Quattro giorni a Bologna

Non sempre il posto dove si è nati è il posto dove vorremmo vivere per sempre. Quantomeno, per me non è così.

Dopo tre anni sono bastati 4 giorni, nemmeno pieni, per darmi la consapevolezza che il mio habitat naturale non è il paese dai vicoli stratti, ma la città con i portici.

Che la vita nel paese dai vicoli stretti non fosse fatta per me, in realtà, l’ho sempre saputo. Per nove anni, passati tra libri, serate e confessioni sospese nella nebbia di piazza Maggiore, manifestazioni, amicizie, convivenze, la mancanza del paese dai vicoli stretti si era risolta in una mera mancanza della pizza bianca del Fornetto sotto casa.

Nove anni sono tanti. Sono abbastanza per aver avuto modo di conoscere una città, scoprire che i bolognesi non sono solo esseri mitologici tra i vari pugliesi e calabresi, ma esistono e sono pure simpatici.

In nove anni ho cambiato quattro appartamenti. Via Irnerio, via Mascarella, via Mascarella bis e di nuovo via Irnerio. Quello era il mio paese dentro la città dei portici. E in questi nove anni ho avuto l’occasione di dividere la mia esistenza con persone che credevo di aver perso di vista, ma che poi, dopo tre anni di assenza, ho scoperto non essersene mai andate.

A parte quelle che ho perso di vista veramente. Ma forse le avrei perse di vista indipendentemente dal mio ritorno forzato nel paese dai vicoli stretti.

Poi un giorno è successo, poco dopo aver scritto del terremoto. Una consapevolezza. Un’urgenza. Un bisogno quasi primario. Sentivo la mancanza non solo delle persone, ma dei miei percorsi, delle mie passeggiate, della mia routine quotidiana tra libri — che non torneranno più — e la mia macellaia di fiducia che ogni volta mi chiedeva sconsolata, con quell’accento rotondo: “Mo cara, mangi solo pollo, fatti una

bistecca che ti fa bene”.

Non che non me la sarei mangiata una bistecca, ma la vita dello studente era quella e il pollo una valida alternativa alla sepiterna pasta al tonno, regina di ogni esperienza universitaria.

A Bologna sarei voluta rimanere sì, e ci voglio tornare anche adesso che ho scoperto che la mia macellaia ha chiuso e che al posto del mio fruttivendolo hanno aperto un fast food.

Ci voglio tornare dopo che ho seguito quella consapevolezza, quell’urgenza e quel bisogno primario che mi hanno fatto sfidare Caronte — il fronte di alta pressione, non il traghettatore — e mi hanno fatta arrivare in una Bologna rovente.

Ma poco mi è importanto del caldo. Uscendo dalla stazione quell’aria calda, umida e appicicaticcia mi sembrava il più piacevole dei maestrali. Odori, profumi e olezzi mi hanno pervaso le narici e nonostante l’odore del kebab misto a quello dello smog, ho avuto l’impressione di entrare in un giardino di zagare.

Ho macinato a piedi i km che mi separavano dalla casa di A., che mi ha ospitato. Facile sarebbe stato prendere il 21, alle 14 del pomeriggio sotto il picco del sole, ma la mia urgenza di rivivere, respirare e sentire Bologna ha preso il sopravvento. Ero felice. Sotto il picco del sole ero felice, accaldata, sudata fradicia, ma felice. Anche se la mia direzione andava dalla parte opposta dai miei percorsi routinari di tre anni prima, rivedere strade comunque familiari mi hanno dato un senso di euforia, di leggerezza.

Head over feet.

Anche il comitato di benvenuto mi ha fatto sentire la bentornata. Rimettere gli scarpini ai piedi dopo quattro anni, con un legamento in meno e tanto tanto fiato sprecato, mi ha dato una scossa di adrenalina. E poco importa se dopo cinque minuti ho vomitato e ho perso 9–7.

E non credete a chi dice che ho pianto, dopo la partita, passando da via Irnerio. Era solo l’aria che sullo scooter mi faceva lacrimare gli occhi. E se mi sforzo, mi convinco anche io che

sia così.

Il giorno dopo ho sfidato la sorte e Caronte. Sono partita da via del Pratello ed ho ripercorso nove anni della mia vita. Ugo Bassi, Piazza Maggiore, Nettuno, Re Enzo, Via Pescherie, Santo Stefano, Zamboni, San Leonardo, via delle Belle Arti, ma soprattutto Mascarella.

Sì, perché via Mascarella è uno stato della mente. Una città dentro la città. C’era pure un sindaco anni fa, giuro. In via Mascarella ho vissuto tre anni, in due case diverse e meravigliose per motivi diversi e allo stesso tempo simili. Ho

conosciuto persone, là nella casa che era un porto di mare aperto a tutti. Ho convissuto, per quella che è stata una delle mie storie più importanti. Il caffè in giardino e l’urlo di liberazione dei miei coinquilini e della mia ragazza — e anche di mia suocera — che si buttavano addosso a me per festeggiare il superamento del mio ultimo esame. Economia internazionale ancora ti vedo nei miei incubi. E A. e M., e le serate passate “Io faccio il ragù bollito tre ore, ma tu fai le tagliatelle e le piadine in casa”.

Mascarella is a state of mind.

Bologna era semi deserta ed era bellissima.

Bologna mi coccolava.

Mi abbracciava.

Mi sussurrava “torna”.

E torna me l’hanno detto anche i miei amici, che da tre anni non vedevo. E me l’hanno detto i nuovi amici, fatti tra una birra e una birra in quell’universo parallelo che è il Pratello, quel posto dove gli altri bevono, tu bevi e l’indomani abbiamo tutti mal di testa, ma siamo felici.

Torna me l’ha detto il titolare del greco di Largo Respighi, che dopo avermi squadrata per cinque minuti buoni se n’è venuto fuori con un “e tu dove cazzo eri finita?”.

Torna me l’ha detto il campanile di San Pietro, me l’ha detto Bologna vista dall’alto in una notte estiva.

E io a Bologna ci voglio tornare. Non voglio deludere la promessa fatta alla signora “dai fianchi un po’ molli” là in cima al campanile. Nella città dai mille portici io mi sento a casa e là voglio tornare.

Voglio ritrovare le mie confessioni lasciate sospese nella nebbia, voglio ritrovare volti e strade che mi hanno accompagnata. Voglio ritrovare quella sensazione che non mi ha mai lasciata di essere in un certo senso a casa, in mezzo a persone, come me, di altri posti, ma che tra i portici hanno trovato un sollievo.

Voglio tornare a barcamenarmi per non scivolare sotto i portici quando piove e a lamentarmi che piove perché è scesa la Madonna di San Luca. Voglio tornare a dire “tiro”, voglio respirare il ritorno del Bologna in serie A. Prometto che non mi lamenterò della neve, né del caldo.

Voglio tornare a innamorarmi di ogni donna che scopre una spalla al primo accenno di caldo, voglio

tornare a vivere mille storie nella mia testa. Voglio tornare nei posti dove baci e carezze si sono persi nella memoria e nella nebbia.

Non fa niente se il mio fruttivendolo e il mio macellaio non ci sono più. Io voglio tornare a Bologna e lasciare il paese dai vicoli stretti.

Voglio dare appuntamento sotto al culo Nettuno.

Voglio sentirmi di nuovo a casa.

Ma prima di tutto, voglio trovarmi un lavoro.

A Bologna, che nel paese dai vicoli stretti un lavoro ce l’ho già.

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Originally published at jemalaussene.wordpress.com on August 19, 2015.

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