E a Belomonte si muore
di Jo Gabel

Si muore sotto gli occhi di tutti, schiacciati da una politica colonialista che non ha nulla di diverso da quella importata dagli spagnoli.
Quando, negli anni settanta, la costruzione della diga di Belomonte era solo un’ipotesi, sembrava già evidente quale scempio avrebbe prodotto.
Un impatto ecologico di proporzioni catastrofiche, con un budget che avrebbe superato di 2/3 volte le previsioni e che puzza di lontano di politica marcia e collusioni.
Dilma Roussef infine ci è riuscita, commissionando a Norte Energia, la costruzione di uno degli scempi peggiori del pianeta, prima che la sua presidenza fosse travolta dall’impeachment, convincendo dell’utilità dell’opera ciclopica che avrebbe dovuto produrre un quinto dell’energia necessaria al Brasile.
E sebbene la sua amministrazione sia stata messa sotto accusa, le opere vanno avanti in una regione tra le più martoriate del pianeta, ma dove vivono molte popolazioni indigene.

L’Ibama, l’ente governativo che per primo ha dato le autorizzazioni , ha ora commissionato 12 sanzioni per violazione delle leggi ambientali ed anche il Ministero Publico Federal parla di gravi ferite ai popoli autoctoni.
Alcolismo, depressione, prostituzione, incremento della criminalità, queste alcune delle conseguenze satelliti della costruzione di una diga tra le più grandi del mondo, sul fiume Xingù, uno dei più ricchi ambienti naturali del Brasile, che scorre dal Mato Grosso per sfociare nel Rio delle Amazzoni e che attraversa terre fertili e lussureggianti, abbracciandole tra le sue anse tortuose: terre care agli indigeni che ne traggono sostentamento. Una biodiversità che finirà per essere distrutta, ogni habitat violato, come già sono state devastate dagli interessi di sfruttamento molte terre circostanti.
Sulle città che beneficiano dei sussidi governativi, volti a convincere le popolazioni indigene ad accettare la ciclopica opera, sono confluiti migranti d’ogni sorta, alla ricerca di lavoro ed opportunità, provocando dissesto sociale e conflitti.
Sembra che dall’esperienza di Tucuruì nel 1973, non si sia imparato nulla e si persegua a distanza di breve tempo l’aggressione al patrimonio verde dell’umanità (40 anni rispetto alla longevità della vegetazione distrutta, sono risibili e i danni incommensurabili).
E se a Tucuruì la società costruttrice fu ribattezzata “Elettromorte”, non dovremmo aver dubbi sulla drammaticità dell’impatto.
