Nikolaj Bujanov — 8 Luglio 1944, Cavriglia

Illustrazione di Elisabetta Simonti per il libro “Nikolaj Bujanov -un sacrificio che viene da lontano” di prossima uscita

Chissà cosa sarà passato nella testa di Nikolaj, una volta sentiti gli spari da basso, dopo aver immaginato il terrore negli occhi degli sfollati che lo circondavano sui monti Cavrigliesi, in fuga verso un riparo qualsiasi.

Chissà cosa può pensare un ragazzo Ucraino di 19 anni in una frazione di secondo simile, finito a difendere la parte giusta in un paese distante da casa, a combattere l’oppressore Nazifascista.

Anzi, il carnefice Nazifascista. Perché una manciata di giorni prima, quegli stessi Tedeschi — che adesso stavano accerchiandoli nei pressi del rifugio Partigiano della Casa di Monte - avevano compiuto l’ennesima strage innocente poco più a valle, con la connivenza di qualche Italiano ovviamente. Quegli eccidi di Cavriglia che portarono via 191 anime innocenti, avviati il 4 Luglio nelle frazioni di Castelnuovo dei Sabbioni e Meleto.

In pochissimo tempo Nikolaj Bujanov si era ritrovato dalla natale Moghilev-Podolskij — sulle rive del fiume Dnestro — ai boschi della Toscana centrale, con un parabellum in mano, che aveva personalmente aggiustato ed “adottato” come compagno inseparabile.

Illustrazione di Elisabetta Simonti per il libro “Nikolaj Bujanov -un sacrificio che viene da lontano” di prossima uscita

Lui, che aveva visto la madre Tatiana umiliata e percossa dagli occupanti Tedeschi e Romeni, che guardava con ammirazione il fratello Georghij Ufficiale dell’Armata Rossa, che aderendo a piccoli gruppi giovanili di resistenza filo sovietica finì imprigionato e deportato in Italia, ai lavori forzati a San Giovanni Valdarno. Un giovanissimo uomo appena maggiorenne, che aveva dovuto imparare a combattere l’invasore troppo presto, che sembrava non aver paura di niente, che dall’alto di un fisico già possente aveva promesso idealmente alla madre (ed alla sua terra natale) che sarebbe tornato vincitore, mentre il treno che lo portava via lasciava lentamente la stazione.

Nikolaj Bujanov non era uno che si nascondeva, né che si dava per vinto, e lo aveva dimostrato anche nel periodo passato a servizio forzato della “Compagnia Tods” a San Giovanni Valdarno, quando nonostante il lavoro continuo ed umiliante riusciva a trovare la forza di uscire, forse di innamorarsi, sicuramente di scappare. Non ci mise molto, infatti, ad entrare in contatto con aderenti alla Resistenza locale che lo aiutarono ad evadere, finendo nella Compagnia Partigiana Chiatti, branchia della Brigata Sinigaglia attiva nei monti Fiorentini e Valdarnesi in quell’estate del 1944.

L’ 8 Luglio del 1944 si trovava appostato a difesa degli sfollati dall’eccidio di Castelnuovo dei Sabbioni: una tragedia avvenuta appena quattro giorni prima, per la quale numerose donne, bambini e fortunati sopravvissuti avevano cercato rifugio e protezione. I Partigiani della Chiatti li avevano accolti, sfamati, protetti per quello che potevano, perché l’idea che i Nazifascisti sarebbero tornati a completare il lavoro era quasi una convinzione. Ed oltretutto, probabilmente il loro obiettivo era proprio stanare i Partigiani attivi nei monti sovrastanti le frazioni colpite. Nel frattempo quelle donne e quei bambini erano divenuti per gran parte vedove ed orfani, dopo aver avuto il tempo di vedere le cataste di corpi fucilati e bruciati, nei brevissimi ritorni a casa seguenti la notte del 4 Luglio (case, per gran parte, bruciate anch’esse).

Quando i Tedeschi completarono un accerchiamento assolutamente non previsto (probabilmente sotto suggerimento di chi, quei boschi, li conosceva bene da tempo), il gruppo della Chiatti a protezione degli sfollati si trovava poco sopra la località Secciano. Sorpresi dall’attacco e consci di non poter resistere a lungo anche nel rallentamento dell’offesa, ordinarono la messa in salvo dei civili, prima di provare ad arretrare sperando di salvare la pelle.

Una tavola del fumetto “Finchè udimmo cantar la mitraglia”, sceneggiato da Francesco Benucci con i disegni di Francesco Tassi e le chine di Gianluca Borgogni. Contenuto all’interno del volume “Nikolaj Bujanov -un sacrificio che viene da lontano” di prossima uscita

Chissà cosa passò per la testa di Nikolaj, in quegli attimi. Chissà se vide qualcosa quando si lanciò in direzione ostinata e contraria all’ordine ricevuto, verso i Nazisti in risalita, imbracciando il suo fucile e sparando come un kamikaze.

Chissà come andarono le cose, se è vero che una volta finite le munizioni Nikolaj utilizzò il suo parabellum come un bastone gettandosi fisicamente contro i Tedeschi, oppure se lo presero prima, mentre avanzava proteggendosi e favorendo quel rallentamento che rese vana l’operazione di offesa salvando decine di vite, forse centinaia.

I compagni ritrovarono il suo corpo crivellato ed offeso il giorno seguente, a pericolo scampato, piangendolo come si piange un eroe, al quale verrà conferita la Medaglia d’oro al valore militare dal Presidente della Repubblica Italiana nel 1986.


Il sacrificio di Nikolaj non è azione da dimenticare né dimenticata, sia nel Comune di Cavriglia che nella natale Moghilev-Podolskij. Un giovanissimo Ucraino, imprigionato e costretto in un paese tanto distante dal proprio per cultura, lingua e storia. Deciso e determinato a lottare in difesa di una popolazione inerme, con la quale condivideva le stesse sofferenze, lo stesso colore del sangue e poco più: caratteristiche più che sufficienti per portarlo ad una azione estrema priva di dubbio, perché una vita spezzata vale di più, quando risparmia decine di vite innocenti.

È guardando alla realtà che ci circonda, che dobbiamo renderci conto quanto la storia di Nikolaj sia attualizzabile. Un forte sentimento di solidarietà internazionale che spinge al sacrificio per una comunità che, per mera convenzione, non ti appartiene, garantendone di conseguenza il proseguo, lo sviluppo, il futuro. Sotto un cielo che è uguale per tutti, dove le sofferenze ed il terrore degli oppressi supera i limiti delle frontiere, degli idiomi, delle origini. Dove il sacrificio per salvare qualcuno che non si conosce — quell’atto irreversibile di eroismo — diviene naturale come il rivedere negli occhi delle donne sfollate, il volto delle propria madre umiliata. Come il rivedere nei volti terrorizzati di bimbi che hanno conosciuto la tragedia troppo presto, le origini della propria rabbia.

Questa è l’eredità che lascia la breve vita di Nikolaj Bujanov.


Di seguito, il documentario “Nikolaj Bujanov: un capriccio Italiano” (URSS, Italia — 1988) Regia di Anatolij Dmitrievich Sirikh.

Recuperato, restaurato e messo online da Maurizio Vezzosi in occasione del settantaquattresimo anniversario della morte del Partigiano Russo:

Sono riuscito a recuperare questo prezioso documentario e metterlo in rete in occasione del settantaquattresimo anniversario della morte di Nikolaj Bujanov, partigiano sovietico caduto nei dintorni di #Cavriglia l’8 luglio del 1944. 
Lo scarso profilo tecnico del documentario è compensato dal suo immenso valore storico: al regista #sovietico Anatolij Dmitrievich Sirikh va infatti il merito inestimabile di aver raccolto le testimonianze dei commilitoni di Nikolaj Bujanov e di parenti e conoscenti allora in vita della cittadina di Mogilev-Podolskij (Oblast’ di Vinnitsa, Ucraina).
Maurizio Vezzosi