Ipotesi per una sinistra nuova

Appunti dal lontano 2012

E’ parte centrale del dibattito italiano della sinistra e sulla sinistra che cosa voglia dire questo termine, a quali politiche corrisponda questa parola e — sebbene più sullo sfondo — a quale politica.

L’italiano, lingua ricchissima di parole e costrutti semantici, in questo caso ci mette di fronte ad una povertà lessicale che è anche una sfida. In Italia si definisce “Politica”, l’arte del prendere decisioni e saper portare avanti una trattativa, comporre, attaccare, ma non solo. Nella “Politica” c’è la strategia, i valori, l’etica, e anche la retorica, nel senso migliore della parola: un buon politico rappresenta tutto questo. Le “politiche”, al plurale, con la “p” minuscola, sono le cose da fare e le scelte tecniche. Con la politica si intende anche quella parte di società che si occupa della cosa pubblica dalle istituzioni ai partiti. Che le tre cose spesso viaggino insieme è perfino ovvio, che coincidano e si perdano l’uno nell’altra, molto meno. I tre termini sono la traduzione degli inglesi “politic”, “policy” e “polity”. La prima è la visione, la seconda è la prassi, la terza la “comunità” della politica. L’avere tre parole distinte evita che si parli di cose quando si parla di idee e viceversa. In questo caso il machiavellismo italico si rifugia nell’ambiguità per confondere l’avversario, a volte talmente bene che il “truffatore” si truffa da solo e si convince di ciò che dice, scambiando cause ed effetti, idee con strumenti, e — cosa più seria — i mezzi con i fini.

In Italia — paese notoriamente conservatore — l’idea più diffusa è che esista un “centro” diverso da una “destra” e una “sinistra” dello schieramento politico. Così è stato per oltre 60 anni di vita repubblicana in quella che ormai si definisce come “Prima Repubblica”. La trasformazione della società, i fatti internazionali, la crisi filosofico-politica delle forze della sinistra tradizionale (da noi in maniera anomala rappresentata dal PCI), i movimenti referendari del 93’ e la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, hanno provocato una prima — seppur imperfetta — bozza di bipolarismo e di divisione della società lungo una direttrice inedita per l’Italia: la possibilità di influire direttamente sul Governo del Paese, determinandone la salita al potere tramite il voto.

Specialmente a sinistra è stato uno sconvolgente cambio di paradigma, una vera e propria rivoluzione copernicana visto che il processo di svolgimento delle elezioni era falsato dalla “conventio ad excludendum”, per cui (fatto salvo un improbabile 51% a cui lo stesso Togliatti non credeva e non perseguiva poiché sarebbe stata una implicita accettazione del principio liberaldemocratico dell’alternanza di governo) il PCI era impossibilitato ad essere preso in considerazione per la guida dello Stato. Almeno per quello che riguardava la partecipazione al Governo. Non è del resto mai mancata una responsabilità da parte dei comunisti nei governi locali di tutto il Paese e una sorta di golden share nelle politiche del lavoro data la contiguità tra PCI e CGIL. Per non parlare di tutti quegli ambiti statali e parastatali dove l’egemonia è stata portata avanti coscientemente e che dunque ha influito sulla società e sulle “policy” del Paese. E tuttavia non era l’unica sinistra, era solo quella maggioritaria.

L’altra sinistra era quella rappresentata sin dal dopoguerra dal PSI, uno dei più antichi partiti italiani, fondatore delle cooperative, dei sindacati e interprete delle istanze dei lavoratori. Sempre attraversato (assai più dei suoi omologhi tedeschi e francesi) da una carica rivoluzionaria, ha infatti visto dalla propria “sinistra”, sorgere personale di alto profilo come Mussolini, Bordiga, Togliatti e il mai troppo apprezzato Gramsci. A fare le spese di questa inquietudine, come è noto, fu il gruppo dirigente riformista del partito: Treves, Turati, Matteotti. Essi pagarono questa turbolenza, chi con la vita, chi col discredito e l’oblio. Dall’ala rivoluzionaria — qui naturalmente non si può che semplificare — nacque tanto il PCI, infatuato della svolta bolscevica, che si stava consumando in Russia nel 1917, quanto il Fascismo. In entrambi i casi la direzione che venne impressa al movimento politico socialista italiano fu quello dello statalismo, non solo inteso come intervento a riequilibrio, ma anche come dirigismo, come pianificazione economica delle “politiche”.

Ad un padrone (l’Imprenditore) se ne sostituiva (o si tentava di farlo) un altro (lo Stato). Davvero una magra consolazione per il lavoratore. Entrambi — lo Stato e il Padrone — sono strumenti efficaci ed efficienti del Capitale, una prova empirica è ravvisabile proprio nella Cina post-maoista, dove si è diffuso un capitalismo di stato molto aggressivo e dove la saldatura tra le due entità classiche che hanno generato i concetti giuridici di “privato” e di “pubblico” si sono alleate, addirittura confuse laddove — non senza un grado di innovazione — molti piccoli “comuni” (villaggi) si sono trasformati in “società” per poter ottenere maggiore libertà di azione: i cittadini cinesi di molte piccole città si sono trasformati di fatto in azionisti o membri di una cooperativa. E’ evidente che alle imprese in Cina si da molta più libertà e spazio che non ai cittadini e i sindaci sono molto più efficienti se trasformati in Amministratori Delegati. Paradossi della storia o naturali conseguenze di un sistema concepito nell’assenza di un chiaro concetto di libertà individuale e collettivo? Il costo di questa efficienza tuttavia è un enorme compressione della libertà individuale e collettiva. I costi di questa assenza di libertà sono innumerevoli mancanza di libertà di fede e di parola, la politica del figlio unico (che si sta dimostrando un danno), per non parlare ovviamente della impossibilità di avere governo diverso da quello imposto dal Partito.

In Italia non siamo arrivati a tanto. Da noi tuttavia si scambia l’intervento dello Stato con l’intervento della Politica, e delle politiche. La risposta dello Stato, lo statalismo, è una risposta, una tra molte altre possibili, non sbagliata in assoluto, ma nemmeno dogmaticamente salvifica. Soprattutto il dogma dell’infallibilità dello Stato in una fase di calo strutturale delle risorse e di debiti alti che pregiudicano e strozzano ogni scintilla di vitalità, deve essere messo in discussione come la pratica del sacrificio degli infanti nelle società antiche. Il futuro non può venire messo a repentaglio dal culto per un dio di pietra ormai muto, un dio che non dice più nulla e che fa sopravvivere la comunità a scapito delle nuove generazioni. Oggi bisogna ripensare i rapporti sociali all’insegna della reciprocità e della libertà, questo vuol dire superare in maniera definitiva un dualismo che ha ormai poco senso (o ne ha sempre meno): qualcuno perderà qualcosa a vantaggio di una nuova concezione del diritto “diffuso” su più soggetti ma non per questo di minore efficacia. In questo caso il diritto suddiviso si moltiplica: tanto più esso è diffuso in maniera omogenea tanto più — come le maglie di una corazza — è in grado di offrire la medesima protezione e al contempo la giusta flessibilità. Il mondo globalizzato non offre nemici, ma solo opportunità, bisogna poter correre per coglierle.

I paesi che si affacciano, dopo decenni o secoli, sulla via della ricchezza hanno la forza della fame e l’energia della giovinezza, cosa che l’Europa ha perso. Un nuovo patto che metta al centro le famiglie, le esigenze educative, la ricerca e uno spazio politico comune è tutto quello per cui valga la pena combattere come partito di sinistra. Il Partito Democratico deve guardare al futuro: il futuro è fatto di ricerca, educazione, formazione costante e di una rinnovata attenzione verso la famiglia, il tema della crescita demografica è indissolubilmente collegato a quello della crescita economica, della prosperità. Non è un discorso religioso, ma di buon senso. Non c’è investimento dove la paura governa i cuori e le menti. Non c’è paura del futuro dove ci sono culle piene. Esempi concreti vengono perfino dal cuore dell’Europa occidentale, la Francia è l’unico paese con 2.1 figli per donna, altrove i tassi di natalità dei Paesi Bric sono molto più alti che quelli Europei. Negli USA è allo stesso livello dei francesi.

La sinistra del buon senso non lascia indietro nessuna idea, non ce n’è una sbagliata o una giusta a priori. Tutti gli strumenti sono utili purché abbiano un fine unitario: la libertà dell’individuo (inteso come persona) e della società vale a dire della declinazione pubblica degli individui: il riconoscimento delle aspettative personali, e pubblicamente il ruolo di famiglie e delle associazioni sono il segno della volontà di autorganizzazione secondo i propri fini e la propria legittima aspirazione di felicità e di solidarietà. E’ un bene non solo da mantenere, ma da accrescere. E’ la società che va valorizzata e responsabilizzata, il principio federale, sussidiario e la responsabilità impositiva e politica delle amministrazioni locali sono la chiave di volta per evitare gli abusi. A costo di un grandissimo impegno civico, che responsabilizza il cittadino al di là dei partiti inserendolo nella politica tout court: la gestione della propria comunità, la polis. La ricerca di una propria dimensione in cui la felicità personale, sociale e collettiva deve trovare un punto di equilibrio, sempre più difficile in una società frammentata come quella attuale, ma non per questo la risposta ad una sfida di questo tenore sia tutto a vantaggio del polo collettivo solo perché sull’altro braccio della bilancia esiste un eccesso di polverizzazione. L’equilibrio tra queste due esigenze è difficile quanto quello del funambolo che deve trovare il modo — per procedere in avanti — evitando di perdersi tra la propria destra e la propria sinistra. Ma se avesse dubbi sul suo cammino, sulla sua meta, non ci sarebbe nessun progresso, nel migliore dei casi la stagnazione, in quello peggiore il default di ogni propria aspirazione. Solo la caduta dunque e nessuna palingenesi, nessuna possibilità di ammirare, per così dire, il “sole dietro la collina”.

Del resto il modo di pensare la società e i rapporti tra individui e tra di essi e la società, è lo specchio del modo di concepire un partito e il rapporto tra esso e quella medesima società. Uno dei più gravi motivi di degenerazione dei grandi apparati partitici della cosiddetta “Prima Repubblica” è stato una cattiva percezione del nesso tra mezzo e fini: per i partiti di ispirazione cattolica, un travisamento del concetto di “male minore” e per quelli di matrice marxista, l’idea che “il fine giustifica i mezzi”, data la preminenza del collettivo sull’individuo per il quale — coscientemente o meno — la morale e l’etica sono sovrastrutture borghesi. Tutto è fattibile per il bene superiore, compresi gli abusi. Oggi quello che si deve promuovere è un nuovo civismo al fine di creare — il più possibile — una nuova “etica repubblicana”. Solo condividendo davvero tra tutti noi i doveri della “Res Publica” potremo evitare degenerazioni clientelari che pesano anche sulle coscienze dei singoli: siano essi cittadini, quadri o amministratori dei partiti. L’idea di doversi sacrificare per la società, per scongiurare il pericolo rosso (prima) o l’avvento berlusconiano (poi), o al fine della vittoria della classe operaia sull’ordine borghese (durante) ha messo in cima alle preoccupazioni della classe politica italiana un’ansia da risultato, una idea “totalitaria” delle esigenze del partito, di qualunque partito. Se vogliamo inaugurare la Terza Repubblica, a qualunque costo dobbiamo dirci chiaramente che “noi non siamo disposti a tutto”. Smetteremo di essere martiri ed inizieremo — forse — ad essere uomini e donne che fanno politica.

Un’altra idea di Sinistra, una Sinistra nuova, scaturisce dal fatto che quella che c’era prima non ha portato i frutti sperati e soprattutto che l’esperienza storica del socialismo va ripensata alla luce del mutamento radicale che le nuove tecnologie, l’esperienza della globalizzazione, la fine della Guerra Fredda, il rinnovato ruolo pubblico della religione, le sfide del pensiero antropologico e filosofico e il processo spesso contraddittorio di individualizzazione della società di massa hanno impresso alla società nel suo insieme. L’insorgenza di una coscienza ambientalista, l’idea di un paradigma diverso di consumo, la necessità di difendere nuovi diritti come la privacy, i diritti intellettuali, o quelli legati alla bioetica, così come l’accresciuto peso della creatività nei processi di produzione ha creato una nuova relazione tra Capitale e Forza lavoro. Solo nella libertà creativa il capitalismo trova nuove idee e nuovi prodotti, solo nella libertà creativa trova nuovi mercati in cui vendere le merci e i servizi. Questa libertà è il nuovo patto tra capitale e masse, lo sfruttamento del primo sui secondi avviene per le intrinseche necessità del capitale, ma non può esistere e rinnovarsi senza quella scommessa (tutta hegeliana) del “mettere in gioco la propria vita”. Il capitalismo infatti è in continua “aspettativa” di perdere la propria vita, in una continua crisi che ne ristabilisce orizzonti, mezzi, possibilità, ma è anche in questa lotta che gioca la possibilità di far vivere il proprio superamento. Senza libertà vera non ci sono innovazioni capitalistiche, ma le innovazioni sono sempre una sfida ai rapporti di produzione. Le rivolte di “Occupy” sono il sussulto di una nuova generazione che si sottrae ai precedenti schemi di relazione con il pubblico e con il privato. Non ha nessuna intenzione di fare inversioni luddiste, vuole tutto ciò di cui ha potuto godere la generazione precedente, ma vuole farlo riscrivendo le regole del gioco. Ci sarà un capitale reazionario che combatterà con tutti i mezzi (politica, polizia, stampa) e un capitale innovatore che sosterrà la protesta perché in essa vede il progresso necessario a sostenere se stesso. L’ambizione di molte aziende di diventare “etiche” è la strada che hanno intrapreso per andare nella direzione di vendere un prodotto nuovo, per il quale si sta aprendo un mercato nuovo dettato da necessità nuove: quello della coscienza individuale e collettiva. Il consumatore-lavoratore-cittadino vuole incidere. In questa triade c’è il ruolo pubblico della persona. La sinistra che voglia avere un ruolo pubblico deve trovare risposte credibili a questa triplice domanda. Risolto questo problema resta in piedi la costituency principale della “sinistra”: il riequilibrio delle opportunità, la regolamentazione del mercato e del conflitto sociale ma tutto all’interno di un nuovo paradigma che scaturisca dalla libertà e dalla responsabilità.

In questa sfida per il XXI secolo c’è l’idea — da recupeare e aggiornare — di una “Great Society” (come Lyndon Johnson aveva intuito, interpretando il meglio della tradizione democratica americana), intesa come lo spazio dei corpi intermedi, lo spazio delle comunità organizzate, lo spazio delle famiglie e delle associazioni, aggiungendo la possibilità di una maggiore autoregolamentazione, con il recupero di esempi di buon governo dal basso, come il bilancio partecipato o come esperienze — per i piccoli centri, così diffusi in Italia — di momenti di democrazia diretta. In tutto questo si inserisce un rinnovato ruolo del sindacato, come grande organizzatore sociale, che deve ritrovare però il suo posto all’interno dei luoghi di lavoro come compendio dell’azione governativa di controllo sull’applicazione dei contratti di lavoro e sul loro miglioramento all’interno del contesto locale, in quel rapporto fecondo tra impresa, lavoratore, società e territorio. La contrattazione in azienda, caso per caso, è il modello tedesco, dove alla tradizionale divisione sulle due sponde del fiume tipiche del ‘900, si deve sostituire una cogestione e una corresponsabilità e dunque un modello simile al “siamo sulla stessa barca”, come indicato nella migliore tradizione del riformismo italiano ed europeo.

Non ci sono soluzioni pronte, e non ci sono soluzioni che possono essere prese da un tempo e trapiantarlo in un altro. La laicità nell’azione politica si misura anche nella capacità di affrontare con pragmatismo la ricerca di ricette per il buon funzionamento della società nel suo insieme, tenendo conto della necessità di ampliare e redistribuire i diritti a vantaggio della più ampia platea possibile. Una sfida che si fa aprendosi al futuro e alla società e non arroccandosi sulla propria identità che non può che essere ibrida se vuole essere essere feconda e soprattutto se vuole essere rappresentativa. Identità debole non vuol dire mancanza di identità o di valori, ma la possibilità di metterli in discussione tutte le volte che è necessario senza tabù, permettendo all’altro di conquistare il nostro cuore. E’ un atto d’amore (intellettuale in questo caso), e come tutti gli atti d’amore è un salto nel buio, ma ne vale la pena.

Confronta anche:

Benedetto XVI, lettera enciclica “Caritas in Veritate”, 2009

Simone Weil, “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, 1943

Adriano Olivetti, “Democrazia senza partiti”, 1949

Virginia Woolf, “Le tre ghinee”, 1938

Norberto Bobbio, “Quale socialismo”, 1977

Toni Negri, “Comune”, 2010

Elinor Ostrom, “Governing the Commons”, 1990

Edmondo Berselli, “L’economia giusta”, 2010

Murray Bookchin, “Democrazia diretta”, 1993

Loretta Napoleoni, “Maonomics”, 2010

Paolo Mattera, “ Il partito inquieto. Organizzazione, passioni e politica dei socialisti italiani dalla Resistenza al miracolo economico”, 2004

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