So long, Kobe

Un.Dici
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Jan 27 · 4 min read

Stavo scrivendo una roba sui destini incrociati di Kobe e Garnett, entrambi usciti direttamente dalla high school, destinati a riportare Boston e Los Angeles in finale.
Dovevo chiuderlo ieri, ho passato il pomeriggio a leggere aneddoti, rivedere video, spulciare le statistiche di Bryant.
Ho finito, ho messo il punto, l’avrei riletto oggi.
Ho guardato lo smartphone dopo ore, quando era appena apparsa la notizia su TMZ.
Non era possibile, non ci volevo credere. Lì per lì nessun organo di informazione lo riportava a parte quel sito web di gossip, ho sperato in una fake news.
Poi è uscita su Sky News 24, e via via in tutti i quotidiani online italiani.
Da allora ho iniziato a seguire la copertura live di ESPN e di CBSN, sperando in una smentita. Ho smaniato in attesa della conferenza stampa. Ho visto il minuto di silenzio prima di Denver contro Houston, i 24 secondi lasciati scadere da San Antonio e Toronto, poi con le partite ho smesso.
Sono stato sveglio fino a non molto tempo fa, guardando le dirette statunitensi, sperando che in qualche modo non fosse vero.
Mi sono addormentato, sognando di accendere lo smartphone stamani, e leggere una smentita.
Come quando morì Michael Jackson, mio idolo di infanzia. Allo stesso modo di allora, TMZ era arrivata talmente prima degli altri da portarci a dubitare dell’attendibilità della notizia.

Stamani ho preso la macchina, e dopo tanti anni la prima cosa che ho fatto è stata comprare la Gazzetta dello Sport.
Perché è epocale. Da conservare.
Forse non meno doloroso di quando è morto Drazen, ma ai tempi non avevi copertura immediata, connessione con il mondo, la possibilità di lasciarti coinvolgere così tanto dalle immagini, dalla realtà.
Quell’elicottero che brucia, la morte della figlioletta Gianna insieme a suo padre. Insieme ad altre persone, destinate a restar semplicemente un numero di fronte alla sparizione di una leggenda.
Un uomo che — come per tutte le leggende — sembra di aver conosciuto allo stesso livello di un amico.
Anche questo è effetto della globalizzazione delle immagini, dello sport, delle imprese di un atleta che non potevi non ammirare, anche se non lo avevi mai visto in campo dal vivo. Anche se non seguivi le sue evoluzioni.

Ricordo Kobe all’All Stars Game di Cleveland del 97, segnare 31 punti nel Rookie Game e vincere la gara delle schiacciate di fronte alla cantante RnB Brandy.
Era una ragazzino appena entrato tra i professionisti.
Fu quella la prima volta che mi accorsi che avrei voluto essere come Kobe.
Il fatto che questa tragedia lo abbia per sempre consacrato a livelli inimmaginabili, non può essere una consolazione per nessuno.
Figuratevi per chi — come me — nel suo piccolo covava l’idea che un giorno tornasse in campo, come aveva fatto Michael prima di lui.
Io, che sognavo di svegliarmi una mattina e leggere che Kobe era tornato nei “miei” Lakers, una manciata di ore fa mi sono addormentato sperando di scoprire stamani che non era vero, che non era morto, non era lui.

Potrà sembrare un dolore esagerato, superficiale, di plastica.
Perché Kobe Bryant l’ho conosciuto solo attraverso uno schermo, e generalmente si pensa che questo non valga, che il dolore provato per una perdita “virtuale” sia meno forte della morte di un parente, di un amico.
Il problema ragazzi sono le emozioni. Le sensazioni che provi e che qualcuno — direttamente o indirettamente — riesce a farti percepire.
Che sia con un bacio, un abbraccio, un sorriso, un’esultanza per un canestro, il dispiacere per una sconfitta, è uguale. Che tu lo veda o lo senta sulla tua pelle, la sensazione cambia di poco, l’emozione generata può essere ugualmente forte. Di quelle che segnano. Che restano.
E’ da qui che nasce il bisogno di scrivere, pur consapevoli che non serva a niente, quasi infastidito dai tanti che — come me — sentono la necessità di testimoniare il proprio stato d’animo, che vedo sulle time line dei social.
Mi dispiace, lo so: è inutile, forse stupido, forse esagerato.Ma lo faccio anche io.

Il punto è che mi dispiace. E tanto. Più di quanto avrei potuto credere se mai avessi immaginato di vivere un momento simile. Inimmaginabile. Surreale. Triste.

Non ho vissuto il momento in cui Kurt si sparò a Seattle. C’ero, ma ero troppo piccolo, ancora non ascoltavo i Nirvana.
Probabilmente in Italia la notizia sarà passata in modo superficiale, come quando morì Drazen, credo. Anche di quella, ricordo appena.
Eppure la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho visto il piazzale dello Staples riempirsi di gente, in diretta su CBSN, è stato il raduno spontaneo a Seattle, quando la morte di Kurt venne diffusa dalle TV statunitensi.
È epocale e doloroso allo stesso modo.
Solo che a questo giro era il “nostro” Kobe, lo abbiamo vissuto, ammirato, amato. Ci eravamo già commossi a leggere “Dear Basketball”.
Figurarsi adesso.
È così surreale che vedere una comunità mondiale che si stringe, si delinea, virtualmente si abbraccia, non allevia il dolore.

C’è questa voglia di dover fare qualcosa a riguardo. Ma non serve a nulla.
È così tragico che sarà uno spartiacque, come l’11 Settembre, di quelli che ti ricorderai sempre cosa stavi facendo quando hai avuto la notizia.
Ne avremmo fatto tutti a meno, però.

So long, Kobe.

Un.Dici

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Un.Dici

Un.Dici è l'universo di Julian Carax, doppio di Davide Torelli, che sarei io. Qualcosa in più su www.davidetorelli.com

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