Non di solo Caravaggio l’arte vive

Qualche settimana fa giornali e TG hanno diffuso la notizia del fortuito ritrovamento di una grande tela di Caravaggio a Tolosa: “Giuditta che decapita Oloferne”. Lo so, lo so: anch’io ho maledetto la mia soffitta che non sa restituirmi altro che polvere, muffa, odore di chiuso e cianfrusaglie, ma in Francia, si sa, la grandeur ha una lunga tradizione da onorare e rispettare. D’altro canto, mica vorrai trovare un quadrettino di quelli che mettiamo noialtri sopra il divano nel solaio di un’antica dimora abitata nientepopodimenoche dagli eredi di un generale dell’esercito napoleonico, no? Ecco, appunto. Certo, le circostanze del ritrovamento lasciano spazio a qualche perplessità, ma bisogna ammettere che rafforza l’ottimismo credere che si possa ritrovare un dipinto antico di grande valore, “dimenticato” nell’intercapedine di un solaio da più di 150 anni: del resto, le sagrestie delle chiese e i depositi dei musei come le bancarelle dei mercatini, i magazzini degli antiquari, gli scantinati o le soffitte delle vecchie zie passate a miglior vita, quante volte sono stati al centro di queste “eccezionali scoperte”, così come vengono presentate dalla stampa? Tutto è possibile nel mondo dell’arte o, almeno, così sembrerebbe, leggendo ciò che di questo mondo raccontano i media. La vicenda del dipinto di Tolosa, infatti, è solo l’ultimo capitolo di una saga che va avanti da un bel po’ e di cui si è occupato anche uno storico dell’arte, Tomaso Montanari, in un pamphlet dal titolo emblematico: “La madre dei Caravaggio è sempre incinta” (Skira, 2012, pp. 80). Anche nel caso del dipinto di Tolosa, spetterà a un comitato scientifico la difficile impresa di mettere l’ «ultima parola» sulla paternità dell’opera: al momento, l’ipotesi che si tratti di un autentico Caravaggio è stata avanzata da Eric Turquin, l’esperto a cui si sono rivolti i proprietari nell’aprile 2014, non appena ritrovarono la tela. Il dipinto rimarrà in Francia per i prossimi 30 mesi per consentire nuove analisi e le necessarie valutazioni: di sicuro, c’è e ci sarà ancora molto da scrivere (e lo farò anch’io, molto presto). Intanto, «Un Caravaggio da 120 milioni di euro dimenticato in una soffitta di Tolosa» è quanto si sono affrettati a titolare molti quotidiani italiani, che hanno preferito puntare sul sensazionalismo anziché restituire la notizia con la doverosa cautela nel rispetto di un dibattito critico ancora aperto. Ma si sa, Caravaggio è Caravaggio e la stampa italiana sembra aver suggellato un patto di sangue (dipinto, si intende) col grande artista. Se non ricordate nulla, niente paura; qui di seguito qualche ragguaglio:

  • era l’estate 2012 quando fece il giro del mondo la notizia lanciata dall’ANSA dei 100 disegni del Fondo Peterzano, al Castello Sforzesco di Milano, attribuiti d’emblée al giovane Merisi da Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, autori di due ebook che destarono stupore e scompiglio tra gli studiosi. Si parlò di una scoperta del valore di circa 700 milioni di euro (sic). Come ebbe modo di dichiarare in seguito Maria Teresa Fiorio, ex direttrice delle Raccolte d’Arte del Castello, la verità è che l’attribuzione non aveva punti di appoggio: non ci sono disegni sicuri di Caravaggio. Dopo quella notizia sensazionale, si riunì un comitato di esperti (che già conoscevano il Fondo Peterzano e lo avevano già studiato, ma hai visto mai che cento di quei disegni fossero loro sfuggiti…), i disegni del Fondo Peterzano furono messi in rete e vennero esposti in una mostra, il Comune di Milano si rivolse alla giustizia per i danni d’immagine, ma l’eco di tutto questo sui mass media fu ben poca cosa: diciamocelo, non c’era nulla che meritasse un titolo con l’aggettivo “eccezionale
  • sempre nel 2012, veniva presentata una sostanziosa monografia dedicata alla cosiddetta Murtola (di proprietà privata), che gli autori sostenevano essere una prima versione della Testa di Medusa (conservata agli Uffizi). Il volume, curato da Mina Gregori e Maurizio Seracini, non convinse tutti, ma quanta enfasi per l’esito delle riflettografie, grazie alle quali si rese perfettamente leggibile la firma dell’artista (“Michelan”), proprio là dove la si legge in un’altra opera («Decollazione di San Giovanni»): immersa nel sangue di una testa mozzata. Più caravaggesco di così… (e chi se ne importa se altri studiosi, il buon Montanari in primis, non ritengano il dettaglio probante di alcuna paternità)
  • il Sant’Agostino nello studio rinvenuto in una collezione privata spagnola nel 2011: altra scoperta subito pubblicizzata dalla stampa come «eccezionale ritrovamento». Il tempo di organizzare una tavola rotonda e quell’attribuzione «certa, basata sui documenti» subì ritrattazioni fino alla sentenza finale: «Non è Caravaggio». Ohibò. Ma non era un’attribuzione sicura? No. Perché i documenti d’archivio, per quanto preziosi e importanti, non possono (e non devono) far passare in secondo piano le opere, autentici documenti primari, come amava definirli Roberto Longhi. E così leggere nell’inventario Giustiniani “quadro d’una mezza figura di Sant’Agostino depinto in tela alta palmi 5. e 1/2 e larga 4. 1/2 incirca di mano di Michelangelo da Caravaggio con sua cornice negra” non ci assicura che proprio quel dipinto che stiamo esaminando sia quello descritto, benché soggetto, cornice e dimensioni siano compatibili; è che quell’opera parlava proprio una lingua diversa da quella caravaggesca.
  • infine (volendo essere ottimisti…), la vicenda del Parco Monumentale Funerario di Caravaggio a Porto d’Ercole, frazione del Comune di Monte Argentario (in provincia di Grosseto). Dopo l’annuncio del ritrovamento dei resti dell’artista nell’estate 2010 (a ridosso del IV centenario della morte del Merisi), nel 2014 venne inaugurato il parco, anche se qualcuno ebbe modo di definirlo “un monumento funebre alla probabilità”, poiché il processo che portò all’identificazione delle ossa non fu presentato su nessuna rivista scientifica. A commento dei risultati, qualcuno affermò ironicamente che la compatibilità del DNA di una scimmia con quello di un individuo è ben al di sopra dell’85%, ma ahimé si ferma qui quella tra i frammenti ossei ritenuti di Caravaggio e i suoi presunti discendenti. Non si potevano considerare gli scimpanzé, suvvia…

E’ di questo che la stampa si occupa quando scrive di Caravaggio: ipotesi che, nella semplificazione giornalistica, si appiattiscono e diventano prepotenti verità.

La storia dell’arte, al pari di qualsiasi altra disciplina, necessita di tempo, ricerche, studi, confronti e perizie. I risultati di ricerche condotte con scrupolo e rigore non dovrebbero arrivare al grande pubblico prima del vaglio della comunità scientifica. I titoli d’acchiappo nuocciono innanzitutto al dibattito e alla serietà di una disciplina che oggi rischia davvero di essere declassata a un circo. Le ragioni del mercato, poi, fanno il resto.

E’ proprio questo, forse, il più grande affronto a Caravaggio, se pensiamo che egli cambiò la storia della pittura rifiutando gli artifici della retorica manierista in favore di una tenace adesione al dato reale. Chissà se si rivolterà proprio in quella tomba costruita col denaro dei grossetani…