Com’è veramente fare la comparsa in una fiction

di Massimo D’Agostino

Mary, esci dalla mia vita e non tornarci mai più!!!” urlo con convinzione in una saletta bianca da ospedale di fronte a una telecamera, osservato da un ragazzo belloccio di cui ho come al solito dimenticato il nome già due secondi dopo che si è presentato.
–Ok, ora ridillo allegro– mi chiede lasciandomi per un attimo nello sconcerto.
Come sono finito qui, in un’agenzia di casting posizionata in quella frazione di via Tiburtina a Roma dove i numeri civici hanno 4 cifre, è una lunga storia che inizia dalla tipica italica convinzione di essere un potenziale ottimo attore pur non avendo mai studiato recitazione e finisce con il fallimento della start-up che avevo fondato tre anni prima con 4 ormai ex-soci che mi ha lasciato sul lastrico sia economicamente che emotivamente.
Prima di uscire dalla saletta, rivolgo all’Innominato la domanda che finora non avevo avuto il coraggio di fare: –Ma il casting per cosa è?–
–Una fiction per Mediaset– dramatic pause –con Gabriel Garko.–
Annuisco con soddisfazione, consapevole del peso della sua ultima affermazione.

La presenza della stella polare della fiction trash nostrana mi fa prendere coscienza che superare questo provino potrebbe significare prender parte a una pagina indelebile nella storia della televisione italiana.

Passa qualche mese, il tempo sufficiente per dimenticare completamente quanto era successo in quella saletta bianca, e quando squilla il telefono vengo improvvisamente gettato in un crescendo surreale di istruzioni che mi lasciano a bocca aperta.
–Ciao Massimo, sono Elena dell’agenzia di casting, ci sarebbe da fare la comparsa per la fiction per cui facesti il provino. Dovresti venire domani alle 8 con due abiti eleganti, il ruolo è quello del cliente di uno strip club.–
Il caso vuole che la mia fidanzata in passato abbia avuto una breve parentesi da stripper per cui ho già tutta una serie di elementi per poter utilizzare il metodo Stanislavskij e calarmi immediatamente nel personaggio.

Chi vive a Roma, a meno che non se ne stia rinchiuso in casa senza mai nemmeno aprire le persiane, almeno una volta nella vita ha visto girare una scena, che sia di un film, di una fiction o di un cortometraggio. Per cui, quando a via Ostiense scorgo dei gazebo e un paio di camioncini, so che sono vicino al set. Quello che mi colpisce subito è l’odore dei cornetti che giacciono copiosi su uno dei tavolini, una sorta di benvenuto alle comparse, o per meglio dire “generici” che scopro essere l’epiteto con cui sarò definito per il resto della giornata. Come se il tutto non fosse già sufficientemente alienante.

Mi rendo subito conto che la scelta da parte dell’agenzia di casting di lasciare ai generici un’interpretazione aperta della parola “elegante” non ha dato buoni frutti. Intorno a me trovo dal novello Neo di Matrix al giovane rampollo della famiglia Corleone passando per qualche domatore da circo, tutti concentrati nel difficile compito di addentare i cornetti senza riempirsi di zucchero a velo le giacche.

In me, a prevalere è un forte senso di smarrimento, per cui cerco qualcuno vestito peggio delle comparse - impresa non facile - per provare a ottenere qualche informazione.
Noto un tizio piuttosto corpulento (del quale da napoletano riconosco l’accento della zona di Torre Annunziata) con jeans strappati, scarpe Adidas color celeste shocking e un bomber blu con un’acconciatura quanto meno discutibile. Capisco subito che lavora per l’agenzia di casting perché è intento a spiegare a due suoi amici che sembrano appena usciti da Gomorra La Serie in cosa consisterà la loro performance da comparsa. Sospetto che per loro non ci sia stato alcun provino. Appena faccio per avvicinarmi, mi porge dei fogli con il garbo di un parcheggiatore abusivo: –Hai firmato?–

Leggo il contratto con la stessa attenzione che dedico solitamente alle clausole degli aggiornamenti di iTunes e firmo tutto.

Scopro solo in questo momento che mi daranno poco più di 80 euro, ma cosa mi importa dei soldi quando sono vicino ad esordire nel luminoso mondo dello spettacolo?
Gli consegno i fogli e mi dice di passare dalla costumista, una signora sulla cinquantina con i classici capelli rossi corti molto in auge nelle donne di mezza età che mi rivolge uno sguardo fugace.
–Ok, tu sei a posto così, puoi andare sul set.–

Il tamarro di Torre Annunziata con i modi garbati da parcheggiatore abusivo parla con l’Innominato

Si dice che ogni uomo abbia un lato femminile, il mio è il lamentabile senso dell’orientamento che misto alla classica caratteristica maschile del non voler mai chiedere informazioni per non mostrare debolezza, fa sì che mi giri e mi diriga con finta decisione verso il set (del quale non conosco l’ubicazione) affidandomi al mio solito infallibile metodo per per trovare un posto: seguire qualcuno.
Durante il tragitto mi imbatto nell’Innominato, che rivedo dopo il trionfale provino in agenzia. Per la prima di numerose volte ci fa l’appello, che sarà una sorta di fil rouge di tutta la giornata, effettuato spesso anche a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, forse per farci ricordare che abbiamo un’identità pur essendo “generici”.
Camminando verso il set, riconosco via Libetta, una strada di Roma famosa per l’alta concentrazione di discoteche che avevo percorso diverse decine di volte in passato. Per un momento mi sorprendo di non averla ricordata subito, poi ripenso allo stato alcolico con il quale la percorrevo all’epoca e mi sorprendo di essermi sorpreso del mio deficit mnemonico.
Arriviamo in una specie di piazzale circondato da locali che, come sempre accade, di giorno perdono qualsiasi tipo di fascino. Il set è all’interno di uno di questi, sull’entrata campeggiano due insegne. Il già terrificante nome originale, SX live exess, è stato integrato con un nome ancora più terribile, cosa che mi fa sospettare sia stato ideato dalle creative menti degli sceneggiatori: Bimbastar.

Accanto al locale, il mio sguardo viene rapito da una bandiera dei pirati che si trova sulla portiera di uno dei furgoni della produzione.

Il numero dei generici aumenta in modo sostenuto, e sembra esserci in atto una sorta di sfida al peggior outfit tra loro, i dipendenti dell’agenzia di casting e gli addetti alla produzione.
L’agenzia, oltre al tamarro di Torre Annunziata, schiera Tania, argentina fisicamente piuttosto in forma che si presenta con leggins blu scuro attillati, stivali tipo babbucce bianchi corti, pulloverino a collo alto blu elettrico, pellicciotto grigio probabilmente di pelo di gatto persiano, il tutto condito da unghie finte rosse laccate e capelli tinti color giallo paglierino. Insomma, una sorta di Belen Rodriguez sotto metanfetamine.

Tania, la versione taroccata di Belen

Per la produzione scende in campo invece un personaggio piuttosto inquietante, pelato, con la barba appuntita e poco curata, occhiali da sole scuri e un’espressione fissa di disprezzo che esordisce subito con la minaccia che chiunque farà foto all’interno del set verrà mandato a casa e potrà incorrere in spiacevoli conseguenze dato che le ragazze presentano abiti “molto succinti”.

L’assistente di produzione inquietante sfoggia la sua tipica espressione

Non passano nemmeno cinque minuti e a ripeterci l’avvertimento è il tamarro di Torre Annunziata, aggiungendo che non si potranno scattare foto nemmeno all’esterno del set.
In generale, noto con fastidio che sia quelli della produzione che quelli dell’agenzia si rivolgono a noi sempre in modo stizzito e arrogante, e tra la maggior parte dei generici la cosa viene accettata in modo silente e compassato. Tranne che da uno, che reagisce: –Ma che modi sono? Guarda che già ce l’hanno detto, non siamo mica ragazzini!
–Eh, e ve lo dico altre 500 volte se mi va. E se non vi sta bene, ve ne potete andare a casa– ribatte il tamarro.
Le scorie della litigata fanno sì che si inizino a formare dei gruppetti prima ai lati dei contendenti, poi più per tipologia di persone, cosa che mi fa sentire come in una di quelle scene ambientate durante l’ora d’aria in un carcere, dove i galeotti sono naturalmente vicini per appartenenza etnica. Tra le diverse categorie che compongono la fauna, si fanno notare in modo particolare tre tipologie: i ragazzi ingenui che sognano di essere scoperti, quelli sui 40/50 anni arancioni di lampade coi capelli tinti, e gli over sessanta con l’aria vissuta di chi ne ha viste tante sui set e quindi, per osmosi, nella vita.

Guardandomi intorno, la sensazione principale è quella di un continuo deja vu, tutti sembrano avere un’aria familiare, una faccia conosciuta.

D’altronde, a sentirli parlare, sarebbe davvero complicato non averli mai visti dato che vantano partecipazioni e ospitate a numerose trasmissioni televisive nonché a film di vario tipo.
La grigia mattinata sembra ormai scivolare via lentamente, la noia incombe sia sulle comparse che su quelli dell’agenzia, ma verso mezzogiorno, da una Mercedes grigio metallizzato ecco spuntare in completo chiaro lui: Gabriel Garko.
Saluta sorridente un non identificato punto in mezzo alla folla e come un redivivo Marlon Brando inforca gli occhiali da sole e si accende una sigaretta. Le donne della troupe sghignazzano, mentre tra i generici piovono insinuazioni piuttosto ben argomentate sulle chiacchierate preferenze sessuali dell’attore.

La stella polare della fiction trash italiana: Gabriel Garko

Finora, la mia nuova vita da comparsa non mi sta regalando grandi soddisfazioni. Cammino in cerchio come in una grande e scomoda sala d’attesa di un ospedale. Per fortuna arriva un altro attore che cerca di rapire l’attenzione dell’annoiata platea delle comparse. Giovane, biondo, bel ragazzo, e vestito già con abiti di scena. Nello specifico una camicia scura a righe e uno sgargiante gilet a quadri blu elettrico. Da ciò che indossa, capire il ruolo è oggettivamente difficile.
Ma non è del suo ruolo che si parla, bensì delle sue numerose esperienze da comparsa navigata. In particolare, c’è un momento molto toccante in cui, alzando la testa e socchiudendo gli occhi, l’attore ricorda la compianta Virna Lisi (scomparsa tra l’altro poco prima di iniziare le riprese di questa fiction, vedi un po’ a volte il destino…) che, a detta sua, pare fosse prodiga di consigli nei confronti del nostro nuovo eroe: –Quante cose mi ha insegnato quella donna…
Da quel momento, il delfino di Virna continuerà per tutta la giornata ad intrattenere gli astanti allontanandosi ogni tanto solo per controllare il suo look sullo specchietto di un furgone.

Il delfino di Virna con il suo gruppo d’ascolto
In generale, mi sento come se stessi camminando su una linea molto sottile che separa il divertito dal grottesco, il tenero dal patetico, sensazione che continuerà ad accompagnarmi durante tutto il resto della giornata.

Ridendo e scherzando (in realtà finora non è accaduta nessuna delle due cose) sono ormai già le 12:30 e finalmente un primo gruppo di comparse fa il suo trionfale ingresso sul set.
La selezione avviene nell’ormai consolidato metodo reso famoso da Boris “a cazzo di cane”, basta passare in quel momento dalle parti di chi sta selezionando le comparse e probabilmente si finisce sul set. La mia ormai inarrestabile attrazione nei confronti del gossip da fiction ha giocato contro di me e quando mi avvicino alla selezionatrice, è ormai troppo tardi.
Passano meno di cinque minuti, e già uno dei generici esce dal set. Mi chiedo se l’abbiano beccato a fare qualche foto alle discinte attrici o cos’altro possa essere accaduto, ma invece la domanda che tutti sembrano volergli porre è una: –Ahò, ma stanno a fà e stesse cose de glieri?–
È chiaro ormai che la mia presenza tra le comparse non è figlia del merito né della mia incantevole performance al casting bensì, probabilmente, di una semplice sostituzione.

Gli amici del tamarro accanto a una comparsa impegnata in un pisolino

Pare che il numero di generici non fosse sufficiente e vengono a chiamare un altro gruppo per portarlo sul set. Ancora una volta non sono tra loro ma, poco dopo, a lenire la mia frustrazione ci pensa l’arrivo del cibo che mi distoglie dall’entusiastica conversazione sui gusti di cialde del caffè che ha ormai sostituito quella sugli aneddoti del delfino di Virna, che comunque è presente e dice la sua anche su quest’altro importante argomento.
La presenza del cibo però è una sorta di truffa perché non si può ancora toccare. Rimane ammassato sul retro di un furgoncino bianco dal quale iniziano ad aver luogo strane manovre; in particolare vengono presi dei cestini e inseriti in modo losco nel portabagagli di un’auto che poco dopo si allontana. Intanto, forse ispirati dall’arrivo delle vettovaglie, dalle cialde di caffè si è passati a parlare della relazione tra il consumo di pasta e gli effetti sulla salute. Contestualmente, un altro gruppo discute animatamente e con malcelata indignazione sul fatto che uno come Frank Matano possa avere successo e qui non posso esimermi dall’assentire con decisa convinzione.

Ormai sono le 14, finalmente escono tutti dal set e si mangia. Noto subito che c’è una sorta di apartheid gastronomico: per noi generici il menu prevede orecchiette al ragù (o in alternativa pasta con le lenticchie), straccetti di pollo impanati e fagioli all’insalata, il tutto accompagnato da una mela verde e una bottiglia d’acqua così frizzante che farebbe arrossire un’idrolitina.
Per la troupe e l’agenzia di casting invece il menù è diverso, ci sono ben tre tipi di pasta tra i quali scegliere, e come secondo c’è un non ben identificabile pezzo di carne (forse uno stinco ma non scommetterei sulla provenienza suina) che incontra notevoli difficoltà ad essere tagliato con le posate di plastica e viene pertanto infilzato con una forchetta e preso a morsi come in una specie di mashup tra Game Of Thrones e The Walking Dead. Le pietanze hanno un sapore piuttosto uniforme, tanto che verrebbe quasi voglia di bendare Gordon Ramsay e sfidare il suo leggendario palato a riconoscerne gli ingredienti.

Appena consumato il “lauto” pasto, da buon napoletano, il mio primo pensiero va ovviamente al caffè, che viene somministrato da una macchinetta posizionata in un’area alle spalle del set dove per accedervi è necessario attraversare la sala. In pratica, avrò finalmente la chance di ammirare le scenografie del Bimbastar.
Entro. Devo ammettere che l’intento di farlo apparire come uno squallido night club di quarto ordine è riuscito alla grande. Il dubbio che invece volesse essere rappresentato come un localino raffinato mi attanaglia, ma cerco di non pensarci.
Le attrici sono anch’esse in pausa, coperte da sgargianti accappatoi tutti diversi tra loro e con in testa delle parrucche nere modello Uma Thurman in Pulp Fiction. Riconosco un’ex gieffina caduta ormai in disgrazia (anche fisicamente) mentre di chi siano le altre non ho la più remota idea.

Il tentativo di sbirciare sotto gli accappatoi mi costa caro, le cialde sono finite. Piomba il panico sul set, reso ancora più terrificante dall’invito dell’assistente argentina che ci fa sapere che tutte le nostre eventuali funzioni corporali andranno adempiute in 10 minuti.
Mi fiondo all’esterno alla ricerca di un caffé e mi trovo, improvvisamente, in un altro appello, per fortuna seguito dall’arrivo delle cialde, uno dei pochi maestosi momenti di gioia della giornata.
Insieme alle cialde, arrivano anche altre tre attrici, del tutto identiche in termini di trucco e parrucco a quelle che avevo osservato all’interno. La loro presenza provoca un inquietante quanto stupefacente silenzio tra le comparse. L’associazione di pensieri con i galeotti si arricchisce ulteriormente.

Il loro ingresso sul set sancisce ufficialmente la fine della pausa e scatena i commenti lussuriosi della platea, riportandomi alla mente un libro di Chuck Palahniuk ambientato sul set di un film porno dove decine e decine di uomini sono in attesa di partecipare a una gangbang.
Sono ormai quasi le 16 e alla notevole indignazione per non essere ancora entrati sul set, inizia a serpeggiare tra noi generici finora esclusi anche una crescente frustrazione.

Quando poi l’Innominato comunica che solo alcuni tra quelli che oggi non sono stati chiamati sul set saranno convocati di nuovo domani e che riceveranno di lì a qualche momento un sms di conferma, la frustrazione e l’indignazione si trasformano in sincera preoccupazione. Lo sgomento di non essere convocati e quindi perdere la grande opportunità di partecipare alla realizzazione di una pietra miliare della scadente fiction italiana monta minuto dopo minuto.

Mi sembra di essere in una specie di gioco sadico dove ad ogni tono di sms tutti si girano a fissare il proprietario del telefono trattenendo il fiato.

In me, attualmente, sta avendo luogo un feroce dibattito interno: l’idea di passare un’altra giornata tra discussioni su cialde di caffè e presunti aneddoti di sedicenti attori mi atterrisce. Allo stesso tempo, l’ipotesi di non entrare sul set, di non poter compiere l’ultimo fondamentale passo per comprendere a fondo la vita da comparsa mi risulta però inaccettabile.
E nel pieno del mio dilemma, come un deus ex machina, proprio nel momento in cui ero pronto ad accettare l’infausta ipotesi di vivere una seconda giornata da comparsa, una delle assistenti di scena viene fuori dal set dicendo di avere bisogno di altri generici.
Conscio ormai del metodo di selezione mi dirigo verso di lei guardandola intensamente negli occhi: è la mia chance di conquistarla. Cede immediatamente e mi fa cenno di entrare.

La mia carriera nel luminoso mondo dello show business è a una svolta epocale.

Mi tiene per un braccio mentre mi porta sul set. Sorrido compiaciuto immaginando cosa accadrà di qui a qualche minuto. La prima impressione è quella di un totale caos, provocato dall’enorme quantità di persone coinvolte per le riprese, il 60% delle quali ritengo assolutamente superfluo. Ritrovo in scena il delfino di Virna e scopro, finalmente, quale ruolo fondamentale avrà nella fiction: un cameriere. La Lisi forse non sarebbe più così fiera di lui.

Mi mettono seduto insieme ad altri generici, tutti intorno a un tavolo di plexiglass con dei finti drink davanti. Un paio di tavoli dopo il mio scorgo Gabriel Garko, alla cui sinistra c’è la passerella che avevo identificato mentre ero alla ricerca delle cialde per il caffè illuminata dalle luci che sovrastano due ragazze seminude vestite da Angelo e Diavolo.
–Allora, voi dovete fare gli arrapati, ma con classe. Applausi si, urli ok, ma con garbo– ci informa uno degli assistenti. La scena consiste in un ballo saffico delle due ragazze che si conclude con un bacio. Come a scuola, mentre l’aiuto regista spiega la scena, dai tavoli si levano battutacce sessiste e commenti lascivi.

Gabriel Garko accanto alla passerella del Bimbastar

Un attimo prima del ciak, fa il suo prepotente ingresso in scena l’addetto al fumo, non un pusher come avrei sperato ma una specie di nano con uno strumento apposito che fa sì che si crei la magia. Viene urlata la mitica sequenza ciak, motore, azione, parte una musichetta, una specie di jingle dal titolo appunto di Bimbastar (che da questo momento non smetterà più di ammorbarci), la scena ha inizio, pochi secondi dopo finisce e sono tutti felici. Buona la prima. Siamo già fuori. Il tutto non sarà durato più di 15 minuti.
Uscendo, vedo sul cellulare una notifica. È un messaggio. Sono stato convocato per il giorno dopo.
Non ho nemmeno il tempo di bullarmi per gli sguardi ammirati degli altri generici che mi trovo subito ad assistere ad un altro litigio. Il tamarro campano è di nuovo protagonista, ma stavolta all’altro angolo c’è un tale Gino, che a quanto pare vanta una lunga carriera da comparsa e tra l’altro non ha l’aspetto di uno che predilige la dialettica rispetto a una sana scazzottata.
Mentre cerco di indagare sui motivi alla base del dissidio, quelli dell’agenzia chiedono ad alta voce se ci è arrivato il messaggio e dicono che chi vuole rifiutare deve comunicarlo subito. Io, ancora indeciso sul da farsi, faccio il finto tonto.
Altro appello, stavolta ci separano in due gruppi, divisi tra chi ha girato almeno una scena e chi non è mai entrato sul set. Non sappiamo il perché ma è evidente il diverso stato d’animo tra le due squadre.

Le conseguenze del litigio sono gravi. Tania l’argentina comunica a Gino che la sua presenza per domani non è gradita. Gli altri generici presenti, inevitabilmente solidali con il collega, sono basiti. Lui finge indifferenza e superiorità per qualche secondo, poi si avvicina al ciccione con fare minaccioso. Nello stesso momento torna l’assistente e ci invita a rientrare sul set. Stavolta mi viene a prendere direttamente, si vede che nel ruolo dell’arrapato classy sono stato particolarmente convincente. Faccio in tempo a notare che il tamarro, nel pieno della discussione, riesce in una rocambolesca opera di raccomandazione a far entrare finalmente sul set i suoi due amici dall’aspetto inquietante. Poco dopo, ecco arrivare anche Gino, sorprendentemente tranquillo e sorridente. Il mistero s’infittisce.

Nella scena che stiamo per girare, Gabriel Garko non dovrà limitarsi a stare seduto, bensì dovrà prodursi in una languida camminata in mezzo a noi generici che saremo contemporaneamente impegnati ad ululare, sempre con classe, alle ragazze sul palco. Mentre attende accanto a me, mi accorgo che ha il viso truccato quasi fosse una cocotte francese durante il Secondo Impero, trucco che devo riconoscere si addice notevolmente all’atteggiamento sbarazzino che sembra mostrare nei confronti di alcuni ragazzi della troupe.

Durante la preparazione della scena le attrici, effettivamente dagli abiti parecchio succinti, provano una coreografia che sembra una perfetta riproduzione di quelle viste mille volte eseguire da letterine, veline, meteorine etc. etc. sul jingle di Bimbastar, ormai penetrato come un virus nel cervello di tutti i generici che finiscono addirittura per canticchiarlo, cosa che mi fa tornare in mente l’inno di Forza Italia e la sua prepotente capacità ipnotica.
Giriamo la scena e, di nuovo, “buona la prima”, come di certo accadrà anche sul set di True Detective; devo però riconoscere che Gabriel Garko quando deve solo camminare senza recitare se la cava egregiamente, tanto che al termine della scena, prima di abbandonare il set, viene fermato da uno dei generici che gli dice: “Fatte almeno strigne a mano Gabriel!” Lui accetta con la consapevolezza della magnanimità del gesto. Io penso con dolore al suffragio universale.

Intanto, sul set si è ormai creata una certa complicità. Io, grazie alle mie convincenti interpretazioni nelle due scene precedenti, non vengo più percepito come un oggetto misterioso, bensì coinvolto anche nella preparazione di una scena nella scena. Ciò che prevede il copione è che una delle stripper, durante la coreografia, lanci una specie di pallone da pallavolo dipinto d’oro a uno degli spettatori, nello specifico una specie di incrocio tra Sandokan e Bob di Twin Peaks che è in prima fila, di fronte al palco, esattamente accanto a me.
Ed è allora che lui, dall’alto della sua trentennale esperienza da comparsa (“pensa na cosa, io so lazziale e m’hanno fatto fa pe trent’anni er romanista nei film”) ci convince a non limitarci a ricevere la palla ma a improvvisare delle reazioni di giubilo e soddisfazione. Nello specifico, lui sarà il ricevitore della palla, si girerà verso di me fingendo di dire fantastica creatura (esatto, avete letto bene) e io reagirò sorridendo e dandogli delle compiacenti pacche sulla spalla. La scena stavolta non può essere “buona la prima” perché la stripper è riuscita nella difficile impresa di non lanciare mai il pallone nello stesso punto, costringendo Bob a tuffarsi come un disperato alla ricerca del pallone d’oro.

A rompere l’armonia che ormai regna sul set, ci pensa però il regista che decide di umiliare gratuitamente uno dei generici che riconosco tra i più accaniti detrattori della pasta durante una delle conversazioni del gruppo del delfino di Virna. Il povero malcapitato viene infatti invitato ad alta voce ad alzarsi dal tavolo, poi a fare un passo indietro, poi un altro, poi un altro ancora, fino a farlo arrivare fuori scena, tra le risate maligne della troupe e gli sguardi compassionevoli degli altri generici.

È l’ultimo atto, la degna conclusione di una giornata da comparsa che è pian piano diventata una giornata di notevole miseria umana.

Una giornata che ha sancito, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come a volte una relativa posizione di potere di qualcuno si trasformi in una scusa per tirare fuori tutta la propria presunzione e arroganza.
Usciamo tutti dal set. Ormai non posso più rimandare, devo decidere se tornare domani o abbandonare per sempre il Bimbastar. Mi soffermo a guardare il volto sconsolato della comparsa allontanata dalla scena. Poi mi guardo intorno e noto gli sguardi frustrati di tutte le comparse che non hanno potuto girare nemmeno un minuto.
Mi rendo conto che io non sono altro che un turista di questo mondo, e come tale, è ora che torni alla vita reale. Per gli altri, invece, la vita reale è questa, una vita fatta di occasioni spesso perdute, di tante umiliazioni subite in nome di brevissime ed effimere soddisfazioni interpretando un piccolo ruolo che riesce a far loro immaginare una vita diversa. Un modo per poter tornare a casa e raccontare di aver girato una scena con Virna Lisi prima che morisse, di aver ricevuto un pallone d’oro da una giovane attrice in ascesa.
Oggettivamente non c’entro nulla con tutto questo, e l’idea di poter togliere una chance a chi ne ha di certo più bisogno di me, mi fa capire cosa devo fare.
Fingo di ricevere una telefonata da qualcuno che non ha un buon segnale, cosa che mi costringe a usare un tono di voce alto e a ripetere più volte la stessa cosa, che faccio sembrare si tratti di qualcosa che mi preoccupa molto.

In poche ore sono diventato un attore consumato e mi rendo conto che con questa finta telefonata sto probabilmente toccando l’apice della mia breve carriera.

Allontano il telefono dall’orecchio e mi avvicino contrito all’Innominato. È un cerchio che si richiude. Gli dico che il messaggio mi è arrivato mentre ero dentro, ma che purtroppo ho appena ricevuto una brutta notizia e domani non potrò essere presente. Mi crede subito, anche perché nota un velo nei miei occhi che interpreta come tristezza.
Invece no, non si tratta di tristezza, ma di commozione. Una commozione che mi accompagna mentre torno verso casa, una commozione dovuta all’immaginare che, come è accaduto a me ieri sera, qualcuno dovrà sostituirmi, qualcuno sta per essere chiamato per partecipare a questa fiction, qualcuno sta per avere un’occasione che aspettava, qualcuno sta per provare un breve ma inatteso momento di felicità.
Qualcuno che, da domani, potrà dire ad amici e parenti, felice e orgoglioso: “Ahò, ma o sai che sto a fà na fiction co Gabriel Garko?


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