Cum «granulo» salis

In occasione della Giornata Mondiale dell’Omeopatia (che si è svolta lo scorso 10 Aprile), ho letto con un certo interesse gli scambi che si sono avvicendati nella TL del mio account Twitter: la notizia potrebbe già essere questa e cioè che Twitter, OGNI TANTO, smette di essere un semplice ricettacolo di lamentele, insulti, frecciatine tra utenti, ma non è su questo aspetto che vorrei soffermarmi quest’oggi (un domani, chissà…). Mi piacerebbe, piuttosto, affidare a queste righe qualche riflessione personale suscitata da quei tweet, senza la presunzione di risultare esaustiva e senza pretendere di poter mettere la parola “fine” a un dibattito complesso e denso di implicazioni. Credo molto più prosaicamente di poter dare il mio contributo in qualità di cittadina, contribuente e paziente: la salvaguardia della nostra salute ci riguarda da vicino e interessa tutti noi.

Innanzitutto, partiamo dal casus belli: a scatenare una tempesta tra i tweet è stato un articolo pubblicato dal quotidiano “La Stampa”, che spiegava cos’è l’omeopatia, omettendo di dire chiaramente che, al momento, l’efficacia dei rimedi omeopatici manca dell’imprimatur della comunità scientifica. Non a caso, in Italia, la legge obbliga i produttori di tali prodotti ad apporre in etichetta la dicitura: «senza indicazioni terapeutiche approvate». L’episodio ha un che di surreale se pensiamo che la redazione di un quotidiano a tiratura nazionale possa arrivare a pubblicare un articolo del genere, dopo aver gridato ai quattro venti il proprio impegno contro le notizie farlocche e le “sofisticazioni” di convenienza, ma tant’è: l’articolo, alla fine, è stato rimosso ed è stato sostituito da un altro, col quale si è voluto definire l’omeopatia come “una pseudo-medicina efficace per forza di suggestione”. Che è ciò che, al momento, è stato accertato sul piano della sperimentazione scientifica.

Mi piacerebbe avere le competenze adeguate per poter dire la mia su come vengono condotte tali sperimentazioni e sul perché non abbiano confortato ciò che i medici omeopati e i loro pazienti sono pronti a giurare e spergiurare (e cioè che i loro rimedi funzionano, eccome, nella pratica quotidiana), ma, ahimè, non sono proprio in grado di farlo. Non saprei nemmeno come supportare la teoria soggiacente questa disciplina, poiché razionalmente risulta difficile capire come possa avere una qualche azione terapeutica un principio attivo diluito più e più volte, fino a scomparire del tutto (o quasi) dal preparato finale. La cosa passerebbe in secondo piano, ovviamente, se gli effetti positivi fossero incontrovertibili e cioè se il risultato di tali diluizioni potesse portare a un beneficio scientificamente rilevante e rilevabile. Ma che cosa dicono gli ultimi studi effettuati sui rimedi omeopatici? Ebbene, i risultati ottenuti sono sovrapponibili a quelli che i ricercatori hanno registrato col placebo. Nulli, quindi? No. Ed è questo il punto sul quale mi soffermerei a fare qualche considerazione.

L’effetto placebo viene studiato da tempo in campo medico, ma è relativamente recente l’interesse volto a comprendere perché chi assume un placebo spesso migliora: uno dei massimi studiosi a livello internazionale che si occupa di questi temi è il prof. Fabrizio Benedetti, docente di Fisiologia umana e Neurofisiologia all’Università di Torino e all’Istituto Nazionale di Neuroscienze. Autore di diversi studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, Benedetti ha affiancato alla sua attività di ricercatore quella di divulgatore, dando alle stampe libri che hanno messo in luce chiaramente l’affascinante interazione fra psiche e corpo, aprendo nuovi sviluppi per lo studio delle potenzialità ancora inesplorate della nostra mente. Ebbene, il prof. Benedetti è arrivato a dimostrare come anche le parole possano curare: riescono ad attivare meccanismi simili a quelli che otteniamo assumendo farmaci. Tra i casi più sorprendenti rilevati nel corso delle sperimentazioni: suggestioni verbali positive hanno portato a risposte fisiologiche quali la riduzione del dolore nel post-operatorio dei pazienti oncologici; un semplice “Starai meglio” ha indotto una risposta potente nel cervello di un paziente parkinsoniano. Non sappiamo ancora con precisione perché nella fisiologia di taluni individui la risposta al placebo sia così rilevante. Ma questa è neurobiologia, signori, non roba da fricchettoni New Age.

Dunque, cosa c’entra tutto questo con l’omeopatia? Se c’è un aspetto che caratterizza la pratica del medico omeopata è proprio l’ascolto e il dialogo col proprio paziente, che è chiamato a verbalizzare molto della sua vita, non solo dei sintomi e della sua malattia. L’omeopata ascolta, prende nota, spesso senza dare nell’occhio per non condizionare il racconto del proprio paziente: fa quello che un tempo faceva il medico condotto, che prima di recarsi al suo ambulatorio, passava con la sua valigetta di casa in casa a far visita ai suoi vecchietti, per tenersi aggiornato sui reumatismi della Sciura Rosetta o per dare un occhio al ginocchio “sifolino” del Bigett. Tempi lontani, certo, ricordi di un mondo che oggi non c’è più, ma quella voce rassicurante sapeva curare perché arrivava dopo aver ascoltato.

La pratica dell’ascolto da parte del medico e la sua capacità di comunicare correttamente col proprio paziente sono punti salienti anche di quel “Decalogo per una sanità più umana” che Paolo Barnard stilò nel 2005 insieme a quattro medici di fama internazionale, ritrovatisi, loro malgrado, “dall’altra parte”, cioè pazienti di malattie gravi e invalidanti. Al punto 2 di quel decalogo si sottolineava quanto fosse importante ricondurre la medicina ai principi di un detto francese: “Curare spesso, guarire qualche volta, consolare sempre”. Riportare in primo piano la persona, non ridurla alla sola patologia, saper trattare i suoi bisogni: si tratta di un salto culturale non di poco conto per la medicina di oggigiorno, che, al contrario, alimenta una visione tra “vincitori” e “vinti”, dimenticando che la mortalità è la malattia di cui tutti siamo affetti fin dalla nascita (Terzani). E così arrivano anche queste parole:

Il medico dovrà sempre tener conto che la malattia, specialmente se grave o invalidante, spoglia le persone delle resistenze che normalmente proteggono nelle relazioni col mondo esterno: una parola sbagliata può ferire un ammalato in modo irreparabile. Dunque, l’ascolto attento e il tatto nella comunicazione col paziente devono trovare spazio prioritario lungo tutto l’iter terapeutico”

“La qualità del rapporto medico-ammalato è ancora affidata all’eventuale istintiva predisposizione personale del curante, che non basta”

Le parole curano, diceva Benedetti: la medicina deve ritrovare il suo scopo primario, che è qualcosa che ha a che fare col conforto della sofferenza e che non può essere rimosso in nome dell’efficienza aziendale. Costi, tempistiche, moduli e protocolli non possono e non devono far passare in secondo piano la costruzione e il mantenimento del rapporto di fiducia tra curante e assistito. Non uso a caso questi vocaboli: curante, cioè colui che cura e ha cura e assistito, colui che “siede accanto”, perché il paziente non deve avere un ruolo passivo: deve aiutare a farsi aiutare. Senza questa collaborazione tra i due agenti, medico e malato, un percoso di cura difficilmente durerà a lungo e assai più raramente darà buoni risultati.

Se la medicina ufficiale è ancora lontana dal mettere in atto quel cambiamento di cui sopra, scusateci tanto se, nel frattempo, quelli come me non se la sentono proprio di dire che “l’omeopatia non serve a niente”. Non può bastare, questo lo dico a gran voce: fino a quando non ci saranno prove scientifiche capaci di accreditare una validità terapeutica dei suoi rimedi a un livello superiore, l’omeopatia deve rimanere una medicina complementare, non alternativa, a quella ufficiale, praticata da medici laureati in medicina, abilitati alla professione, iscritti all’albo professionale, perché possano, in scienza e coscienza, aiutare il paziente scegliendo i metodi migliori, scongiurando il rischio che si improvvisino omeopati dei farabutti. In merito alla collaborazione terapeutica tra medico e paziente, l’omeopatia ha molto da dire e da insegnare: del resto, «Hai sei mesi di vita» è una frase che di sicuro non ha mai pronunciato un omeopata.