La Tunisia potrebbe diventare un problema

La difficile situazione economica e il malcontento verso la classe politica minano le basi della Tunisia democratica. Negli ultimi giorni, questo piccolo stato a due passi dalle nostre coste è stato attraversato da un’ondata di manifestazioni di protesta, che sono a volte sfociate nella violenza. L’epicentro è la regione del Kasserine, una delle zone più povere del paese, dove la disoccupazione è al 30% contro una media nazionale del 15. Qui il Governo tunisino aveva promesso di investire risorse e di creare 5 mila posti di lavoro, ma alle promesse non sono seguiti i fatti.

La morte di un manifestante folgorato da un palo della luce ha esteso la protesta in tutto il paese, e aumentato la tensione. La situazione è grave, al punto che il primo ministro Habid Essid è tornato anticipatamente da Davos, (dove stava partecipando al World Economic Forum nella speranza di attrarre investitori nel paese) e le autorità hanno annunciato il coprifuoco e lo stato d’emergenza.

Un quadro che fa a pugni con la visione che spesso si dà della Tunisia, unico paese tra quelli colpiti dalla “Primavera araba” in cui la rivoluzione ha portato un regime effettivamente democratico. Qui le forze musulmane e quelle laiche hanno portato lo scontro sul piano elettorale anziché su quello della guerra civile. È quasi un miracolo in un Nord Africa dove la Libia è nel caos più totale, mentre in Egitto un colpo di stato dei militari ha ribaltato il presidente della Fratellanza Musulmana democraticamente eletto, ed instaurato un regime molto poco democratico e molto più filo-occidentale del precedente.

Un gioiellino da conservare intatto, la Tunisia, un avamposto di civiltà tra le macerie. Anche per questo l’ultimo premio Nobel per la pace è stato assegnato al “quartetto” tunisino, ovvero i 4 soggetti (l’Unione Generale Tunisina del Lavoro, la Confederazione dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato, la Lega Tunisina per i Diritti dell’Uomo e l’Ordine Nazionale degli Avvocati di Tunisia) che hanno guidato la transizione dalla dittatura di Ben Alì alla democrazia.

Se grande enfasi è stata posta sull’avvenuta transizione democratica, molto meno si è parlato del malcontento legato ai problemi economici e sociali, rimasti in gran parte sul tavolo anche dopo il cambio di regime. La ricerca dell’equilibrio tra tutte le forze politiche ha assorbito e continua ad assorbire gran parte delle energie dei partiti. L’inevitabile impressione per i tunisini è quella di una classe politica più intenta a dividersi le poltrone anziché a risolvere i problemi del paese.

Un malcontento latente che oggi sembra essere definitivamente esploso. “Lavoro, o ci sarà una nuova rivoluzione” è una delle parole d’ordine della piazza. In un discorso alla nazione, il Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi ha parlato di “rischio di infiltrazioni” da parte dell’Isis.

È un pericolo reale. La Tunisia è uno dei bersagli preferiti dello Stato Islamico. Solo nel 2015 il paese è stato gravemente colpito 3 volte: al museo del Bardo, nel resort turistico di Sousse e nella capitale Tunisi. Attacchi che hanno influito negativamente sul turismo (principale risorsa dell’economia tunisina) e diffuso una sensazione di insicurezza nel paese.

L’attuale momento di difficoltà dello Stato potrebbe effettivamente aprire delle crepe in cui l’Isis ha già dimostrato altrove di essere abile a inserirsi, tanto più che in Tunisia esiste un pubblico particolarmente sensibile alla propaganda jihadista. Il paese è infatti uno di quelli che fornisce più martiri alla guerra santa del califfo al-Baghdadi. Secondo una stima recente, dei 20 mila Foreign fighters che attualmente combattono in Siria, ben 5 mila vengono da lì.

Ogni volta che l’Isis ha colpito in Tunisia, i commentatori hanno posto l’accento sul valore simbolico degli attacchi: i barbari tagliagole che provano a soffocare qualsiasi cosa puzzi di “occidente” o secolarizzazione. Forse è anche così, ma la Tunisia ha senza dubbio anche un valore strategico. Mettere radici nel paese per l’Isis significherebbe consolidare la propria posizione in Nord Africa, in un momento in cui sta conseguendo importanti vittorie in Libia e persino il pugno di ferro del generale al-Sisi in Egitto sembra non bastare a impedire gli attentati.

Si sono recentemente celebrati i 5 anni dalla “Rivoluzione dei Gelsomini”. Così è chiamata la rivolta che mise in fuga l’ex dittatore tunisino Ben Alì, e che diede il via anche alle proteste negli altri paesi. In questi 5 anni la Tunisia ha fatto passi avanti sul campo religioso e dei diritti, ma non abbastanza su quello del lavoro e dell’economia. Le proteste di questi giorni ci dicono che è tempo di iniziare a considerare di più anche il fattore sociale quando proviamo a leggere la situazione in molti paesi del mondo arabo.

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Originally published at lucalottero.wordpress.com on January 24, 2016.