La Sala dei Presepi Viventi

Ivan Perilli
Dec 22, 2018 · 7 min read

Finalmente un’idea nuova! Penso, ironicamente — e sia chiaro.

Entro, costo un euro, e la cosa mette fuori uso centinaia di persone, per loro fortuna stavolta.

Penso, no, a Natale devo essere più buono, quindi infilo questo magico portone, tutto elettronico e/o elettromagnetico.

Entro e penso che non ho idea, come sempre, di come muovermi quando entro in un museo.

Mi si avvicina un omino robot, un coso che gira su rotelle, non so se mi ricordi il Doctor Who o Guerre Stellari. Potete scegliere.

Mi chiede, con voce secca secca ed elettronica, se avessi pagato il biglietto. Gli dico di sì. Mi restituisce l’euro, ne aggiunge un altro e mi dice di seguirlo. Non capisco il perché ma poco conta.

Chiedo se fossero presepi viventi, quelli esposti.

Lui mi dice che non ne vede esposti.

Effettivamente stiamo solo attraversando un lungo e abbastanza buio corridoio, illuminato da fiammeggianti torce che con la loro luce irregolare mostrano le pareti lastricate della galleria. Mi sembra di essere piombato in un passaggio segreto di qualche secolo fa ma la presenza del robottino futuristico con me mi confonde parecchio le idee.

Ci si presenta davanti una porta, non animata, ma una normale porta di legno. Il robottino mi comunica che oltre la porta c’è una guida che mi aspetta per la visita alla Sala dei Presepi Viventi.

Apro la porta e la sala, grandissima, mi ricorda una di quelle bellissime sale dei musei più classici, magari proprio una della National Gallery.

Di quadri però ne vedo solo cinque, messi su cinque cavalletti, come se appena dipinti e ancora ad asciugare.

La guida mi si avvicina. È un uomo sulla sessantina, grassottello, elegantissimo e con i capelli impomatati all’indietro. M’invita a non perdere tempo che la mezzanotte è vicina.

Avrei voluto fare meglio la sua conoscenza, ma è chiaramente determinato a intraprendere la visita e sciorinare le spiegazioni il prima possibile.

Questo il primo quadro.

Mi dice essere un’opera di tale Filippo Lippi, intitolata “L’adorazione del bambino di San Vincenzo Ferrer”. Come la Nutella, dico io. La mia guida pacioccona ride di gusto della mia battuta. È una tempera su tavola, mi spiega, dando per scontato io ne colga le conseguenze tecniche di tale supporto. Vi ci sono Madonna, San Giuseppe, bambinello, San Giorgio (passato di lì per caso) e San Vincenzo Ferrer che invece di guardare al piccolo Gesù, lo guarda in differita in un piccolo televisore a forma d’uovo. Chiedo come mai sembra che il piccolo Gesù abbia mal di schiena e la mano destra diciamo un po’… storpia. La mia guida mi spiega che a quel Gesù di lì a poco verrà diagnosticata una allora sconosciuta forma di malattia alle ossa. Un sorta di cancro di ossa, in pratica. La schiena è già rigidamente innaturale e fragile, la mano già rotta dai primi peccati del mondo, e la Madonna già lo sa, San Giorgio è giunto lì per dare la non lieta notizia. Giuseppe non sa ancora cosa stia succedendo, pensava di ritrovarsi a fare da padre al figlio di Dio, non a uno storpio. La guida m’informa che in seguito quel Gesù bambino non arriverà nemmeno ai venticinque anni, altro che trentatré. Le figure alle loro spalle, gli amici di zona e qualche conoscente lo guarderanno sempre da lontano, San Giorgio ne sarà amico fino alla fine, San Vincenzo sarà sempre distratto dalla televisione. Per quanto amore ci potesse essere, il volto della Madonna rimarrà sempre così determinato e teso.

Ne resto piuttosto sconvolto. Non me l’aspettavo.

“Passiamo al prossimo, non perdiamo tempo, forza” mi dice la guida.

Si pone, dandosi un tono eccessivamente solenne, di fianco al secondo dipinto. “Il dittico di Melun!” annuncia.

Passa a spiegarmi che quel che vedo è solo scomparto destro, raffigurante la Madonna del latte in trono con bambino. Certo, certo, mi dice la mia guida, quelli dietro sono cherubini e serafini, a seconda del colore. Ma Jean Fouquet non lo sapeva, in realtà. Io confesso di rimanere sorpreso, pensavo fossero diavoli, e tanto meno mi aspettavo di guardare il seno di una donna in un quadro della Vergine Maria.

“Perché? La Madonnina non poteva avere delle belle tette? Guardi che quella lì nel quadro ha il seno rifatto, non trova? I cherubini blu, i serafini rossi, o viceversa, sono i clienti di quella prostituta.”

Rimango sbalordito. Ma dove sono finito?

“Cosa la sorprende? La Maddalena non era forse una puttana? Beh, in questo caso lo è la non così Vergine Maria. È forse un problema? Anche questa “vergine” doveva mangiare per nutrire il proprio bambinello. Guardi: non c’è alcun padre, andato via. Lei rimasta sola, ancora giovane e su di un trono retto da luci rosse e qualche anima blu. Ho spesso considerato quei diavoletti blu come i suoi migliori clienti, quelli che oltre alla mancia lasciavano una buona parola per lei, prima di tornare dalle proprie mogli. Certo, sempre peccatori, ma lei non ha mai agguantato un seno, mi scusi?”

Non rispondo, sono letteralmente a bocca aperta.

“Ecco, non si preoccupi, non verrà scomunicato per queste parole, tra l’altro le sta solo ascoltando no? Diciamocelo, la Vergine Maria non può essere sempre quella scelta dal Signore, dal buon dio. La Vergine Maria è anche quella scelta perché ha le tette più grosse o la gonna più corta. Troppo facile altrimenti. Venga a puttane con me, ascolti le loro storie e poi vediamo chi è il più cristiano dei clienti. Siamo tutti peccatori, sotto la tovaglia buona la sera di Natale. Ora mi segua, abbiamo pochi minuti e ancora tre quadri.”

Il terzo, leggo dalla targhetta, è la Natività Mistica di Botticelli.

Sospiro ammirato, felice di trovare qualcosa di familiare, almeno nel nome dell’autore.

Però mi aspetto già qualche altra botta, qualcosa di strano in arrivo dalla mia guida, appena avrà finito di aggiustarsi il gel tra i capelli.

Mi dice che questa opera è piuttosto controversa, ed è probabilmente l’ultima dell’artista. Le prospettive sconvolte sono volute, l’anarchia finale, dice la mia guida. Ci sono nervi scoperti, tensione, c’è rabbia.

“Questo quadro è un gran bordello, mi permetto, come può vedere. C’è di tutto: la natura, la famiglia, gli animali, la lotta, la luce oltre la foresta oscura. Gente che canta in cielo, gente che balla. Guardi poi in basso quei piccoli adorabili demoni che si trafiggono da soli. È la liberazione dal male, grazie al caos, alla libertà, all’essere quel che si vuole. Non vede qualche tratto gay, in alcune posizioni? Non vede che la grotta, per così dire, sta scivolando via, a causa di uno spossamento? Può starne certo che tutti quei colorati e strambi figuri saranno i primi ad aiutare. In cielo poi… “

“La droga!” esclamo io.

“Giusto, lei può vederci gente che ha preso il volo da terra grazie a sostanze che non posso, mi permetta, sponsorizzare, e queste persone ci vedono da un altro angolo in modo diverso.”

“Quindi quest’opera è anche un invito allo sballo, praticamente?”

“Salga sulla scrivania, se può, in ufficio. Passi dall’altro lato del bancone, al bar. Provi, come diceva il professore nell’Attimo Fuggente, a vedere le cose da un’angolatura diversa. Non credo sia necessario darci dentro con i funghi allucinogeni. E poi guardi il risultato di tutto questo guazzabuglio: Giuseppe pare così rilassato, tutto accucciato, Gesù bambino è felice e insomma, non bisogna sempre essere tristi, altro che penitenza, comunione, penitenza, mea culpa e compagnia bella.”

Mi sorge un sorriso, sono confuso, lo ammetto. Forse non mi è tutto chiaro, forse nemmeno una briciola mi è chiara, ma almeno non mi sento così fuori dagli schemi, come egoisticamente pensavo, e la cosa mi fa stare bene, mi rinfranca.

Ci stiamo spostando sul quarto quadro quando quello che sembra un tuono fa tremare i muri della sala. Rimaniamo in silenzio, un altro tuono ancora, ancora più forte e più vicino. Guardo la guida e lui mi sorride e alza le sopracciglia tradendo un filo di rammarico. Un altro tuono, e un altro ancora dopo nemmeno cinque secondi. La parete alla nostra sinistra inizia a creparsi, come se un mostro gigantesco stesse spingendo dall’altro lato. Altra botta, tuono, frastuono. La parete cede, si squarcia come se fosse una busta di plastica. Ci sono detriti e polvere. Entrano luci natalizie, bagliori pazzeschi, un grossissimo Babbo Natale seguito da bambini grassi e pieni di regali sotto le ascelle. Arrivano come una valanga umana, una musica fortissima fa guerra con loro spontaneo baccano, le cinque tele volano via travolte, io me la svigno giusto in tempo mentre la mia guida viene malamente calpestata. Arrivano, come una seconda ondata, i genitori dei bambini che versano altri regali sugli stessi, e li seppelliscono, e i bambini urlano felici, e Babbo Natale ride come un pazzo. Le tele sono probabilmente già ridotte in briciole, e Babbo Natale ride a crepapelle, di gusto, tirandosi su le maniche della divisa d’ordinanza, i genitori, il presente, l’oggi, iniziano a strisciare le carte di credito a mo’ di rasoio sulle braccia del panzone in barba bianca, esce sangue ed è tutta una fontana che copre i bambini invasati di gioia, lì sotto.

Raccontatemi un’altra storia, la prossima volta, a Natale.

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20% author, 20% composer, 20% musician, 20% IT manager, 20% imagination. www.ivanperilli.com @IvanPerilli www.facebook.com/IvanPerilli e su Amazon e YouTube!

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