Non mi guardare (seconda parte)

Prima d’iniziare a leggere, hai letto la prima parte di questo racconto? No? Eccola: Non mi guardare (prima parte)

(… e qui a seguire la seconda parte)

Avverto un chiaro brivido di paura, tremo un attimo. Il rumore del treno diventa quasi assordante, mi arriva da dietro. Mi centra in pieno, alle spalle. Rimango seduto mentre tutto il mio corpo mi si spiaccica su una parete della biblioteca, con il treno che vi ci scorre dentro. Vedo tutte le mie interiora volare via e un dolore lancinante mi colpisce, mi squarta in due. Non grido, non riesco a gridare, sono inchiodato alla sedia mentre il mio corpo si disintegra frantumandosi con lo schianto, vedo le mie ossa e la mia carne sbalzare lontano. Era un treno lungo, e quando finisce sono senza fiato, come se poi fossi riuscito davvero a gridare. La ragazza minuta è sempre lì che mi guarda, non so decifrare se con soddisfazione o cosa. Io mi guardo il corpo e in un certo senso è come se non ci fosse più, è tutto maciullato ora. Deve essere un trucco, devo essere vittima di qualche eccellente gioco di magia, di uno di quelli spettacoli televisivi che avrebbe fatto David Copperfield vent’anni fa. Ripenso che potrebbe trattarsi di un sogno, mi do uno schiaffetto sulla guancia, anche piuttosto forte stavolta. Il dolore mi sveglia quasi non so da cosa, batto e ribatto le ciglia, ma sono ancora in biblioteca. Il sangue non c’è più, ho tutto il mio corpo di nuovo. La ragazza non mi guarda più, ora volge lo sguardo fuori la finestra. Davanti a me sul mio tavolo della sala lettura è comparso un trenino giocattolo, il modellino di un solo vagone. D’istinto lo prendo, è di plastica e metallo, e toccandolo non noto che ha un lato leggermente ammaccato che così rende acuminato uno degli spigoli. Mi ci graffio leggermente a quello spigolo, ritiro istintivamente la mano e noto che mi esce una minuscola goccia di sangue dall’indice destro. La ragazza scoppia a ridere, tutti la guardano e lei si scusa. Con un fazzoletto mi pulisco il dito, continua a uscirmi una nuova gocciolina di sangue, così decido di aspettare e lasciarla seccare.

Cerco quindi di concentrarmi sul mio essere lì in biblioteca, per scrivere e non per farmi travolgere da quelle diavolerie. La possibilità che una biblioteca possa sempre essere un covo di fantasmi o svitati va sempre tenuta presente ma non sarebbe corretto generalizzare anche perché in tal caso il mondo accademico sarebbe un inferno e non ci sarebbero più laureati, tranne quelli in qualche laurea che ora potrei liberamente offendere ma per questa volta non me la sento, qui ci sono già troppi problemi.

Ho ancora venti minuti, almeno qualche email la posso mandare, qualche buona idea la potrei pure almeno inizializzare. Ma ecco il terzo incomodo, il terzo fantasma del Natale, dopo il panzone dello stronzo chi legge e dopo la ragazza del treno. E’ uomo, sulla quarantina, una maglietta bianca con dei microscopici gabbiani disegnati sopra. Questo rappresenta la sua normalità.

Si aggiusta la sedia, tirandola un po’ sotto la scrivania.

E’ seduto al tavolo di fianco al mio, lo vedo con la coda dell’occhio.

Lo vedo che si riaggiusta la sedia, un poco più indietro. La riaggiusta ancora, tirandola a sé.

Ancora, un po’ più alla sua sinistra, giusto un paio di centimetri. Si tocca le sopracciglia, prima la destra poi la sinistra, sposta la sedia, sembra rimetterla apposto dove era prima, anche se non si era spostata per niente, secondo me. Torna alle sopracciglia, questa volta prima la sinistra e poi la destra. Ci sono due penne vicino a lui, le scambia di posto. Controlla i tappi, le scambia nuovamente di posto.

Il ciccione dal suo tavolo si alza, senza nuvola d’inchiostro. Si avvicina a quest’uomo pieno di tic nervosi, si posiziona alle sue spalle, mentre l’uomo è ancora seduto. Ecco che il panzone afferra il collo di questi, con entrambe le mani, in una presa ferma. L’uomo dei tic si agita, cerca di strappare via quelle grasse mani dal suo collo ma quell’ammasso di lardo pare avere una forza immane in quelle due pale di ciccia.

Nessuno muove un dito, tantomeno io.

L’uomo dei tic collassa di faccia sul tavolo, la faccia stravolta, credo sia morto.

Il ciccione torna al suo tavolo e veloce riappare la nuvoletta d’inchiostro.

“NON MI GUARDARE”, leggo scritto sopra la sua testa.

Forse l’uomo dei tic lo stava osservando. Io volgo lo sguardo altrove, in maniera plateale, per far sì che lui noti la mia ubbidienza.

Attendo un breve minuto, facendo finta di essere perso nei miei pensieri. Poi esco, torno al lavoro, al sicuro.

… clicca qui per la terza parte…

(ti piace quel che hai letto? Seguimi allora qui, ci sono un sacco di modi per non perdersi altri miei racconti. Intanto rilassati con qualcosa di diverso)