La società non è un mostro invisibile e invincibile

La società come una forza eterea che agisce sulle vite degli uomini senza che essi ne siano parte. Invece di includere tutti in essa, la parola “società” diventa il pretesto per attribuire la colpa delle cose sbagliate a un’entità superiore sulla quale non abbiamo alcun tipo di controllo. E non potendola controllare, automaticamente decliniamo ogni responsabilità da quello che la società impone al singolo individuo. Se la società impone alcuni stereotipi in cui non tutti si ritrovano, se la società predilige un sesso invece che un altro o un orientamento sessuale al posto di un altro, poco importa se condividiamo o meno la linea più forte. Si tratta della società, non di noi, noi non siamo d’accordo ma d’altra parte non possiamo farci nulla, noi singoli esseri umani contro questo mostro insaziabile e onnipotente. Bisogna chinare la testa, dare una pacca sulla spalla al malcapitato che sta raccontando il suo disagio nel suo non essere ciò che la società si aspetta, nel sentire come un insulto un aggettivo che lo paragona al sesso “debole”. E lui, povero, deve fingere e adeguarsi che sì, la società sbaglia, ma non cambia da oggi a domani, quindi è inutile la sua resistenza.

Questa riflessione scaturisce da un problema abbastanza comune, soprattutto negli adolescenti e nei post-adolescenti: sentirsi dare dell’ “effeminato” senza che le proprie azioni facciano guadagnare questo titolo è un motivo di disagio, in una società che vede (ancora) nelle donne il sesso debole e promuove l’immagine di uomo virile e forte come nell’antica Sparta. Ma non voglio soffermarmi sul caso in sé, quanto sulla discussione che ne è scaturita dopo. Di fronte al mio consiglio di non ritenere effeminato un insulto, in quanto non c’è nulla di male nell’essere paragonato a una donna, come per una donna non dovrebbe essere un insulto essere paragonata a un uomo, o per un uomo essere paragonato a un gay, e di fare di questa peculiarità una forza, un tratto distintivo, una qualità di cui andare fieri e su cui ironizzare in quanto caratteristica propria dell’individuo, al di là del senso dispregiativo che le persone danno a questa parola, mi è stato risposto che ho provato a sminuire il problema che invece c’è perché la società maschilista impone il modello di uomo virile. E che per quanto possiamo lottare nel dire che essere paragonato a una donna non è un’offesa, la società impone questo modello e la rende, a tutti gli effetti, un’offesa di cui crucciarsi e soffrire. La società maschilista c’è e non cambia dalla sera alla mattina, mi è stato riferito. Dirgli di non considerarlo un insulto è sbagliato, la cosa migliore è indirizzarlo in modo che possa amalgamarsi con i propri coetanei ed essere felicemente inserito in una categoria socialmente accettabile. Fingere di essere ciò che non è per essere accettato e accettarsi, perché provare a resistere è inutile. La società è così.
La società sono le persone.
Questo continuo gioco di deresponsabilizzazione rende difficile arrivare a un cambiamento vero. Tutti sanno cosa c’è che non va nel mondo odierno, ma nessuno ne è responsabile. Tutti sanno che ci sono gravi problemi ecologici, ma “non sarà mica la mia differenziata sbagliata a fare la differenza”. Tutti sanno della corruzione o delle raccomandazioni ma “non sarà la mia voce a fermare il processo”. Tutti sanno che gli stereotipi di genere o di orientamento sessuale girano ancora, o che essere donna non significa avere qualcosa di meno degli uomini, o che non è giusto conformarsi a un modello prestabilito di persona per inserirsi all’interno del contesto sociale. Ma la società.
Da Treccani; Società: Insieme di uomini organizzato sulla base di un sistema più o meno strutturato di rapporti naturali, economici, culturali, politici.
La società non è un essere superiore che governa le nostre vite; è un superorganismo che vede negli uomini, nelle persone le proprie cellule, riunite a formare tessuti e organi. Un cancro parte sempre dalla mutazione di una singola cellula: una singola cellula tumorale non può uccidere un organismo. Ma se la mutazione interessa più cellule, o se quella cellula comincia a dividersi in modo incontrollabile, a passare le sue informazioni genetiche “diverse” ad altre cellule, allora qualcosa cambia nell’organismo. Nel caso del tumore, cambia in peggio. Ma il sistema è lo stesso. Citando un capitolo di Sandman “Un sogno di mille gatti” il sogno, l’idea di un solo uomo può plasmare gli altri. Mille uomini che capiscono e considerano un’idea sbagliata sono ancora pochi rispetto alla società, ma possono diffondersi. Nessuna rivoluzione, nessuna, è avvenuta in un giorno per un cambio di umore della società. Sono le idee più moderne che strisciano nei vicoli, che si insinuano nelle persone, che inducono la ribellione, che cambiano il modo di pensare. Se non abbiamo la mentalità feudale non è dovuto a una creatura dai poteri paranormali di nome società. Noi siamo la società. Siamo una cellula su un milione, ma viviamo a contatto con migliaia di altre cellule che dal nostro esempio possono modificare il loro comportamento. Con il dialogo, con l’abbattimento degli stereotipi, con la difesa degli individui che risultano più minacciati. Il male che una comunità fa a una persona facendola sentire meno, peggiore, diversa, è equiparabile a quello che fanno gli individui che alzano le spalle e consigliano di adattarsi, che tanto non c’è nulla da fare, che non sarai mai più forte della società. Ma la società sono essi stessi che si piegano passivamente al pensiero della maggioranza, pur non condividendolo; siccome non lo condividono, credono di non avere responsabilità sul dolore del discriminato. La responsabilità c’è: ogni volta che si tace, che si guarda dall’altra parte, che non si lotta per ciò che è giusto, col timore che il proprio intervento sia inutile, si è corresponsabili. Si cerca di passare per vittime, ma in realtà si è carnefici tanto quanto gli altri, cellule inerti al servizio della sopravvivenza e dell’automantenimento della società che diventa, a questo stadio,pur non essendolo, un mostro imbattibile.