stessi comportamenti che mi erano familiari a 23 anni. Solo che sembrava tutto fuori posto, grottesco quasi. Mi infastidiva fare sesso con persone che non mi interessavano realmente, il secondo dopo averlo fatto avrei voluto che quelle stesse persone si volatilizzassero, avrei voluto tornare indietro per decidere di non concedermi con quella leggerezza che sentivo non appartenermi più. Uomini di cui a 23 anni non scorgevo alcuna debolezza oggi mi sembrano così bisognosi di conferme che non sono più in grado di dargli. Da uomini apparentemente sicuri di sé ed estremamente espliciti nella dimostrazione del loro interesse sono passata ad amare chi mi corteggia con discrezione e ironia, senza proiettarmi addosso il peso di ciò che vorrebbero che io fossi. Trovo terribilmente attraenti gli uomini silenziosi e i timidi, gli ellittici, e sono cautamente soddisfatta di questa novità.

Nota: sto leggendo questo libro che si chiama Il taccuino d’oro di Doris Lessing. C’è una frase che ho sottolineato che penso rispecchi abbastanza ciò che intendo, anche se con molta più violenza di quanta non ne provi io. Chi parla è Anna, e finora ha raccontato del periodo vissuto in una colonia in Africa quando aveva vent’anni. Quando rilegge le pagine del diario che teneva allora ha questa sensazione:
Ho riletto queste righe oggi per la prima volta da quando le ho scritte. Sono piene di nostalgia, ogni parola ne è carica, anche se al tempo in cui le scrissi pensavo di essere obiettiva. Nostalgia di che? Non lo so. Perché preferirei morire piuttosto che rivivere quel periodo. E l’Anna di quel tempo è come una nemica, o come un vecchio amico che si conosce troppo bene e non si ha voglia di vedere di nuovo.
Non c’è in me un briciolo del disgusto che prova la protagonista per la se stessa di tanto tempo prima, ma sicuramente mi provoca una certa impressione ricordarmi chi ero anche solo due o tre anni fa, soprattutto quando rileggo alcune delle cose che ho scritto per Vice al tempo.

Marina invece è andata a letto con Dika, premurandosi prima di chiedermi se mi avrebbe dato fastidio. Le ho dato con piacere il mio benestare, che per quanto mi riguarda poteva anche non chiedermi, e mi ha raccontato che lui è stato bravissimo, anche se il tutto è stato molto faticoso perché ogni volta che scopa con uno straniero ha l’impressione di dover rappresentare sessualmente il suo popolo, ossia gli spagnoli. Questa visione mi ha fatto ridere fino alle lacrime, l’ho immaginata attorcigliata in posizioni scomodissime per portare avanti l’onore della sua nazione, perché tutti possano continuare a dire che le spagnole sono calienti. Io mi sa che sto sortendo l’effetto opposto, mi scuso a nome di tutte le italiane. Mi dispiace essere diventata così difficile nella mie scelte sessuali, soprattutto ora che c’è quest’ondata di pseudo-libertà sessuale (non credo davvero che ci sia, perché mi sembra che nessuno faccia sesso in realtà) che io stessa ho contribuito a portare avanti, ma negli anni sono cambiate e mi sono successe tante cose, e ora l’unica cosa che desidero è qualcuno con cui fare l’amore bene, con cura, senza disperdere inutilmente erotismo.
Non mi interessa più piacere a tutti gli uomini che incontro, anzi, vorrei piacere soltanto a chi desidero davvero, lasciando agli altri quella fatica di conquistare persone a cui non avrei nulla da dire. Marina mi ha detto che le piace questo aspetto di me, perché data la sua carica sensuale con le ragazze ha spesso il problema di attrarre come un magnete invidie e gelosie, e fatica ad avere amiche donne che non nutrano per lei sentimenti meschini.

Mi sono impegnata molto nel corso del tempo per amare le donne e capirle, accoglierle. In generale, credo che tutti dovremmo impegnarci per limare quei sentimenti di meschinità che ci abitano spontaneamente. Nessuno nasce perfetto e buono, anzi, mi irrita la visione manichea del buono e del cattivo con cui spesso inconsciamente filtriamo la realtà perché mi sembra che presupponga una sorta di determinismo personologico secondo cui è impossibile cambiare. Non credo neanche che sia possibile arrivare a una forma di purezza immanente perché questa presupporrebbe invece un distacco da ciò che è umano, ossia i sentimenti, ma credo molto nell’impegno che si può investire nel lavorare sulle parti di noi che ci rendono infelici e miseri. Credo che una buona parte delle nostre frustrazioni derivi da una moralità che accettiamo come tale, che non mettiamo mai in discussione, per cui alcune azioni sono cattive e altre sono buone, e non c’è niente da fare. Per esempio se tradiamo la persona che amiamo allora è perché siamo cattivi e mostruosi, e l’unica cosa da fare è provare un senso di colpa fine a se stesso, piuttosto che chiederci cosa sia per noi l’amore, quanto ha a che fare con il sesso, cosa desideriamo davvero e quanto potrebbe esserci di beneficio parlare con chi sosteniamo di amare e a cui, più o meno involontariamente, facciamo del male.

Non mi piace parlare di femminismo nei termini in cui se ne parla attualmente, ma c’è poco da fare, le ragazze sono ancora molto più insicure degli uomini, hanno molti più motivi di esserlo. Con questo intendo dire che la competizione femminile è — a mio avviso — frutto di un’insicurezza di base che ci porta a competere per ciò che potrebbe ridarci un’apparenza di integrità. Anche solo nel corteggiamento, una donna insistente è una donna che reitera ulteriormente la propria posizione di debolezza, mentre l’uomo è colui che non si da per vinto, è un romantico perché accetta di scendere da una posizione di forza a una di apparente debolezza. Un sacco di ragazze nel corso della vita mi hanno confidato di non essere a proprio agio quando viene praticato loro del sesso orale perché in adolescenza qualcuno ha criticato l’aspetto della loro vagina. Le donne si sentono grasse, brutte e si tormentano, guadagnano meno e vengono sempre viste, anche involontariamente, come più emotive, meno autorevoli. (Una nota al margine: nel caso specifico, perché non voglio generalizzare, sono assolutamente e fieramente emotiva, e non capisco dove sia il problema).

Un’altra cosa a cui faccio sempre più caso è la rappresentazione che le donne in media tendono a dare di loro stesse sui social, in particolare su instagram. Naturalmente non è un discorso che vale per tutte le donne, la casistica è molto variegata, diciamo che è un ragionamento più generale quello che sto per esporre. Molte persone confondono il femminismo anche con la possibilità di mostrare il proprio corpo in posizioni sessualmente desiderabili, come se il femminismo stesso coincidesse con la libertà di spogliarsi per il bene collettivo. Ma io credo che il femminismo sia ciò che permette alle ragazze di spogliarsi senza incorrere in guai troppo più grossi di qualche pene in DM e qualche appellativo poco lusinghiero, ma lungi da me credere che femminismo e nudità coincidano. Nessuna donna di potere che non lavora direttamente con il proprio corpo si spoglia sui social. Il corpo per la donna è uno strumento di potere soltanto quando non se ne hanno altri, e questo è un tema su cui riflettere ancora oggi.

Comunque, l’altro ieri ho preso questi funghetti con Marina, solo che a lei hanno fatto molto più effetto che a me. Ma sono stata felice perché era la nostra ultima sera insieme, e mi piace vedere Marina che si diverte, perché è così diversa da me, così rilassata e morbida, e questi giorni passati con lei sono stati illuminanti. Mi è sembrato che lei funzionasse come una sorta di avatar di me stessa, come se il suo modo di vivere la vita nel qui e ora mi sollevasse dalla responsabilità di fare altrettanto. Una mia amica artista mi ha detto che non si ricorda chi le ha detto che la vita è come una fetta di torta, dura un attimo, e si può decidere se viverla o raccontarla. Io non la so vivere particolarmente bene, non sono molto rilassata, non so vivere nel momento presente, odio quando mi esortano a farlo. Qualunque cosa io faccia non viene mai consumata nell’istante in cui la faccio, ma viene rielaborata in una qualche forma che sia visiva o scritta — questa caratteristica spero non emerga come arrogante, la rielaborazione prescinde dalla qualità della stessa, può essere povera di pathos e sciatta, insignificante e ridicola. Ma quando guardo Marina che agisce mi sembra di avere davanti a me un veicolo di comprensione di come le cose dovrebbero essere percepite e vissute.

Abbiamo preso questi funghetti allucinogeni da alcuni ragazzi incontrati per strada. Ho visto questo tizio con un cappello con la visiera gialla e sono andata da lui chiedendogli se avesse questi magic mushroom di cui tutti parlavano. Mi ha detto di sì e mi ha chiesto di seguirlo verso uno dei chioschi sulla strada sterrata che costeggiano il mare. Lì ci aspettava un gruppetto di persone formato da un tedesco con la pelle di cuoio, e un padre e una figlia inglesi con un fortissimo accento cockney che rendeva impossibile capire cosa stessero dicendo. Il padre si chiamava Dean, avrà avuto una cinquantina d’anni, e aveva la faccia rugosa e accartocciata come cartapesta, il corpo coperto di tatuaggi sbiaditi e parecchie cicatrici che facevano capolino dalla canottiera lasca che si sarebbe tolto di lì a qualche gin tonic. La figlia, Danielle, aveva un viso dolce, da bambolina, che ricordava quello di una baby star della tv americana, ma esattamente come il 70% delle star di Disney Channel degli anni ‘90, quella faccia ondeggiava su un corpo sfatto e ingombrante, avvolto in un prendisole bianco di troppe taglie più piccolo del dovuto. Occupava lo spazio a sedere come una regina, con i lunghi capelli castano scuri che si muovevano come serpenti ogni volta che urlava — urlava sempre — o rideva sguaiatamente. Fumava delle sigarette al gusto mojito e mela verde che teneva tra le dita ornate in punta da unghie finte, lunghe come artigli e bianche opalescenti. Mi tirava in mezzo, mi parlava, mi piaceva. Mi piacciono le ragazze che mi parlano e mi piacciono le inglesi. Mi piacciono perché ho l’impressione che l’Inghilterra sia uno di quei paesi in cui le donne hanno il diritto di fare schifo. A Londra è facile vedere ragazze convenzionalmente ritenute brutte strizzate in vestiti che lasciano scoperti rotoli di grasso mentre pisciano per strada, vomitano, schiamazzano. In generale all’estero è anche molto più facile vedere coppie di fidanzati in cui lui è molto più attraente di lei, cosa che in Italia non capita praticamente mai. In Italia le ragazze devono essere a modo, devono avere un po’ di contegno. Credo che la questione dello schifo sia parte del problema della libertà femminile. Gli uomini possono fare schifo, e l’unica cosa che diciamo quando fanno qualcosa di schifoso è: che schifo. Con le donne invece c’è quest’idea per cui bisogna impedire loro di fare schifo: impedire loro di prostituirsi, impedire loro di affittare l’utero, impedire loro di mostrarsi quando non hanno un bel fisico, impedire loro di drogarsi, di cagare, di bere fino al vomito. In Inghilterra si può fare schifo, in Italia no.

Danielle è del ’92, ha un anno meno di me, ma ha già due figli di circa 3 e 4 anni, entrambi sovrappeso e vestiti di bianco, che sembrano dei putti gonfiati con la pompa della bici. Qualche volta richiedevano con insistenza l’attenzione materna, e allora lei si voltava sullo schienale del divano di bambù dove troneggiava e cercava di sollevarli per farli passare al di sopra di quello stesso schienale. Ma i bambini erano pesanti come bocce da bowling e alla fine finiva per farseli sgusciare via a mezz’aria con quelle unghie scomode, e li riafferrava per un polpaccio carnoso e i bambini si capovolgevano sbattendo la testa sul legno e poi piangevano, ma smettevano subito una volta tornati in posizione verticale in grembo a Danielle. Ho pensato ai miei genitori e a come mi hanno allevata. Non potevo andare a dormire dopo le 20, non ho potuto cenare con loro fino ai 10 anni di età, e le mie amiche avevano una certa paura a venire in vacanza con i miei perché c’erano una serie di regole della casa, prima fra tutte quella di dover passare almeno tre ore a leggere il pomeriggio.

Gli indonesiani a cui avevo chiesto i funghi ci hanno portato due shake alla frutta con dentro le rispettive porzioni. L’effetto che hanno sortito su di me è stato simile a quello di molte canne. Mi sentivo morbida, silenziosa e percepivo il mio corpo che si scioglieva sul legno su cui ero seduta. Ero attratta cognitivamente da Danielle, volevo capire come fossero fatti i suoi pensieri, che vita avesse e tentavo di capire cosa mi dicesse con quell’accento misterioso. Mi dava le sue sigarette al mojito e mela verde che erano dolci e disgustose, e allo stesso tempo la cosa migliore che avessi mai fumato. Mi infastidivano tutti coloro che non erano Marina o Danielle. Marina intanto vedeva colori inesistenti, osservava mandala invisibili che le apparivano nei mucchietti di sabbia che si costruiva sulle gambe, rideva e si buttava tra le braccia di acciaio di Dean, che le baciava il collo, ma lei sembrava non farci caso, o forse le piaceva.

A un certo punto ho abbandonato quel gruppo e sono andata a sedermi sulla spiaggia nel momento in cui gli indonesiani mi hanno indicato la luna che era sospesa sull’acqua ed era rossa e gigantesca, una metà perfetta. Mi sono seduta sulla sabbia appena prima dello strato di coralli morti e bianchi e iridescenti adagiati sul bagnasciuga e sono rimasta a fissare le onde che mi pareva ridessero maliziosamente mentre si infrangevano diagonalmente sulla riva, come i tasti di un pianoforte sfiorati in sequenza da un dito. La luna continuava a entrare e uscire dallo strato di nuvole, e qualche volta sembrava una perla racchiusa in un’ostrica. A turno, una serie di indonesiani o Dean venivano a rompermi le palle chiedendomi se la luna fosse bella. Qualche volta vorrei dire alle persone che quando ci si droga è bene rispettare lo stato psicofisico altrui, senza insistere, senza cercare approcci di vario genere. La luna era in effetti molto bella, d’altronde è complicato che non lo sia, e le onde anche, con quella loro personalità così sghignazzante. Poco dopo ho chiesto a Marina di tornare verso il bungalow, perché non ne potevo più di interagire forzatamente con le persone. Lei mi ha ringraziato, dicendomi che le mie scelte sono sempre le più giuste per lei. I funghetti, Gili Air, il vulcano, Kuta. Mi ha detto che qualche volta ha l’impressione che il suo cervello si spenga e di non essere più al corrente di quello che succede e che quindi il mio guidarla attraverso le giornate la rilassa, perché può perdersi senza paura di non ritrovarsi più. Io le ho risposto che non avrei voluto rovinarle la serata, e che se avesse voluto sarebbe potuta rimanere con gli altri. Ma lei mi ha detto di essere contenta di non aver scopato con Dean, cosa che sarebbe successa, “beacause I’m sho weak, i’m sho sho weak when it comes to sex”. In camera si è stesa sul letto a baldacchino e in quel momento mi è sembrata splendida. Gli occhi verdi erano allungati da una linea di eyeliner, e il suo corpo formava una serie di curve morbide che si susseguivano come se fossero parte stessa del materasso. Era bellissima, e mi sono immaginata l’effetto che mi avrebbe fatto se fossi stata lesbica o se fossi stata un uomo etero: mi sarei innamorata all’istante. Mi stava raccontando di quest’uomo che aveva conosciuto a Madrid subito prima di partire per Kuala Lumpur e mi ha fatto ascoltare un messaggio vocale che lui le aveva inviato in cui le raccontava del funerale del padre. Mi ha detto che era felice di quel messaggio, perché le piaceva che lui stesse condividendo con lei qualche cosa di così intimo e doloroso. Alle donne piacciono questo genere di cose. Mi ha raccontato che all’inizio, quando avevano iniziato a fare l’amore, lui le diceva sempre che era bellissima, e lei lo condiva via: “it’s ok, it’s ok, you don’t have to put sho much effort, you know? We can just enjoy, without bullssssit”. Ma poi piano piano aveva cominciato a credergli e a fidarsi, e ora pensava spesso a quest’uomo. Pochi giorni prima le era arrivata una proposta di lavoro da parte di una compagnia con base a Madrid che le aveva fatto un’ottima offerta economica e lei stava pensando di accettare, malgrado le dispiacesse lasciare l’Asia, perché aveva in mente di viaggiare ancora parecchio durante la sua permanenza a KL. Ma ora le era tornato alla mente quell’uomo, e mentre me ne parlava aveva gli occhi accesi, e rideva. Marina ha una bellissima risata, tutta fuori, luccicante.

Poi ha spento la luce e si è addormentata come un sasso, mentre io sono rimasta sveglia con il cuore che batteva un po’ troppo velocemente per i miei gusti, e un po’ di agitazione. Nell’arco di 48 ore avevo scalato un vulcano, dormito in tenda, scesa di nuovo dal vulcano, preso una corriera, salita su una barca, preso dei funghetti. Un po’ troppo. Il giorno dopo ho salutato Marina, ho preso una pasticca di En e sono andata a dormire alle otto di sera.

    Irene Graziosi

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