
A una parte d’America Trump piace così, facciamocene una ragione
Non è che chi ama Trump lo fa nonostante quello che dice e fa, ma proprio grazie a quello che dice e fa. C’è un’America arrabbiata che non capiamo.
I giornali statunitensi quando vogliono picchiano duro. Chiedere per informazioni a Richard Nixon, costretto a dimettersi per uno scandalo (il Watergate) svelato dal Washington Post. Le dimissioni del presidente negli Stati Uniti sono una cosa grossa.
Proprio uno dei due cronisti del Watergate, Bob Woodward, recentemente ha scritto un libro sull’amministrazione di Donald Trump, che contiene interviste a diversi funzionari che lavorano per lui. Nell’anticipazione uscita sul Washington Post emerge il ritratto imbarazzante di un presidente impulsivo e bambinesco, a cui vengono nascosti i dossier più delicati per impedire che faccia dei danni.
Dopo la bomba lanciata dal Post, il New York Times, giornale rivale ma unito nella crociata anti-Trump, ha rincarato la dose con un editoriale anonimo di un funzionario che sostanzialmente conferma la versione di Woodward e si definisce parte della “resistenza” interna alla Casa Bianca.
Tutto molto bello per chi nella guerra tra il presidente e la libera stampa americana tifa per quest’ultima, da due anni presa a schiaffi e umiliata da un commander in chief apparentemente immune al fact-checking.
Ma la vera domanda è: per il corpaccione dell’opinione pubblica americana, che vive a chilometri di distanza da New York e Washington e non legge né il Times né il Post, cambierà qualcosa?
Probabilmente no, per il semplice motivo che una grossa parte degli Stati Uniti pensa che la grande stampa sia un’enorme congrega di bugiardi. Non esiste editoriale (anonimo o firmato cambia poco) che possa far cambiare idea a quella parte di Paese.
La stampa americana, insomma, picchia sempre duro, ma rispetto ai tempi del Watergate (primi anni ’70) forse non è più capace di far cambiare idea. Chi già odia Trump avrà un motivo in più per farlo, ma chi lo ama continuerà per la sua strada.
E non è solo una questione di Trump contro giornali. È un fenomeno più ampio, che l’ascesa politica di Trump ha contribuito a mettere in luce in modo evidente e che forse non riguarda solo gli Stati Uniti.
Facciamo un passo indietro.

“Questa volta l’ha fatta grossa”
Ho seguito la campagna elettorale statunitense del 2016 abbastanza assiduamente, un po’ perché era più o meno l’argomento della mia tesi di laurea e un po’ perché, diciamocelo, per chi ama la politica l’ascesa di Donald Trump è stata uno spettacolo gustoso, al di là di incazzature e sdegni vari ed eventuali.
Trump era sboccato, scorretto, meschino e irripetibile. Rompeva le regole, Trump, per questo attirava nel suo show anche i nemici, soprattutto i nemici. Ogni giorno diceva qualcosa per cui, secondo i più autorevoli osservatori, l’avrebbe in qualche modo pagata. Sfotte un giornalista disabile, manda obliqui messaggi d’amore a Putin, attacca i genitori musulmani di un eroe di guerra americano, sfotte anche John McCain perché i veri eroi di guerra, secondo lui che ha evitato la leva in tutti i modi, sono quelli che non si fanno acciuffare, lascia anche intendere che non è mica sicuro che Obama sia americano, nonostante sia stato l’unico presidente della storia ad aver subìto l’umiliazione di dover mostrare pubblicamente il certificato di nascita per provarlo, esce una vecchia registrazione privata dove dice cose davvero irripetibili sulle donne.
“Questa volta l’ha fatta grossa”.
“Questa gli elettori non gliela perdonano”.
Invece, inspiegabilmente, gliela perdonano sempre. Stravince le primarie del Partito repubblicano, vince contro Hillary Clinton e diventa presidente. Chi si aspetta che a quel punto qualcosa cambi, che il candidato diventato presidente si calmi e deponga l’ascia di guerra, resta deluso. Il flusso di aggressivi tweet notturni non si ferma, come l’abitudine di ridicolizzare gli avversari politici, chi indaga sui suoi rapporti con la Russia (un’enorme witch hunt, caccia alle streghe, per lui) e la stampa con nomignoli e insulti.
Lo stile di questo Trump è solo pochissimo più presidenziale di quello che nel 2015–2016 infiammava i comizi di mezza America e monopolizzava l’attenzione dei media di mezzo mondo. E noi siamo ancora lì a pensare “questa volta l’ha fatta grossa” e che “non gliela perdoneranno”, distratti dalle manifestazioni di piazza o mediatiche contro mr president delle grandi città costiere: New York, Los Angeles, Washington, San Francisco.
La vendetta degli hillbillies

Ma Trump non parla a quell’America. Da consumato uomo di business e di marketing si è scelto il suo target, che non è il liberal di città che (perdonatemi lo stereotipo) vive in case eco-sostenibili e mangia vegano, ma l’operaio impoverito dell’America tra le due coste, che guida pick-up enormi e cuoce il bacon sulla canna del fucile, tanto per restare in clima di stereotipi. Ed è incazzato col mondo, soprattutto.
In un primo momento si è ricollegato il voto operaio (un tempo in maggioranza democratico) per Trump a fattori economici: le aziende delocalizzano e gli operai licenziati votano chi promette di riportare il lavoro a casa e di fermare l’immigrazione clandestina, fonte di concorrenza a basso reddito. Ma non è tutto qui. In fondo gli operai bianchi e impoveriti sono comunque più ricchi di altri, come gli afromericani, che hanno votato in massa per Clinton. È l’incazzatura, a fare la differenza.
Sto leggendo un libro che si chiama Elegia Americana, l’ha scritto un giovane scrittore americano chiamato J D Vance e negli Stati Uniti sta avendo enorme successo perché racconterebbe bene cosa è successo a quella parte di America. Senza entrare troppo nei dettagli (magari ve ne parlerò meglio un’altra volta) è una storia si di disoccupazione e povertà, ma anche e soprattutto di apatia e rabbia, profonda sfiducia verso un sistema arrivata al punto che lavorare o no non fa differenza, perché tanto è tutto una merda comunque.
Una rabbia generica, che colpisce alla cieca. I personaggi del libro di Vance (gli hillbillies, termine dispregiativo con cui si indicano gli abitanti delle regioni montuose) un giorno si lamentano perché il Governo dà sussidi a fannulloni che non se lo meritano, il giorno dopo perché non fa abbastanza per i poveri, credono che i politici siano tutti stronzi, sono religiosi ma non vanno in chiesa, credono nell’etica del duro lavoro ma non lavorano, vivono in percentuali elevatissime situazioni di alcolismo, tossicodipendenza e violenza familiare, hanno un’aspettativa di vita sempre più bassa (caso unico, nel mondo occidentale).
E sono esclusi, soprattutto, dal mondo che conta. Vance lo testimonia da laureato alla prestigiosa Yale, una possibilità preclusa alla stragrande maggioranza dei suoi concittadini.
Da qui la rabbia cieca, da qui la nascita di fenomeni come Trump. Che con il suo essere quello che è mostra un enorme e liberatorio dito medio al sistema. Non gli perdonano niente, in realtà, lo votano e lo supportano proprio per quello che dice e fa.
I giornali ce l’hanno con lui? Vuol dire che dice la verità!
Dice che si fida più di Putin che dei servizi segreti americani? Ha ragione!
I funzionari della Casa Bianca gli remano contro? Vuol dire che è dalla nostra parte, i funzionari sono corrotti!
Barbara Bush e John McCain non lo vogliono ai loro funerali? Vuol dire che è contro l’establishment politico!
Bene, ancora, bis!
Questo è il modo di ragionare di almeno una parte dei supporter di Trump. Ogni cosa che secondo il Washington Post e il New York Times dovrebbe delegittimarlo in realtà lo rende più forte e convincente nel ruolo di campione dei forgotten men and women of America, che lui stesso non si è scordato di ringraziare nel discorso della vittoria, nella notte delle elezioni.
E questo ancora sembriamo non averlo capito. Forse è tutto qui, quel populismo di cui tanto si parla: un’enorme incazzatura. Non è detto che sarà così per sempre, ma questo è il momento storico. E forse non stiamo parlando solo dell’America.
