Sul palcoscenico, sempre.

Un tempo ci si presentava ma forse ora la tattica migliore è nel far credere di esserci sempre stato, o stati? Con questo pessimo inizio mi è appena andata una fetta d’anguria di traverso nell’occhio.
Avviciniamoci al palcoscenico.
Si scrive per passare il tempo, in maniera costruttiva ed ergonomica per lo spirito e per il cervello. Scrivere fa organizzare le idee, ci chiarisce i nostri stessi concetti e, se siamo bravini, una birra gratis ce la si becca (a cadenza semestrale). Ovviamente non è tutto oro quel che luccica. Gli inglesi la chiamano “stage fright”, gli italiani la chiamerebbero pure “strizza” ma è fondamentalmente la paura del palcoscenico. Io ora scrivo e nessuno mi giudica. Poi pubblico e probabilmente nessuno mi legge. Ma se qualcuno mi dovesse leggere e aggiungere un commento ecco che sale la stage fright, quando vedo la notifica. Un attimo dopo tutto passa, poiché il commento era solo spam di un bot. Alziamo l’asticella. Mi è capitato di leggere in pubblico (una persona) alcuni passi delle mie storie e di tremare all’idea di cosa stesse per succedere nella testa dell’ascoltatore. Alcuni miei personaggi sono degli svitati e possono dire o fare cose un poco strane che, una volta recitate, fanno passare per strano anche te che le leggi ad alta voce. L’aggravante è che io non posso dare la colpa al bislacco scrittore. Allora fai buon viso a cattivo gioco e interpreti alla grande i tuoi vergognosi dialoghi. E’ una strizza in differita, non è chiaramente previsto, quando scrivi lo fai all’ombra di un sottoscala mentale non pensando alla reazione del pubblico (tre persone). Ok, a volte ci penso pure ma non costantemente.
Scrivere porta anche occasionalmente alla schizofrenia. Credi in una cosa perché il tuo personaggio è così che pensa. Quando scrivi, devi essere lui per renderlo in maniera verosimile, ma anche il pubblico (fate voi quanti) crede che lo scrittore la pensi così quindi se un tuo personaggio è un misogino nazista (e questo ce l’ho, nel mio album di figurine) allora capita che qualcuno ti chieda se tu davvero la pensi così. Perché questo succede? Non lo so ma temo sia pressapochismo. Gente che non è abituata a leggere e crede che tutto abbia una provenienza autobiografica, come se Tolkien avesse amici hobbit o Hemingway si fosse fatto una chiacchierata in barca con un pescione. Ricordo un caro amico che, dopo aver letto il mio primo romanzo (che non era affatto autobiografico) mi confidò di esserci rimasto un po’ male perché non aveva trovato riferimenti alla sua persona. Similmente un mio parente mi chiese la corrispondenza tra i personaggi e le persone che conosco. Quasi sconvolge l’idea che le persone che ti conoscono personalmente leggano i tuoi racconti cercandocisi dentro. Ma purtroppo io invento tutto, salvo casi così interessanti che vale la pena riportare integralmente. Finora zero di questi casi. C’è chi scrive, c’è chi legge, chiara distinzione. Chi vuole essere protagonista lo faccia nella vita e qualcuno poi ne parlerà se ne varrà davvero la penna.
E’ che siamo tutti narcisisti, qui casca l’asino (e si fa malissimo). Vogliamo essere sul palco, possibilmente uno virtuale così non dobbiamo nemmeno metterci le scarpe. Se proprio troviamo qualcuno migliore di noi (sia questo Jack Kerouac, Margherita Hack o LeBron James) allora cerchiamo di essere quelli esperti sulla loro persona, quasi a scatenare la gara a chi è il fan numero uno. Buoni e quieti non ci si riesce a esserlo, a gustarsi l’opera di qualcuno per il piacere di farlo (e magari di pagarlo). Credo che l’utilizzo eccessivo di parentesi aperte e chiuse sia per prima cosa un segnale di ordine (chiudo quel che ho aperto) e in secondo luogo un campanello d’allarme: le divagazioni vengono tenute a bada, per ora.
Ci sono testimonianze di “lontani orientali” che, in prenda al panico più totale, sgomitavano tra loro per essere i primi a taggare gli altri nel “check-in” al concerto di, improvvisiamo, Muzio Scevola. Capisco, forse non mi sono spiegato bene. Immaginate un gruppo di amici tutti pesantemente dipendenti da social network. Il gruppo di amici va a un concerto e si cerca di essere i primi a postare su Instagram/Facebook la propria presenza al concertone, taggando gli amici stessi con cui sono lì e si fa gara! Non sto inventando. Lo so che non c’è spiegazione o, meglio, non c’è spiegazione senza passare per una patologia.
Ma non cerchiamo di cambiare il modus operandi di questo scorcio di terzo millennio. Per esempio, questo articolo andrebbe condiviso sulla tua bacheca, per farlo tuo.