Non mi guardare (prima parte)

Sono spesso in biblioteca, durante la mia pausa pranzo. Non mi cibo di carta, mangio prima, alla scrivania (così guadagno tempo e faccio pure bella figura coi superiori, per quel che mi possa interessare e per quel che possa soprattutto interessare a loro). La biblioteca qui a Wimbledon non richiede alcuna registrazione per l’accesso alle sue sale, inclusa ovviamente la sala lettura, quindi quale scusa trovare?
Già, stiamo tornando a Wimbledon e ovviamente la sala lettura per me diventa una sala scrittura.
E’ silenziosa e parecchio grande. Soffitto alto, circondata da librerie a muro. Tavoli grandi sparsi qua e là, gente di tutte le età e fattezze, sparse pure loro. Gomiti, zigomi, mignoli di tutti i tipi, sempre appaiati, uniti da busti unici e singolari nell’aspetto, accompagnati da teste e facce.
Ho un’ora di tempo e ho intenzione di scrivere un articolo per il blog. Ho quel che si dice una mezza idea (piuttosto buona) e voglio spremermi come un limone, vediamo dove mi porta.
Vicino alla finestra, un grosso finestrone che meriterebbe una bella lavata, noto un signore molto anziano. Minimo ottanta, massimo tendente all’infinito. Potrei parlare di lui ora, ma sarebbe fin troppo facile. Potrebbe morire lì seduta stante, potrebbero pure cadergli i bulbi oculari, potrebbe iniziare a uscirgli sabbia dalla bocca e dalle orecchie. Sabbia fine fine, come un processo di svuotamento post imbalsamazione.
La sabbia, negli ambienti giusti, può far paura. In riva al mare, no. Al massimo fa male, tendente all’infinito, ma solo se ne hai le mutande piene.
Ma non sarà questo anziano signore a catturarmi per questo racconto, no. Me lo segno però, è una figura che può funzionare, questo vecchio della sabbia.
Al centro dello stanzone, a un tavolo tutto vuoto, siede una ragazza sulla ventina. Forse trentina, mi sa. Ma troppo magra per dirlo, alterata, sembra una radiografia (per fare il banale simpatico) o sembra l’anima di sé stessa (per fare il miserabile poetico).
Non sono molto lontano da lei, ma mi sembra di esserlo, ma che strana sensazione… Cosa diavolo è? Un fantasma? Uno spettro? Mi sembra come se ci siano trecento anni di distanza tra me e lei invece che, a occhio e croce, dieci metri. E’ minuta, oltre che magrissima. Noto che non ha con sé né un computer né uno smartphone ma solo un quaderno e una penna. Sta scrivendo, è mancina e dalla postura pare come incazzata. Mi viene da pensare stia scrivendo una lettera piena di parolacce, tipicamente all’ex fidanzato.
(Mi stiracchio un po’, inizio a dimenticarmi perché sono in biblioteca, anche se tra poco dovrò tornare in ufficio.)
C’è un tipo grassottello a tre tavoli di distanza da me. Ha un magliettone rosso che rischia di dilaniare con il prossimo respiro. Effettivamente non è grassottello, è proprio una balena pazzesca. Però ha una faccia simpatica… ma crucciata. Sta fissando il vuoto, di grasso mi sa che ha pure gli occhi. Mi sembra come gli stia uscendo un filo di fumo dalla testa, non dalle orecchie, ma proprio dal cucuzzolo della testa. Sì, è chiaramente fumo, un filino sottile e grigio.
Ma che? Sta andando a fuoco? Che faccio? Lo avviso?
Dalla stessa seminascosta sorgente di fumo vedo uscirgli, sempre a questo panzone, come delle leggerissime goccioline nere, microscopiche ma ben visibili. Come se fossero elettrizzate, irradiano una leggera luce che permette di seguirle chiaramente nell’aria. Salgono alte, almeno un metro sopra la sua testa e iniziano a distribuirsi, saranno migliaia, a formare una sorta di striscione, come un banner pubblicitario lungo un paio di metri, su di lui.
(Leggo…)
“STRONZO CHI LEGGE”
Dovrei scappare a gambe levate ma mi viene da ridere, e sono anche allibito. Un ciccione atomico ha prodotto tipo ciminiera una valanga di goccioline d’inchiostro che gli hanno formato la scritta “stronzo chi legge” sulla testa, come la nuvoletta di un fumetto, solo molto più aggressiva, per giunta proprio in una biblioteca.
Capisco al volo, deve essere una candid camera. E’ uno scherzo, le telecamere saranno nascoste dietro le tende. Sorrido ostentatamente agli altri presenti ma sono tutti chini sui loro libri e computer, tutti paiono immersi nei loro pensieri.
La frase è ancora lì che aleggia. Noto pure che è scritta in italiano, ma io sono in Inghilterra. Forse il grassone è italiano?
“Tecnologia Babel Fish installata negli ambienti” — recita una scritta sul muro, in verde cosmico e anche in questo caso in italiano.
Penso a lui, a Douglas Adams, e accetto di buon grado l’informazione.
Come però posso accettare che quel tizio si sia trasformato in un pannello pubblicitario? Do per scontato che quello sia il suo pensiero, anche se giusto un pizzico polemico nei confronti di tutti.
Una forte volata di vento mi fa girare la testa verso sinistra, alla ragazza magrissima. Porte e finestre, tutte chiuse. Da dove venisse il vento, ora, non saprei dirlo.
Anche lei ha girato la testa, suppongo per la stessa folata, dandomi così la nuca, da lontano, per un attimo.
La ragazza minuta mi sembra quasi stia diventando trasparente, tanto la avverto lontana.
Mi guarda.
Ora mi sta guardando dritto negli occhi, senza accennare alcuna espressione. Dritta con l’attenzione, mi penetra con lo sguardo, per quanto vacuo. Sento un rumore di un treno, è il fischio, anzi. Mi volto di scatto, me l’ero sentito arrivare da lontano, alle spalle. Girandomi vedo che la nuvola “scortese” del ciccione è diventata una chiazza scura, quasi come una pozza di petrolio. Sempre sospesa in aria sulla sua testa, comunque. Mi rimetto ordinato sulla sedia e inizio a credere sia solo un sogno, senz’ombra di dubbio. Colpa delle cozze, dei peperoni, della cheesecake al plutonio, non lo so, colpa di qualcosa ma cerco di svegliarmi e non ci riesco.
La ragazza è ancora lì. Appena la guardo lei subito rialza gli occhi dal quaderno e mi rifissa nei miei di occhi, con calma e risolutezza. Io reggo lo sguardo e subito risento il treno in lontananza. Non mi giro, anche se lo sento arrivare. Lei non cede, sembra non rappresenti alcun problema per lei rimanere a fissarmi così, quasi da un altro mondo. Il treno ora dovrebbe essere davvero vicino, il fischio è forte, l’aria trema. Non vedo perché dovrei crederle, quindi continuo anche io a mantenere lo sguardo. Quel treno di certo non esiste, anche se lo avverto chiaramente in arrivo alle mie spalle.
(continua? Eccoci: Non mi guardare (seconda parte))
(se ti piace quel che hai letto, assicurati di aver già letto la storia sulle origini della ceretta, oppure che ne dici di considerare uno dei miei romanzi su Amazon?)
