Di Socialismo, leggi elettorali e altre amenità…

Cosa possiamo imparare dagli ultimi sviluppi elettorali in Europa e non solo?

Mentre si finisce di contare l’entità del disastro dei Tories guidati da Theresa May possiamo cominciare a fare una serie di piccole e grandi riflessioni basate sul dato generale. In UK avere il 40.3% dei voti non conta nulla, come negli USA conta la sua distribuzione, tuttavia avere maggioranze o tornare ad essere protagonisti magari vincendo in collegi dove mai si era vinto in un secolo di storia elettorale, è chiaramente un segnale importante, di vitalità. Passare come ha fatto Corbyn da essere considerato un “pesce (rosso) bollito” (addirittura fu considerato un “disastro”, nel PD) che avrebbe tracollato il suo partito ad un impresentabile 25% e un centinaio di seggi persi ad eroe con oltre il 40% e circa 30 seggi vinti in più rispetto al suo predecessore, ha dell’incredibile (meno di 30 giorni) ma non è sconvolgente come si crede. I laburisti inglesi hanno semplicemente fatto quello che i partiti eurosocialisti (PD compreso) non fanno più: parlare a difesa degli ultimi, parlare di beni comuni, di welfare, di protezione dei diritti dei lavoratori, di equità fiscale, di socializzazione del sapere. E pensate un po’? Tra chi soffre di più i voti li hanno presi loro. Il 60% degli under-34 vota Labour in UK. Se un partito si insedia così pesantemente in una generazione non ce n’è per nessuno. Da noi (non con quelle cifre però) sono i 5 Stelle, un movimento di destra, che si è posto come punto di riferimento. Pensiamoci.

L’affermazione elettorale di Corbyn segue quelle inedite di Melenchon in Francia e delle ristrutturazioni a sinistra nella penisola iberica, o la vittoria di Syriza in Grecia qualche anno fa. Come hanno fatto? Non pensando che l’unico obbiettivo fosse vincere le elezioni, insediandosi nei rispettivi paesi, parlando della trappola della globalizzazione, occupandosi dei diritti fondamentali, della vita delle persone, di élites che hanno tradito le rispettive comunità. Dopo la sbornia neoliberista mondiale, dopo 10 anni di crisi economica, dopo che anche paesi non-Euro come l’Inghilterra ha basato la sua politica socioeconomica sull’austerità, ci siamo resi conto che questa lettura del mondo è sbagliata? E con quali parole? Perché dalla privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite (come cioè si è svolto il flusso economico negli ultimi 40 anni in Occidente) si esce in due modi: con la xenofobia e la chiusura delle frontiere, mantenendo però il sistema economico inalterato oppure, oppure, contestando il sistema economico senza prendersela con i poveri. Insomma c’è una uscita da destra e una da sinistra, se non si vuole cambiare il sistema economico (che non vuol dire socializzazione dei mezzi di produzione, quello magari tra qualche tempo) allora per forza (anche con le migliori intenzioni) si è per lo sfruttamento delle persone siano essi migranti, profughi, terroni o precari. Tertium non datur.

Ora un fatto inedito che non è più tale: nel giro di poco più di 10 anni anche il sistema Westminster è andato in crisi. La sera delle elezioni non si sa chi più chi vince. Per la seconda volta in poco tempo siamo di fronte alla necessità di una coalizione o a un governo di minoranza. Cosa ci dice questo? Quello che da un po’ di tempo cerco di far capire a chi mi chiede perchè io — da maggioritarista convinto — sia diventanto scettico. Perché non si può costringere un paese ad avere un vincitore se il popolo non è d’accordo. L’uninominale è (forse) il migliore dei mondi possibili in un sistema bipartitico come gli USA. Aveva senso in Italia fincé c’erano i partiti-coalizione come Ulivo e Casa delle Libertà che in pratica funzionavano come Dem e Rep. In un paese multipartitico le distorsioni sono troppo grandi per essere accettabili. L’UKIP alle scorse elezioni pur avendo il 15% di consensi ha eletto 1 parlamentare sui 650 disponibili. E’ una compressione della rappresentanza troppo grande. I sistemi maggioritari in una fase di società liquida forse sono una iattura e non una risorsa. Più di metà dell’Europa continentale va avanti da 70 anni e più con sistemi ultra proporzionali e governi di coalizione. Sono meno democratici? La Germania è meno democratica della Francia? Solo sistemi misti, possibilmente eleganti e senza premi di maggioranza possono contemperare le due esigenze di rappresentanza e governabilità. Oppure il sistema spagnolo proporzionale puro ma collegi piccoli. Chi è fortemente radicato entra comunque, c’è una distorsione ma nessuno resta fuori praticamente. E’ la fase storica che lo richiede.

La fase storica ci chiede oggi anche di pacificare il paese, riconoscendosi l’un l’altro e di rivedere tutte le nostre convinzioni (specie dopo il 4 dicembre…). Oggi con un paese rotto in 3 tronconi non c’è legge elettorale che non cacci dal Parlamento almeno un terzo dell’elettorato, se si vuole la governabilità a tutti i costi. Questo uccide la democrazia. Questo destabilizza le istituzioni, non potersi riconoscere in esse. La politica è l’arte del compromesso per un bene superiore. Se due o tre forze politiche non sanno stare insieme non sono forze politiche, sono qualcosa d’altro. Oggi per sanare il Paese bisogna far parlare tutti (questo è la funzione storica del parlamento) e dare peso alla voce di tutti, riconoscendo il peso di tutti i conflitti, altrimenti la storia ci ha già insegnato come cosa succede se una fetta della popolazione non si sente rappresentata: assalta il palazzo…

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