Un’estate stregata

Jo Gabel
Jo Gabel
Sep 5, 2018 · 9 min read

di Jo Gabel

versione integrale dell’articolo “Un’estate stregata”, pubblicato dal magazine art a part of cult(ure)

Se non vi è immaginazione non vi è orrore Arthur Conan Doyle

Avete mai vissuto un’estate stregata? Da ragazza non avevo dubbi su dove trascorrerla: in una casa secentesca nelle Marche, Palazzo V, il cui nome non posso ancora pronunciare, senza sentire un brivido lungo la schiena. Anche il suono di un nome possiede un certo fascino…

Ero certa, allora come oggi, che non avrei mai scovato una dimora più simile alla celebre residenza di Ginevra, culla del genio gotico, sebbene la prima domini una valle fluviale e la seconda un lago.

Sareste dello stesso parere se poteste vedere questo palazzo italiano stagliarsi tra i pini della collina, isolato ed imponente, presso l’orrido di un calanco. Su di una facciata il colonnato, dove attendevano le carrozze, dall’altra la scalinata, che dai saloni scendeva dabbasso, nel parco, dove s’indovina lo spiazzo dei déjeuners e sembra d’udire frusciare antiche crinoline.

Di fronte, la cappella di famiglia ospita una cripta, con tanto d’iscrizione latina sullo stemma del capostipite: “Per volere di Ruggero V. questa cappella fu eretta…”.

Più in là venivano le case della servitù e le stalle, dove si racconta sia stato fucilato dai tedeschi un ragazzino, sorpreso mentre dormiva, scambiato per partigiano… un ultimo episodio di una narrazione orale più o meno fantasiosa. Di fatti inspiegabili, attorno a quelle mura, se ne raccontarono tanti nel corso dei secoli.

Un luogo spettrale, ancora oggi, a cinquant’anni dall’incendio che l’aveva arso per tre giorni nel 1945, dopo la morte dell’innocente.

Ed anche adesso, mentre percorro i viali del podere in rovina, tra edifici più pericolanti di quanto non ricordassi, ascolto un’anta delle stalle cigolare e poco dopo un’imposta batte senza che ci sia vento.

E d’un tratto capisco che tutto aveva avuto inizio in un’estate simile a questa, piovosa…

Tutta la mia passione per il gotico, i vampiri ed i fantasmi, ma pure per la letteratura, erano emersi leggendo di un certo incontro avvenuto nel 1816.

Un anno prima di quella data, la furia di un vulcano si era risvegliata e, al pari dei terremoti delle nostre contrade, aveva relegato il mondo in un lungo istante sospeso. Allora, la causa di quei cambiamenti climatici non era conosciuta, ma l’atmosfera, satura di ceneri vulcaniche, aveva impedito ai raggi del sole di filtrare, provocando un abbassamento delle temperature e della luminosità, cui erano seguiti carestie e disagi.

Suppongo che l’annuncio del vulcano in attività in questi giorni alle Hawaii, abbia contribuito a ricordarmi di quella più grave eruzione del 1815.

La casualità non manca d’effetto.

E vorrei parlarne.

Di certe coincidenze, di storie inspiegabili. Del perché di certe notti, dense di magia, che però acquisiscono potere solo se raccontate

Quelle di cui vi parlerò, hanno ispirato altri prima di me. Giornalisti, scrittori. E diversi film rimangono nella memoria a seconda dell’emozione che han saputo risvegliare nei nostri sensi. Gothic di Ken Russel realizzato nel 1986, L’estate stregata di Ivan Passer e Remando nel vento di Gonzalo Suarez entrambe del 1988, o il recente Mary Shelley di Haifaa al-Mansour (2017).

Mad, bad and dangerous to know (pazzi, cattivi e pericolosi da conoscere), i protagonisti della nostra storia, furono poeti maledetti, perché sprezzanti dell’ipocrisia del tempo.

E se questo non bastasse a tenervi alla larga da loro, vi inviterò a conoscerli meglio.

Basterà affacciarsi ad una ringhiera di ferro battuto di un albergo sul lago di Lemano, in Svizzera, nella primavera del 1816.

Dabbasso chiacchiera gente il cui domani sarebbe sempre stato uguale all’oggi: tanta conversazione ed un’ennesima gita sul lago di Ginevra…

E se a questo che sto per dirvi non crederete, vi assicuro che saranno ben altre le cose di cui dovrete venire a capo al termine della nostra storia.

Il proprietario dell’hotel aveva installato un potente telescopio presso il lago, non tanto per ammirare il panorama, quanto per consentire ai suoi ospiti di spiare certi esuli sull’altra sponda. Gli stessi ospiti che, secondo un principio altamente morale, li avrebbero scansati nella vita di società. Mentre le ragazze avrebbero nascosto ardori languidi e rossore di gote, al pensiero di poter spiare un certo affascinante poeta, che aveva fama di dissoluto.

Dall’altra parte si affacciava Villa Diodati e i personaggi che venivano osservati, a loro insaputa, vi si ritrovarono riuniti quell’anno.

La vista di laggiù era spaziosa ed incantevole a tutte le ore del giorno e fu facile per quei viaggiatori eleggerla a residenza. Ammirandone la pietra grigia, ma anche percorrendo le sale e lo spazioso pianterreno della casa, con un ingresso vagamente baronale, un grande salone e un’elegante sala da pranzo, si aveva la sensazione di essere accolti in un’antica dimora dotata di anima. Vicino alla villa, separata solo da un vigneto, c’era la casetta che Percy Bysshe Shelley aveva affittato per sé, la sua compagna e la sorella di costei. Lui e George Gordon Byron (sesto barone del suo casato) avevano deciso di lasciare l’hotel d’Inghilterra, sull’altra sponda del lago, perché troppo caro, ma pure persuasi che la morbosità dei turisti inglesi, nei loro confronti, non sarebbe scemata tanto presto. La colpa di Byron era stata il legame incestuoso con la sorellastra, quella di Shelley di aver lasciato moglie e figli per fuggire con la figlia di un letterato, la sedicenne Mary Wollstonecraft Godwin, con la quale viaggiava da quattro anni. Per di più, la sorellastra di costei, Claire Clairmont, aveva raggiunto la comitiva, travestita da paggio, al seguito del barone, ed ora era in attesa di un bimbo; come se non bastasse per la morale dell’epoca, li accompagnava un chiacchierato medico, John William Polidori.

Fu così che questo assortito gruppo di amici ancorò l’imbarcazione, appena comprata, nella piccola darsena sotto Villa Diodati. Un luogo dove si apprestavano a concentrare ozi e fatiche letterarie, ricevendo frequenti visite da “Monk” Lewis, nomignolo affibbiato a Matthew Gregory Lewis, allora giovane autore di un romanzo “oltraggioso”, Il Monaco.

In quella “splendida e sconvolgente riunione” (così la defini Antony Boucher, uno dei critici più colti della letteratura gotica), molte cose accaddero.

Qui inizia anche la leggenda di quel che poté produrre spavento, sgomento e raccapriccio nei nostri eroi. Solo l’immaginazione può mutare in orrore la paura (o il grottesco, come nella mise en scène di quei giorni allestita da Russell, nel film Gothic).

E adesso, per proseguire, è necessario che il lettore e l’autore del pezzo siano complici, due compagni del gioco essenziale che è la letteratura…

Erano giornate buie, in cui il cielo diveniva scuro a mezzogiorno, i fulmini incombevano e gli spettri, reali o evocati, tra brandy e laudano, si stagliavano sinistri facendo urlare di paura il povero Percy.

La sera del 16 giugno, perlappunto, l’accecante bagliore di un fulmine aveva sconvolto la notte, mentre intorno alla casa il vento ululava. Mary ed il suo futuro marito avevano deciso di trattenersi a palazzo. Ma l’improvviso scroscio del tuono aveva fatto balzare tutti in piedi:

Gli dei sono arrabbiati, ma a me il temporale piace”, aveva detto cupamente George, ”Sapete se ci sono fantasmi da queste parti? Il fantasma della mia famiglia passeggia sempre a Newstead nelle notti tempestose…

Non ci sono fantasmi che io sappia” disse Shelley con un brivido

Allora fabbrichiamone uno sulla carta: mi domando chi tra noi saprebbe scrivere la più bella storia di fantasmi”.

Claire protestò che avrebbe voluto cantare, come ogni sera, mentre Mary aveva una mezza idea su certe idee di Galvani, anche se un sogno più dettagliato l’attendeva, come avrebbe raccontato in seguito…

Una notte sinistra si preparava in quell’estate stregata.

L’uomo ha sempre tenuto un duplice comportamento al cospetto del paranormale : se da un lato lo rifugge, dall’altra ne cade vittima.

Allo stesso modo, le creature orrifiche che nel passato vivevano in luoghi di difficile accesso, dopo quella notte, vennero liberate e presero a vagare tra le pagine della letteratura.

Così che persino i laboratori scientifici assunsero una sinistra fama, proprio come le grotte dei draghi o l’antro di un vampiro:

Al tremolio della luce che stava per spegnersi vidi gli occhi gialli della creatura che si aprivano, respirava a fatica e movimenti convulsi facevano fremere le sue membra…” scrisse Mary nel suo Frankstein o moderno Prometeo

Mentre la pioggia cadeva in quelle lunghe giornate inclementi, attorno al fuoco scoppiettante del camino, il gruppo di letterati aveva ingannato il tempo leggendo storie tedesche di fantasmi. E la sfida a scriverne, intesa da Byron, consisteva nella descrizione di “qualsiasi soggetto che dipingesse il mostruoso, l’orrendo, l’insolito”.

Il solo pensiero di un fantasma rendeva Shelley preda del terrore, ma incoraggiò la moglie a scriverne, mentre George recitava un verso di Coleridge:

Orrendo, deforme, pallido…”.

Impossibile non ricordare il petto della strega in Christabell, che Shelley credette di vedere nella sala, tra i baluginii delle luci delle candele. L’apparizione la ricorderete anche voi nel film di Russell: una donna con seni dotati di occhi al posto dei capezzoli.

Mi sembra di vederla! Là, là!

(Alzate lo sguardo ora e la vedrete anche voi…)

Forse sarebbe meglio se Claire cantasse”, azzardò Mary

Ma Shelley puntava il dito con un’espressione selvaggia in direzione della finestra:

Anche il suo bimbo muore di fame per colpa di quegli occhi senza vita!”

Byron intervenne a calmarlo: ”Amico mio, il male esiste: lo sa Dio quanto ne ho trovato in me stesso”.

Solo perché potete agire contro natura?” azzardò Polidori, che fino allora era rimasto in silenzio.

Shelley lo guardò stupito, cercando di dominarsi.

Il cinico Shelley, l’ateo Shelley, aveva un cuore d’oro e appena fu più calmo, evitò lo sguardo di tutti, rivolgendosi alla sua compagna:

Questa è un’amichevolissima discussione, Mary, sto solo cercando di convincere George che, anche se ne siamo atterriti, il male non esiste al di fuori di noi. Non c’è nessun male nella natura. Il male è solo una creazione dell’uomo”

E l’uomo non è forse stato creato dalla natura? Suvvia Shelley, vi contraddite”, ribatté Byron

E, così dicendo, mise mano al suo racconto La sepoltura.

Anche John Polidori volle scriverne: compose una novella su di un vampiro, con cui introdusse nella letteratura inglese il perverso Lord Ruthven, che, con il mortale occhio grigio, ammaliava le sue vittime. Una storia pubblicata anonima qualche anno dopo, dapprima attribuita a Byron. Senza bagliori, priva di personaggi memorabili, dove forse il dottore volle deridere il suo assistito, che aveva fama di tombeur de femmes e a cui era legato sentimentalmente. Ma non poteva sapere che avrebbe ispirato a sua volta l’autore di Varney il vampiro, precursore del Dracula di Bram Stocker, a mio parere uno dei romanzi più terrificanti che siano mai stati concepiti.

E ora, sebbene sia chi scrive ad avere in mano le carte, il lettore può stravolgerle del tutto con la forza dell’immaginazione… o della ragione. Non vi è forse nella consuetudine alla normalità un mostro ben più temibile della difformità?

Intuiamo che quella notte il dado fu tratto, la morte derisa e lo spirito iconico del male infettò il destino. Come in altri racconti scritti o da scrivere

Sfidare la sorte non si addice ai mortali, vorremmo chiosare per mantenere l’allure.

Ma può darsi che furono solo coincidenze la serie di eventi sfortunati che seguirono.

La perdita dell’amata figlioletta che Shelley aveva avuta da Mary, in primis, poi fu la volta del poeta stesso, nel tentativo di salvare un uomo caduto in mare a Viareggio.

Annegò infatti nel 1922, trovando la morte come la prima moglie, senza aver scelto, come lei, il suicidio. Mentre Mary Godwin, divenuta sposa e presto vedova del suo Percy, gli sopravvisse, al pari della sua creatura, Frankstein. Matthew Lewis era spirato di febbre due anni dopo le notti ginevrine, di ritorno da un viaggio in nave. Byron fu ucciso a Missolungi, nel 1924, mentre lottava per liberare la Grecia dagli Ottomani… ed il suicidio di Polidori, nel 1921, rimane ancora avvolto nel mistero.

Ma dato che nell’orrore tutto è grande e fuori dalle comuni misure umane, il lettore è avvertito: in un racconto, si cerca la verità a due.

Mi incammino per il viottolo battuto dalla pioggia in direzione del cancello; palazzo V. e i suoi fantasmi alle mie spalle. A casa mi aspetta un fuoco accesso, un buon tè ed un libro: una prospettiva lieta in questa sera di maggio insolitamente umida. Proseguo allora di buon passo, pensando che, se mi voltassi, potrei intravedere quelle strane luci che si dice appaiano attorno ai ruderi all’imbrunire. Il temporale si scatenerà a breve, il crepitio della pioggia sui rovi tutt’attorno si fa intenso e mi fa balenare il ricordo della maledizione che incombe sul luogo… fino alle raccomandazioni di non sostarvi mai di notte…

Ma questo era prima.

Prima che le mine sbriciolassero il palazzo, che poi fu ricoperto con una colata di 4 metri di cemento.

Sarà bastato per porre fine alla sua fama sinistra?

Erano solo fole quelle con cui mi intrattenevano i vecchi dei borghi, felici di poter narrare ad un’ascoltatrice attenta?

Eppure quell’articolo…

Mi capitò sotto gli occhi tanti anni fa, riportato da un quotidiano…

Descriveva il caso di un giovane, ritrovato morto di fronte al palazzo, dopo aver sfondato il lunotto posteriore della sua auto con la schiena: “Impossibile dire come sia avvenuto”, lamentava il coroner, “visto che prima era seduto al sedile di guida”.

Devo ricercare quel trafiletto, prima o poi, mi dico varcando il cancello.

Dietro di me echeggia il richiamo di una civetta e poi una gelida folata di vento si alza, reale e immaginaria ad un tempo.

Leggi sul magazine https://www.artapartofculture.net/2018/06/16/unestate-stregata/

Written by

Jo Gabel

Published writer, è autrice della rubrica “Polvere di stelle” sul magazine art a part of cult(ure).

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