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Il coronavirus “ai tempi del coronavirus”

Un.Dici
Un.Dici
Mar 24 · 6 min read

Sono già le sette. O meglio, è quasi l’ora della sveglia.
Me lo rammenta ogni mattina Pepita, il mio gatto, che vuole qualcuno che si alzi e le apra la finestra.
Il rituale che le ricorda che esiste un mondo esterno, che non ha mai visto se non filtrato da una gabbietta, nei traumatici viaggi dal veterinario.
Un mondo che la terrorizza fisicamente, ne sono certo.
Eppure ogni giorno da quasi sei anni si affaccia sulla finestra aperta, con la zanzariera abbassata.
Si siede ed osserva gli uccellini cantare, emettendo suoni di avvertimento che appaiono pure simpatici, quando li senti dal letto.
Mentre provi a riaddormentarti per quella manciata di minuti che precedono l’uscita per il lavoro, dopo i lavaggi di rito e la colazione.
Se piove, Pepita osserva le gocce che scendono.
Se tira vento, sgrana gli occhi incuriosita, e nei cambi di stagione si becca la congiuntivite.
Metterle il collirio è sempre impresa non semplice.
Poi, quando la sveglia suona davvero e ti trascini verso il bagno, lei attende che ti sieda a consumare la colazione.
Appena ti alzi per sparecchiare, ritorna a letto e resta lì a dormire, fino a quando il sole non torna a battere sui vetri chiusi.
A quel punto si sposta nella sua cuccetta lì vicino, dormendo e girandosi su sé stessa finché il calore della luce la riscaldi. Ed è felice così.
Anche perché spesso, al terminare dei raggi migliori, rientriamo noi in casa da lavoro.

Ma non funziona così nell’ultimo periodo, almeno per me.
Mi alzo prima della sveglia, e ringrazio chiunque mai esista per esserci ancora.
Controllo gli occhi — appiccicosi e lacrimosi — che non siano più rossi del solito. Perché la congiuntivite che un tempo era qualcosa di semplice, è divenuto segnale di allarme.
Trascino il mio corpo incazzato verso il bagno, lavandomi le mani a lungo prima di pisciare.
Poi me le rilavo ancora, prima di passare acqua fresca sul visto, facendo bene attenzione ad asciugare con pezzi di carta igienica da eliminare subito.
Che se fosse congiuntivite, non si sa mai.
E pure per le prime due soffiate di naso uso due fazzolettini di carta, gettandoli prontamente in pattumiera.
Mi scaldo l’acqua per una tisana , e mentre aspetto prendo il termometro e misuro la febbre.
Sarà la prima di almeno sei volte, nella giornata che mi aspetta.

Da quel punto in poi, tutto vola via veloce, pur percependolo lento ed inesorabile.
Un controsenso, dettato dalla paura.
Mascherina, guanti e strade deserte.
Posti di blocco — autorizzazioni — virus in circolo — lavarsi le mani — temere— tremare — lavarsi le mani — togliersi la mascherina — prendere un caffè.
E ancora mettersi la mascherina — i guanti — preparare/attendere/scaricare/registrare — lavarsi le mani — anticiparsi per domani — e sono già le cinque di pomeriggio.
In quel frattempo hai già misurato la febbre almeno un’altra volta, in pausa pranzo.
Hai già salutato tua madre, anche se non potresti.
Lo fai di sfuggita, guardandoti intorno furtivo, distanziato da un cancello e una recinzione.
Dalla terrazza si affaccia tuo padre, con la tuta casalinga, il volto preoccupato che accenna un sorriso.
Lo stesso che replicherai a tua moglie, rientrato a casa, sopravvissuto ad un altro giorno. Chissà come.
Ma almeno non avete il dubbio di menzogne reciproche filtrate da una linea telefonica: lo vedete da soli, se state ancora bene.
Ma ogni volta che vi lasciate, l’ultimo sguardo è amaro, perché potrebbe essere l’ultimo per un bel po’.
Potrebbe essere l’ultimo per sempre.
Dipende dal sé sale la febbre, e se l’inevitabile arriva.
Se - nella rincorsa invisibile - quella nera signora della canzone vi acchiappa, infame nel manifestarsi in modo inaspettato ed improvviso, si dice.

Ma in casa non ne parli — ti svesti — igienizzi gli abiti — li appendi fuori — ti lavi le mani.
Poi è turno di amuchina e batuffoli — salviette sullo smartphone — sulle maniglie — sulle sigarette e tutto quello che viene da fuori.
Ti siedi in affanno, la testa che gira, misuri la febbre.
Ancora va bene.
Da fuori senti solo le ambulanze passare, non vedi anima viva alla finestra, mentre sudi l’acqua ingurgitata nel giorno sulla cyclette, con Pepita che ti osserva.
Il bollettino delle 18 — le notizie regionali — una videochiamata — una cena sontuosa.
Cala il buio mentre siedi sul divano, con gli occhi che riflettono le luci del televisore mentre pensi al domani: ti pulsa la testa, misuri la febbre e poi è tempo di stendersi.

Fantasmi, paure, notizie, speranze disintegrate dal realistico pessimismo di chi non riesce a staccare.
Quelli che sudano anche d’inverno, nel piumone.
Quelli che cambiano una maglietta a notte, aspettando l’estate per dormire nudi.
Perché il caldo ce lo porterà via questo virus, no?
Improbabile speranza, come quella di uscirne indenni.
Quelli dell’ansia, dell’ipocondria, del vaffanculo, del porcoddio, dello stocazzo.

E quanto parli da solo! Quanto ripeti nella tua mente le azioni che stai facendo! Quanto pensi gridando il da farsi, in quella zucca bacata rimuginante!

Replicando così giorni, settimane, mesi senza via d’uscita.
Come un tunnel di dannazione, un calvario senza fine: il progressivo sprofondare verso un centro di paura.

Chissà se il tuo cuore regge il dolore, come anticipa la sveglia.

Sono le sei e mezza, e mi alzo di nuovo senza scrollarmi le cispe dagli occhi, ché con le mani non è consigliato.

Quanto brutto è, scrivere un “qualsiasi cosa” facendola seguire con un “ai tempi del coronavirus”, ti chiedi.
Ma quelli stai vivendo, del resto.

Lo que nos no mata, nos hace mas fuerte

Però tutto questo non è vero — non è ora — era molto tempo fa.

Me ne accorgo scrostandomi finalmente gli occhi, nel buio di una camerata puzzolente, in mezzo a tanti altri Tali come me.
Non conosco i loro nomi, non parlano da una vita.
Mentre mi reco nel bagno in comune - tremando di freddo con la fronte sudata - apro il rubinetto dell’acqua ed esce della robaccia calcarosa.
Lo specchio davanti a me è incrinato, e gioco ad osservarmi le occhiaie che incontrano la barba lunga, incolta, che sfioro con le mani tremanti.
Sono gialle, secche, distrutte. I miei capelli sono grigi.

È andata così, penso mentre cammino lungo il fiume recandomi a mercanteggiare.
Tutto sommato il sole sorge ancora e gli uccellini cantano come prima, almeno quello.
Anzi, riesco a distinguere pure i colori di un Martin Pescatore, che osserva immobile le acque che si increspano, cercando una minuscola preda.
Magaluf — il gatto randagio che mi accompagna in questo pezzo di tragitto ogni giorno, in cambio di qualche mini avanzo di cibo — al solito si struscia alle mie gambe.
Ha una guancia gonfia, il nasino screpolato, ma fa le fusa.
Solo questa breve camminata ci è permessa, prima di sedersi nel nostro posto nella Piazza del Mercato.
Prima di iniziare la giornata.

Non vedo l’ora che torni il buio, il coprifuoco, il silenzio.
Consumare un pasto vomitevole da solo in mezzo agli altri, stendermi sulla branda e chiudere gli occhi.
Solo il sogno può salvarci da tutto questo, perché i ricordi riportano indietro nei tempi, quando tutto sembrava già brutto, ma tanto orrendo non era.
Prima di passare in mezzo al fuoco.

O forse no, forse è solo un altro incubo — forse pizzicandomi la guancia mi sveglio — forse accanto a me c’è ancora lei — ai piedi del letto ancora Pepita — forse alle sette c’è ancora una sveglia — un lavoro — le persone in giro — le macchine — i supermercati — i baci di mia madre — le carezze di mio padre — un viaggio da programmare — una vacanza da sognare — un amico da incontrare — una teoria da fare — una polemica da imbastire — un imbecille che guida come un cane da offendere, strombazzando con il claxon.

Forse si, ed allora mi alzo di scatto.
Apro gli occhi.
Ma prima esco dall’apnea — incamero un sacco di aria — grido.

Era solo un incubo, dentro ad un sogno.

Esco dall’apnea.

Grido.

Grido.


Ehi, stronzi. Sto scendendo sempre più in basso.
Vorrei solo portarvi giù con me.
Vivendo questa bugia.

Un.Dici

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Un.Dici

Un.Dici è l'universo di Julian Carax, doppio di Davide Torelli, che sarei io. Qualcosa in più su www.davidetorelli.com

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