Terre Lontane

Un cortometraggio prodotto da No.Made Factory
diretto da Piero Grazzi ed Edoardo Calafiore
con Abouubakar Cissé, Giulia Baldetti e Alberto Gabbrielli
da un’idea di Paola Arnetoli e Piero Grazzi
Una storia basata sul testo a seguire, dal medesimo titolo, scritto ed elaborato da Davide Torelli

Stazione di Montevarchi, tardo pomeriggio

Quando parti per un viaggio, puoi immaginare qualcosa, ma non è certo niente rispetto a quello che ti aspetta. Stai lì a crogiolarti al sole, oppure sotto un cielo plumbeo, a ripassare le ultime cose che ti servono, a chiederti come sarà. Succede lo stesso quando un viaggio finisce, oppure mentre aspetti che qualcuno se ne vada, o forse che arrivi. Perché il senso della partenza è lo stesso del ritorno: è attesa, è dubbio, è incertezza, è paura, è felicità.

Appena arrivato, quando appoggi le valigie sul tuo prossimo giaciglio — che sia un incontro o un rivedersi — il sospiro di sollievo è inevitabile. È un sollievo apparente, non di quelli conclusivi, ma di quelli che mettono un punto dal quale ripartire. E se noi siamo tutto quello che impariamo a conoscere, ad assaporare, ad incontrare, allora prima di partire è come se aprissimo la nostra coscienza al nuovo in entrata. Mentre quando decidiamo di esser tornati, svuotiamo la nostra valigia sul letto, riempiendo i nostri giorni a venire delle esperienze fatte.

Un viaggio è una macchina che straborda di oggetti, è una nave che ti attende dondolando su un mare incerto, è un percorso che pesa sulle tue caviglie, è una turbolenza ad altezze impercepibili, ma è anche un percorso di vita, un’evoluzione progressiva in una delle tante linee rette che compongono l’insieme di linee spezzate che è la vita. Che riempie il cuore, quando intrapresa con qualcun altro. Io, ad esempio, viaggio spesso pur dormendo ogni notte nello stesso letto. Il mio viaggio inizia all’arrivo di qualcuno, ed apparentemente termina alla sua ripartenza. E quando questo accade, il mio petto straborda di orgoglio, osservandolo allontanarsi verso la banchina del treno, da seduto su una panchina. La stessa dove attendo il prossimo arrivo, aprendomi alle scoperte che porterà con sé, aiutandolo a trascinare un bagaglio ben più pesante, talvolta, di quello che siamo soliti immaginarci. Quello della coscienza, dell’esperienza, della vita precedente.

Il viaggio per voi è un’avventura positiva, ma si tratta di una falsa convinzione, dettata dall’esser nati nella sponda giusta, o nel continente ambito, almeno in questa epoca. Si tratta di uno svago, di una scelta, di un premio. Ma non è sempre stato così, e non lo è neanche oggi. L’errore sta nel guardare tutto come se fosse un proseguimento del nostro quotidiano, delle nostre certezze, delle nostre comodità che non necessariamente sostituiscono le nostre legittime difficoltà. Non può esistere competizione né risentimenti consequenziali, quando incontriamo viaggi che sono fughe per la sopravvivenza. Gli stessi che ieri erano interminabili epopee per vastissimi oceani, o per mezzo di carrozze sgangherate, senza conoscere la destinazione di approdo. Gli stessi che oggi finiscono talvolta in una colpevole indifferenza, magari nel canale di Sicilia.


Diario Migrante. Montevarchi, Luglio 2018

Sono quattro anni oramai che vivo in Italia. Sono nato in Gambia, ed ho attraversato il Senegal, il Mali, il Burkina Faso ed il Niger per giungere in Libia superando il deserto, in un viaggio lunghissimo e doloroso al solo ricordo. Volevo cambiare la mia vita, rincorrere la speranza di un futuro diverso.

Sono fuggito da un paese in guerra civile, attraversando altre città in conflitto in una terra dove la libertà non esiste, ed il lavoro è spesso una scusa per ridurti in schiavitù. L’ho fatto insieme ad altri uomini come me, alcuni più giovani, stipati in un camion che si è ribaltato su sé stesso una volta giunti a Tripoli. Qui ho visto bambini armati scorrazzare tra la gente, cercare lo straniero in fuga e minacciarlo con una pistola alla tempia. Mi hanno derubato dei pochi soldi che avevo, del mio cellulare, mentre gridavo di dolore insieme agli altri: avevo una mano rotta, un ginocchio dolorante, ma all’ospedale il dottore mi disse che non avrebbe voluto curarmi, che non sarei servito a nulla, che ero nero e che, per questo, sarei finito in prigione. Una volta portato dietro le sbarre dai militari, mi hanno chiesto di pagare con tutta la moneta che avevo per tornare in libertà, ma le mie tasche erano vuote. Allora mi dissero di chiamare a casa, di telefonare a mia moglie, di chiederle di inviarmi il denaro. Ma io avevo lasciato il Gambia in cerca di lavoro, per spedire i soldi necessari a sopravvivere per lei e per mia figlia, nata da poco quando sono partito.

È così che sono stato costretto ai lavori forzati, controllato e minacciato da guardie armate che non esitavano a calciarmi quando dovevo fermarmi per il dolore, quando la mia mano rotta pulsava. Una notte, impossibilitato a dormire a causa della stanchezza lancinante, vidi tre ragazzi della mia camerata provare a scappare, cercando di scardinare la porta. La notte i militari dormono, e la prigione era controllata da un solo guardiano di ronda. Mi aiutarono ad alzarmi, trascinandomi in fuga verso una libertà relativa. Perché nessuno di noi avrebbe voluto restare un minuto di più in quell’inferno. Sulla spiaggia vicino alla prigione incontrammo una barca a remi, e salimmo senza esitazione, navigando nel buio della notte alla deriva, senza riuscire ad immaginare niente rispetto a quello che poteva esserci dall’altra parte. Dopo molte ore abbiamo visto delle luci in lontananza, che si avvicinavano progressivamente. Ci siamo messi ad urlare con tutto il fiato rimasto, sfiniti ma speranzosi. Quella nave che ci ha soccorso, ci ha portato a Lampedusa dove siamo restati per una settimana insieme ad altri migranti. Da lì, sono stato trasportato in Sicilia, dove mi hanno visitato in ospedale, dove sono riuscito a cambiare i miei vestiti. Dopo appena due giorni sono salito su un bus diretto in Toscana, dapprima ad Arezzo e poi a San Marco, nella casa di accoglienza di Don Claudio a Montevarchi.

Sono stato fortunato. Mi hanno raccontato dei trafficanti, dei differenti soldi che accettano per il trasporto. Quelli che non possono permettersi la cifra intera, vengono stipati in 120/150 persone in piccole barche incapaci di mantenersi integre a lungo, destinate ad affondare dopo poche ore di navigazione, non ancora giunte in zone di recupero. Mi hanno raccontato di un viaggio di 500 persone in una barca che, rallentata dal peso dei corpi e dall’usura del tempo, è giunta dopo due giorni fuori dalle acque libiche, anziché impiegare le canoniche dieci ore medie. C’erano sopra Siriani e Bengalesi in fuga, insieme ad altri Africani. In molti sono morti per disidratazione o per asfissia, già provati da mesi di prigionia, magari inconsapevolmente ammalati. Quelli che sono stati salvati per miracolo, hanno passato ore tra corpi senza vita, con spazi vitali inesistenti, senza acqua per dissetarsi e cibo per sostenersi. Io, come ho detto, sono stato fortunato.


Buenos Aires, 1950

Era il giorno 6 di Ottobre del 1947 e dovevo affrontare un lungo viaggio senza la speranza di un ritorno. In ogni occasione di dolore, il cielo è sempre grigio e pieno di nebbia, quasi volesse piangere insieme a chi soffre, ed io soffrivo in una maniera troppo grande! Quando arrivammo a Genova, vidi la nave già pronta che aspettava: si doveva partire per l’Argentina, ma dove era? A scuola l’avevamo vista sui libri di geografia, ed era come chiudere gli occhi e gettarci nel nulla senza meta, non sapendo a cosa stavamo andando incontro.

Dopo i primi giorni di navigazione iniziarono a presentarsi i primi problemi, legati all’alimentazione ed all’assistenza medica. I pasti erano sempre a base di scatolame e baccalà essiccato invaso dai vermi, e con lo stomaco in preda al mal di mare, i tanti bambini presenti iniziarono a sentirsi male. Alcuni già camminavano, ma altri avevano pochi mesi: il medico di bordo disse che si erano tutti ammalati di salmonellosi ma i medicinali scarseggiavano. Vedere quei piccolini soffrire senza poter far niente era uno strazio, mentre alle loro madri venne a mancare il latte per nutrirli, perché soffrivano la fame.

Il 16 di Ottobre uno di quei piccoli morì nella notte. Il giorno seguente tre tocchi di campana gli dettero l’addio, chiuso stretto dentro ad un lenzuolo con una grossa pietra e una lunga corda. Il cappellano lo benedì nel nome del Padre, prima di vederlo scomparire lasciando dietro di sé il dolore dei genitori. Restava ancora una settimana di viaggio, la paura e l’ossessione si erano impadronite di ognuno di noi, le giornate si facevano lunghe, il nostro pensiero era quella di riuscire ad arrivare in tempo per salvare i nostri figli. Arrivò anche quel momento, dopo 23 giorni di navigazione: le autorità ci accolsero trasportandoci all’ospedale, informate sul nostro stato di salute. Le pareti di quelle stanze erano adornate di grandi manifesti, con scritte che non sapevamo leggere, ma che ci dissero recitassero “Bienvenidos queridos hermanos”, cioè “Benvenuti carissimi fratelli”.

Ci unimmo così a quella fratellanza, i bambini guarirono velocemente ed all’uscita ci sistemarono in un albergo per emigranti. Quelle persone ci aprirono i loro cuori e capimmo che eravamo finiti in una terra meravigliosa: era cominciata da poco la primavera, il sole ci riscaldava con i suoi raggi mentre, felici, andammo incontro ad una nuova vita.

(Dal diario di Carola Zanchi, “Bienvenidos queridos Hermanos”)


Stazione di Montevarchi, tardo pomeriggio

E quando pensiamo al viaggio come premio per una stagione di lavoro, magari impiegando i risparmi di un semestre, gli diamo quel valore ambito che è destino di certi oggetti. Tutto ha un prezzo, e se osserviamo bene la rarità dei momenti, la libertà costa più di qualsiasi altra cosa.

A volte, per raggiungerla, non è sufficiente il frutto del nostro sacrificio: serve il coraggio, serve la disperazione, serve un’incoscienza mossa da amore. Se quindici giorni di libertà dalla routine vi costano più di una serie di stipendi, provate ad immaginarvi quanto salato può essere il prezzo di un futuro da uomini liberi, laddove la salvezza da morte e miseria è l’unica meta da inseguire, l’unica certezza per la quale barattare tutto, anche sé stessi.

Il mio lavoro è questo: viaggiare con le storie di chi viaggia, intraprendendo un percorso complesso, che secondo molti teorici da tastiera è alla stregua di un concetto falso, impossibile da raggiungere. Sto parlando di quell’integrazione da molti vista come una chimera: un processo naturale per quanto non semplice, in un mondo ideale dove empatia ed uguaglianza si trovano alla base della società.

Il mio lavoro è un viaggio dentro un mondo di viaggi, in accompagnamento ed aiuto al prossimo, il cui punto di arrivo è l’autosufficienza in un universo tanto distante da quello di provenienza. È anche per questo che mi trovo seduto su questa panchina, guardando la stazione, parlandovi dall’interno di riflessioni private che non avrò mai il coraggio di far ascoltare ad altre orecchie.

Accogliere storie sconosciute, inserirle in un mondo che è risultante di un insieme di storie diverse, per costruirne una nuova. Non necessariamente diversa da quelle passate, né da quelle recenti. Si, anche questo è il mio lavoro.


Dario Migrante. Montevarchi, Luglio 2018

Arrivato a San Marco la mia vita è cambiata da subito, anche se dopo il viaggio e le violenze subite avevo paura. Sono scappato da una terra disastrata, viaggiando attraverso il deserto e superando il buio della notte in un mare fortunatamente piatto, dopo aver conosciuto lo sfruttamento e la prigionia. Avrei voluto che i miei problemi fossero finiti, ma ero terrorizzato di trovarne di altri, mentre dovevo apprendere una nuova lingua, nuove abitudini, conoscere un mondo nuovo.

A San Marco le nostre giornate passavano lentamente, con sporadici viaggi giornalieri nel centro di Montevarchi, per comprare il necessario e ricaricare le schede telefoniche. Ho affrontato lo studio dell’Italiano con entusiasmo, ma per quanto volessi ottenere tutto e subito, il processo di studio è stato progressivo ed i primi miglioramenti sono arrivati dopo molti giorni, grazie all’aiuto ed il sostengo degli operatori.

Ma io non ero venuto in Italia per oziare, volevo iniziare a costruirmi un futuro, e dopo un periodo da volontario nella pulizia delle strade cittadine, Don Claudio mi ha offerto la possibilità di fare il muratore, imparando un mestiere per me nuovo in una ditta locale. Qualsiasi lavoro sarebbe andato bene per saziare la mia sete di imparare, la mia voglia di crescere, ed ho continuato a farlo per un anno e mezzo, fino a quando la disponibilità lavorativa è finita costringendomi a restare quattro mesi a casa.

Nel frattempo, però, ci siamo spostati in una casa di accoglienza nel centro di Montevarchi e tutto è cambiato in meglio. Potevamo uscire ed incontrare persone, stringere amicizie e praticare la lingua italiana trovandoci finalmente da soli, anziché continuare a parlare nei nostri dialetti fra noi. In molti dei miei compagni hanno iniziato a lavorare come agricoltori, qualcuno è riuscito a prendere la patente, guidando così i furgoni destinati a portarli nelle aziende agricole in cui vengono occupati stagionalmente. A me e ad altri, invece, Don Claudio ha proposto un altro tipo di mansione, come fornaio notturno in un panificio.

Non avevo mai fatto il fornaio, così come non avevo idea di come essere muratore, ma ho subito dato tutto me stesso per imparare. Adesso faccio il pane, faccio i biscotti, faccio cose da mangiare e sono felice. Per me è una soddisfazione, la stessa che ho provato quando ho chiamato per la prima volta a casa dopo essere sbarcato in Italia. Dopo aver detto che finalmente ce l’avevo fatta, che ero uscito vivo dall’Africa.

Mi sento autosufficiente, mi sento libero di sognare un domani meno oscuro, consapevole che se mai dovessi ritrovarmi senza cibo per saziare il mio corpo, saprei come fare a prepararlo.


Bruxelles, 1960

Un giorno, passando dal collocamento nella speranza di trovare un lavoro, natai un manifesto nel quale si richiedeva mano d’opera per il Belgio, per lavorare in miniera all’estrazione del carbone. Senza pensarci su, decisi di fare domanda. Non passò molto tempo e arrivò l’avviso di partire.

Eravamo in autunno del 1947, avevo allora diciannove anni, avrei dovuto partire da solo affrontando la vita dell’emigrante, per un lavoro di cui non sapevo nulla. Con la valigia di cartone mi trovai a Bologna, presso la stazione ove era fissato il raduno di coloro che avevano ricevuto l’avviso di partenza. Da qui saremmo partiti con il treno per il Belgio, con arrivo a Bruxelles.

Una volta arrivati venimmo suddivisi in diversi gruppi a seconda della provenienza: fummo sistemati in una camerata con letti a castello per una trentina di persone. La miniera nella quale dovevamo lavorare distava circa cinque chilometri, percorribili con un apposito trenino.

La profondità della miniera andava oltre i quattrocento metri. Lavoravamo a turni giornalieri e notturni, ed io iniziai con il turno di notte come operaio generico, la cui paga era la più bassa

Il primo turno fu allucinante. Il rumore della scavatrice era assordante, tanta era la polvere del carbone che veniva gettato in uno scivolo che lo portava in una galleria più in basso, dove venivano riempiti i carrelli che venivano fatti salire in superficie con il montacarichi.

Fu una notte interminabile. Tornai in superficie nero come il carbone e, raggiungo l’alloggiamento, giurai che non sarei ridisceso in quell’inferno e che volevo tornare in Italia. Gli amici riuscirono a farmi cambiare idea, e restai: mi convinsero che con il tempo mi sarei abituato. Infatti la paura passò velocemente, ma il pericolo era sempre in agguato. I problemi più preoccupanti erano lo scoppio di gas ed i continui crolli interni. A fare il minatore si prendeva una buona paga, anche se era il lavoro più faticoso e pericoloso, ma decisi di rischiare per migliorare la qualità della mia vita e riuscire a spedire a casa qualche soldo.

(Dal diario di Adriano Cavini, “Nero come il carbone”)


Stazione di Montevarchi, tardo pomeriggio

Eppure quando suoni il campanello e ti arrampichi per quei gradini due a due, oppure mentre assapori un tramonto lasciandoti accarezzare dal vento di un’altra giornata finita, non puoi far altro che pensare al dopo. Pensare a qualcos’altro, a qualcuno che ti aspetta, fosse anche solo un gatto che fa le fusa al tuo rientro.

Ed il ricordo a volte ti assale con nostalgia, anche mentre ti trovi in mezzo agli altri, regalandoti una solitudine che talvolta ti mozza il respiro. Il cuore palpita e lo senti pulsare forte nell’aorta, accompagnando il tremore delle tue mani, ed allora capisci che qualcosa manca. Che il vuoto del qualcuno lasciato indietro, nel passato, è tanto incolmabile quanto difficile da recuperare.

Perché quando sei in un viaggio qualsiasi — che sia di sopravvivenza o di evoluzione — è inevitabile guardare avanti ad un certo punto, e scegliere di non voltarsi. E lasciare che sia il tempo a tormentarti in seguito, domandandoti se hai fatto bene oppure se hai sbagliato, se tutto poteva essere diverso, se quell’errore si poteva evitare. E non sempre un errore è indolore, o quantomeno reversibile.

E che tu stia leggendo con fatica un diario altrui, che tu stia ascoltando una canzone dal cellulare, oppure che semplicemente ti trovi in coda al supermercato contando gli spiccioli che ti serviranno per pagare, il ricordo ti travolge. La nostalgia che la notte ti tormenta, sussulta nelle tue vene come un pallone che rimbalza sull’asfalto, e niente è peggiore della tristezza quando non vorresti sentirti solo.

Puoi cercare conforto nelle parole di qualcun altro, in una risata sguaiatamente forzata per affogare la tristezza, nel tuffarti con sguardo fiero ed impettito in una fiumana di gente. Un placebo può dar sollievo, ma non cura. E quando respiriamo, sbattiamo gli occhi e sanguiniamo allo stesso modo, significa che siamo tutti umani alla stessa maniera, con le nostre paure, le nostre debolezze, i nostri rimpianti.


Diario Migrante. Montevarchi, Luglio 2018

Molto spesso, quando sono insieme agli altri, oppure con i nostri operatori, parliamo del nostro passato e guardiamo sognanti al futuro. Chissà come sarà il nostro domani, chissà se riusciremo a rivedere le nostre famiglie, magari portandole qui con noi.

Alcuni hanno fratelli più piccoli e genitori in Africa, altri lavorano per spedire denaro a moglie e figli. Tutti sentiamo la mancanza di qualcuno, la mancanza dei nostri affetti più cari, consapevoli che il desiderio più grande ed immediato che abbiamo sono i documenti. Il raggiungimento di quelle carte che potrebbero permetterci di portare in Italia i nostri piccoli, oppure di tornare nelle nostre terre ad abbracciare ancora una volta nostra madre.

Quando sono partito, mia figlia aveva pochi mesi, ed è stata soltanto la speranza di potergli inviare il denaro per garantirle un futuro a spingermi in viaggio, affrontando rischi che non avrei potuto immaginare. Quando inizi a pensare al viaggio, nessuno ti racconta dei pericoli, delle violenze, delle difficoltà che dovrai affrontare. Difficilmente chi si trova in Europa ne parla, chiamando a casa. Ed io chiamo a casa quasi tutti i giorni, quando posso: è l’unico modo per sentirmi vicino a mia moglie, per immaginarmi la mia piccola che cresce, per consigliare mia madre sul da farsi, per darle coraggio.

Quando parliamo dei nostri sogni, non riesco a decidermi rispetto a dove vorrei rincontrarmi con loro. Vorrei solo che fosse per sempre, magari qui in Italia o forse tornando a casa dopo aver guadagnato i soldi per vivere meglio, dopo aver imparato nuovi mestieri.

Ma è dopo che il sole è tramontato, e mi trovo disteso ad aspettare il sonno, che la nostalgia mi avvolge e porta via con sé una parte di me. Penso alle incertezze che quotidianamente devono sopportare i miei familiari, penso a mio fratello che vaga in cerca di un lavoro e che adesso si trova in Mauritania. Penso al volto di mia figlia, che per come appare adesso ho conosciuto solo in foto, ed agli occhi di mia moglie, che amo profondamente nonostante il mare ed il deserto che ci separano.

Penso a tutto questo, e mi domando con angoscia quale sarà il destino che Dio ha in serbo per me. Mi domando se in questo viaggio per un domani migliore riuscirò a riabbracciarli, a sorridere con loro, a mostrargli quello che sono diventato. Mi chiedo se riuscirò a salvarli, prima ancora di salvare me stesso. Poi, se non sono di turno a lavoro, i miei occhi si arrendono chiudendosi, e posso finalmente riposare.


Melbourne, 1970

Finita la guerra, profugo e senza speranza di un avvenire sicuro, mi imbarcai nell’avventura in terra d’Australia. Mi è difficile far affiorare oggi, con l’aiuto della memoria, gli antichi tratti del mio volto giovanile. Una foto ingiallita del 1952 riporta un’immagine irreale, sospesa tra l’innocenza dei miei occhi ed un atteggiamento quasi sorpreso.

Quante volte, ai posti di frontiera, dovetti mostrarla così inchiodata e marcata dal timbro consolare. Quante volte, nel riporre quel documento, cercavo di accarezzare quel volto dall’aspetto attonito con il delicato tocco dei polpastrelli, come a voler confortare me stesso, solo in quell’immensa terra rossa di canguri, terribilmente estranea agli affetti più cari. Ero giovanissimo, affrontavo da solo l’esperienza dell’emigrante: l’Australia era per me una terra di fascino amaro, che ero stato costretto ad amare prima ancora di averla incontrata. Costretto ad accettarla in cambio di una suggestiva speranza di benessere, perdendo il calore della mia terra, l’abbraccio tenero e soave delle mie colline.

Il campo di raccolta per immigrati del Bonegilla l’assistenza era ottima, con acqua e servizi igienici sufficienti, tanto che dovetti rimpiangerli quando giunsi nella nuova destinazione con un contratto di lavoro di due anni. Per giungere alla fattoria alla quale ero stato assegnato, era necessario percorrere tre giorni di deserto e costa a bordo di un camioncino. Si trattava di una importazione di persone povere ed a basso costo, la nostra, e questo era alla base di un reclutamento indiscriminato di tutte le razze e di qualsiasi nazionalità, esclusi gli anglosassoni.

Ognuno di noi era emigrato per un fatto, per una circostanza, per una necessità di vita da quella terra che ci aveva dato i natali, ma ci aveva frustrati nello spirito. Eravamo tutti figli della malasorte. Sentivamo in noi l’abbandono che ti priva della propria dignità umana, vivendo quasi allo stato selvaggio, in baracche di lamiera larghe appena un metro e mezzo quadrato, che non offrivano alcun conforto igienico. In molti, infatti, cedettero presto facendo mestamente ritorno in Italia. Io, che sono ancora qua, evidentemente resistetti, lentamente invecchiando.

(Dal diario di Umberto Polizzi, “I figli della malasorte”)

Stazione di Montevarchi, tardo pomeriggio

Quando un viaggio finisce, con la fatica ed il lavoro necessario per portarlo a compimento, ti senti forse svuotato nei sentimenti, ma sicuramente riempito nell’anima. Ed il bagaglio che ognuno di noi è destinato a portarsi dentro fino alla fine, è quanto di più vitale serva per convincersi di aver vissuto, per sperare di capire il domani.

Perché se tutti sbagliamo, è necessario capire la ricetta per evitar l’ennesima ripetizione. Perché se non tutti abbiamo gli elementi per comprendere, è necessario conoscere meglio qualcosa, prima di sentenziare.

È come se ognuno di noi, camminando in una strada piena di gente, avesse davanti a sé una serie di libri unici ed inestimabili, straboccanti di storie e di insegnamenti. È come se fossimo composti di determinate (e mai infinite) pagine bianche, destinate ad esser scritte passo dopo passo, giorno dopo giorno, con le riflessioni che si susseguono nelle nostre menti, figlie di quello che è destinato a capitarci.

Chissà cosa mi aspetta se al prossimo incrocio decido di girare a sinistra, piuttosto che proseguire a diritto. Chissà se sarà meglio tornare indietro.

Quello che ho capito, mentre i miei occhi si staccano dall’ennesimo addio guardando oltre verso un nuovo “benvenuto”, è che viaggiare non significa mantenersi in moto perpetuo e continuo, scegliendo ponderatamente o casualmente la direzione prossima.

Molto spesso significa fermarsi, significa assaporare gli odori portati dal vento, incrociando sguardi diversi. Se ognuno di quelli è un diario prezioso, basta un semplice incontro di pupille per arricchire la nostra esistenza con un qualcosa di nuovo.

E qualsiasi cosa porti la conoscenza, nel bene o nel male, è indubbio che alla fine di un percorso qualcosa di tangibile resti, anche denudandolo dai sentimenti.

Quel qualcosa è una ricchezza troppo unica per esser lasciata attendere invano, magari solo per pigrizia o per semplice paura, anche e soprattutto perché quest’ultima, in fondo, non è nient’altro che un illusione.

“… la migracion es como un rio que fluye. Pero si el rio deja de fluir,el agua se estanca. Y el agua estancada, se ensucia …”


Dedicato a tutti i bambini, le donne e gli uomini che, in questa epoca, attraversano il Mediterraneo. Rincorrendo la speranza di un futuro migliore.
Gli estratti dai diari di Carola Zanchi, Adriano Cavini e Umberto Polizzi sono stati riadattati dalla pubblicazione “Lontana Terra — diari toscani di viaggio”, raccolti nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, edito nel 2005 da Terre di Mezzo.
Il “Diario Migrante” è stato scritto sulle testimonianze degli abitanti della Casa Accoglienza San Lorenzo, a Montevarchi, figlio delle esperienze di Ablay Jawo, Aliou Sawane, Mama Kone e Babacar, raccolte nel Luglio 2018.

Rispetto all’esperienza della casa San Marco a Montevarchi, segue il documentario sempre prodotto da No.Made Factory.