Un Albero per ogni Neonato

Tra le innumerevoli e riconosciute negatività che attanagliano la nostra modernità tanto liquida (per dirla alla Bauman) quanto virtuale (per citare il primario di questi mali), uno dei mali più tangibili ed essenziali — ma non per questo “invisibile agli occhi” (per citare pure Antoine de Saint-Exupéry) — è il rapporto tra uomo e natura. Un rapporto che -vuoi per quelle “necessità” vendute come tali rispetto alle essenzialità, vuoi per quel pressapochismo generato da un bisogno di profitto destinato a scavalcare gli antichi cicli di natura dai quali anche la nostra vita dipende- definir univoco è a dir poco un eufemismo.
Infatti se il Pianeta continua imperterrito a generare quelle necessità che, nel caso della specie umana, permettono il susseguirsi di generazioni, da parte nostra le azioni di “ritorno” in materia di cura e salvaguardia dell’ambiente stesso, latitano in numero ed efficacia.

Disboscamenti, cementificazione, emissioni non controllate, inquinamento, occultamento di rifiuti tossici, modifiche in laboratorio di semenze per l’ottenimento di piante ad immagine ed utilizzo di mercato, sono solo la punta dell’Iceberg di una serie di pessime pratiche che universalmente riconosciamo come dannose per il futuro del Pianeta, ma che quotidianamente toccano il giusto la maggioranza della popolazione dello stesso. Una maggioranza troppo impegnata a correre per guadagnare quel poco che serve a sopravvivere secondo standard imposti che, inevitabilmente, surclassano il rispetto del preesistente.

Eppure il culto degli elementi naturali simbolicamente più iconici come le piante ed in particolare gli alberi, è alla base di quelle culture e credenze religiose che hanno favorito lo sviluppo della coscienza umana fin dall’antichità.
Molto prima degli smartphone, dell’etere, dell’asfalto e pure della ruota, i cicli naturali (ed in conseguenza quegli elementi caratterizzanti gli stessi), rappresentavano il perno attorno al quale ruotava la vita: alberi e rocce erano indispensabili per costruir abitazioni, le piante per curare ferite e malattie, la terra per coltivare ortaggi ed alberi da frutto. Quindi, non c’è niente di strano né di arcaico nel valutare come ad alberi e piante in generale venissero associate divinità, o donati dei significati di carattere religioso, spirituale ed esoterico.
L’albero in particolare ha da sempre rappresentato metafora di mille aspirazioni positive o preferibili per l’essere umano.

Rappresentanti il mezzo di interconnessione tra sottosuolo terrestre, superficie ed il cielo a partire già in culture precedenti a quelle Greche e Romane, gli alberi esemplificano una serie di valori verso i quali l’uomo tende ad aspirare nelle fasi di crescita e completamento. Sto parlando della durezza e forza (rappresentate nel tronco), della solidità e del radicamento culturale (rappresentata dalle radici), dalla capacità di deduzione e di pensiero (idealmente rappresentato dalle innumerevoli diramazioni derivanti da uno stesso ceppo, metaforicamente rappresentante il cuore degli impavidi o il cervello degli intellettuali).
Rispetto al ciclo vitale umano, quale rappresentazione metaforica è più efficace di un albero piantato, che si radica e cresce nutrendosi degli elementi favoriti da cielo e terra, tendendo a quel cielo religiosamente rappresentazione di una beatificazione verso la quale tendere, che a sua volta potremmo leggere come lo status di consapevolezza derivante da conoscenze varie, fino al raggiungimento delle risposte relative al mistero della vita stessa?

È probabilmente da questo simbolo che in Italia viene emessa la legge Cossiga-Andreotti n.113 del 29 gennaio 1992, che impone ai comuni l’obbligo di piantare un albero tanti quanti sono i neonati nel suolo di competenza. Un metodo per favorire il proliferare delle aree verdi, per combattere il disboscamento, per favorire un progetto di aumento del verde pubblico cittadino e indubbiamente un simbolico rituale in onore della vita umana in relazione e dipendenza con i cicli di natura.
Una legge di venticinque anni fa che, per garantirne l’effettiva attuazione (laddove evidentemente veniva bypassata sistematicamente dalle amministrazioni locali), è stata “rinnovata” e riscritta recentemente. E questo termine (“recentemente”) è un ennesimo eufemismo, considerando che si tratta della legge n.10 del 14 gennaio 2013 (entrata in vigore il 16 Febbraio seguente), poco più di 4 anni fa.

L’attuale legge “un Albero per ogni Neonato” si auspicava una semplificazione nell’attuazione pratica dell’obbligo agli enti locali di rispettarla, attraverso una serie di modifiche tutt’ora in vigore: diviene applicabile solo dai comuni che superano i 15.000 abitanti, diminuendo il tempo che deve intercorrere tra la nascita effettiva e la piantumazione da 12 a 6 mesi, allargando il concetto di “neonato” anche alle adozioni, probabilmente riconoscendo il basso tasso di natalità che caratterizza il nostro paese in questo periodo storico. Proprio malgrado questo, la prospettiva con la quale l’obbligo è entrato in vigore appariva sufficiente a contrastare il fenomeno di diminuzione delle zone verdi in suolo nazionale, emergenza effettiva nel 2103 che non ha avuto argine all’alba del prossimo Settembre 2017.
Garante del rispetto di questa normativa è il Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico istituito presso il mMnistero dell’Ambiente. Ulteriormente i Comuni sopra i 15.000 abitanti sono obbligati a relazionarsi con lo stesso, comunicando il tipo di albero scelto, il luogo di piantumazione, il collegamento nominale con il nuovo nascituro (o adottato), attraverso un continuo censimento. Collegata alla legge, anche una serie di norme a tutela degli alberi monumentali (ed una conseguente indagine e registrazione) e la ridefinizione della Giornata Nazionale dell’Albero, preziosa occasione di educazione ambientale per le giovani generazioni ed occasione di nuove piantumazioni, spostata seguendo le logiche climatiche nazionali al 21 Novembre.
Tutto molto bello, non trovate?

Ecco, adesso che conoscete tutto questo (oppure semplicemente vi è ritornato in mente, rinfrescandovi la memoria di un qualcosa che distrattamente è passato per i vostri padiglioni auricolari, tra miliardi di informazioni), provate a domandarvi se il vostro Comune sta attuando questa legge (ovviamente nel caso superi le 15.000 anime, è chiaro).
Provate a riflettere su quanto di primaria importanza possa essere ciò che viene imposto attraverso questa semplice serie di piccole regole, quanto sia simbolicamente spirituale (qualsiasi sia il vostro credo, compreso l’ateismo), quanto sia necessario anche nel favorire una buona educazione al rispetto del ciclo naturale nelle nuovissime generazioni.

Non ho interesse a dilungarmi riportando esempi virtuosi, oppure puntando il dito su scandalose omissioni di altri: quello che mi interessa è generare in voi questa domanda, che inevitabilmente sorgerà spontanea se siete arrivati a leggere fino a qui.
Indagate, riflettete, domandatevi e domandate. Poi, provate ad agire di conseguenza.
Niente è più importante della qualità della nostra vita. Niente è più importante della natura che ci circonda. Anche se vivete in luoghi dove non siete capaci di percepirla, neanche sforzandovi a guardar oltre i palazzoni che delimitano la linea dell’orizzonte.
