DA CIVILE A VOLONTARIO YPG NELLA LOTTA ALL’ISIS: L’ESPERIENZA DI DAVIDE GRASSO

Davide Grasso, giornalista indipendente laureato in storia e filosofia, è tra gli italiani che si sono uniti alle truppe YPG per contrastare l’Isis. Ha combattuto con le Forze Democratiche Siriane per la rivoluzione del Rojava, da giugno a ottobre 2016. Questa è la sua storia.

“La notte del Bataclan sono morte 130 persone, totalmente indifese e disarmate, sotto i colpi di kalashnikov. Tra loro anche Valeria, una ragazza italiana. Quella notte ho capito che lo Stato Islamico intendeva colpire esattamente le persone come me, la mia generazione.

Ho pensato che altri avrebbero potuto percorrere la strada inversa, cercando con le stesse armi nelle terre siriane i responsabili dell’attacco”.

Come nasce la tua avventura? Quali ragioni si nascondono dietro una decisione così estrema?

Sono rimasto molto impressionato dall’assalto dello Stato Islamico ai danni di Parigi, il 13 novembre 2015.

Non era certo il primo attacco indiscriminato contro i civili d’Europa, però mi ha colpito la scelta degli obiettivi: lo stadio durante un’amichevole, un concerto rock, i locali nella parte orientale della città. Lì tipicamente le persone sono più giovani, mescolate tra lingue diverse, culturalmente più aperte, orientate a una certa libertà nei comportamenti.

Questa è stata la scintilla per un mio coinvolgimento diretto.

Da dove deriva il profondo interesse per il Medio Oriente?

Quando ero ragazzo ero attratto dagli scritti di Che Guevara, dalla sua vita, mi appassionavano le lotte dell’America Latina. Ma sono cresciuto negli anni 2000 e quindi ciò che mi ha più coinvolto sono gli avvenimenti della Palestina, la seconda Intifada, e ciò che è successo in Afghanistan, in Iraq, con l’invasione angloamericana.

Ho sempre voluto contrastare le invasioni militari in quei Paesi. Avrebbero portato inesorabilmente a guerre lunghe e terribili, coinvolgendo anche la nostra stessa salvezza. Inoltre si condannavano quelle popolazioni a sofferenze inaudite, per il controllo delle risorse energetiche, una causa nella quale non posso riconoscermi.

Nel corso della vita ho seguito l’evoluzione sempre più cupa di quei territori. Nel ’99 quando avevo 19 anni manifestai per l’asilo politico di Abdullah Ocalan, rivoluzionario curdo. Venne invece consegnato alla Turchia. Lì ebbi un primo assaggio della situazione medio orientale curda.

Dopo la scelta di arruolarti, cos’è successo?

Hai fatto un addestramento? Chi hai contattato?

Mi trovavo già in quelle terre, come reporter indipendente.

Ritengo l’informazione l’arma più efficace per contrastare chi desidera una società oscurantista, come gran parte dei governi occidentali, che utilizzano la disinformazione per portare avanti impunemente politiche retrive e reazionarie in Medio Oriente.

Da giornalista ho raccontato le vicende in Turchia, Palestina, Iraq e Siria. Quando presi la mia decisione ero già lì. Rispetto ad altri che devono arruolarsi nei loro Paesi non ho avuto il problema di raggiungere il conflitto. E’ stato sufficiente rivolgersi a persone fidate del posto, nel mio caso era evidente che volessi contribuire anche da quel punto di vista.

Così sono stato in un’accademia dove ho ricevuto un’educazione minima. In una guerra civile si confrontano eserciti popolari e milizie, chi prende parte agli scontri non è un soldato regolare o un professionista, ma un semplice civile che prova a dare il proprio contributo.

In quali luoghi hai combattuto?

Sono stato in prima linea sul fronte di Raqqa, quando si trovava ad Ain Issa, a 60 km dalla città, un anno fa. In seguito tra fine giugno e luglio mi sono recato a ovest dell’Eufrate, nella città di Manbij. Vi era in corso un’offensiva fondamentale quanto drammatica. Quella è stata la parte più dura della mia esperienza.

Lo Stato Islamico mise in piedi una resistenza enorme, contrariamente ad altri episodi dello stesso periodo. Mi riferisco all’invasione turca di Jarablus, quando in pratica abbandonò la città. In quell’occasione invece ricorse alla stessa energia con cui si sta difendendo adesso a Raqqa.

Persi tanti amici in quella battaglia. Ma ottenemmo la vittoria, che fu indispensabile per liberare la parte nord della regione di Aleppo dall’Isis, tagliando definitivamente il corridoio tra lo Stato Islamico e la Turchia. Diversi foreign fighters si univano alle truppe del Califfato attraversando proprio il confine turco, lo dico perché ho visto anche diversi passaporti.

Cosa significa per un civile trovarsi in un fronte del genere e combattere in prima linea?

Non rimangono dei buoni ricordi, non c’è assolutamente nulla di bello nella guerra. E’ un’esperienza indescrivibile.

Pensare anche solo di delinearla è sbagliato, perché si dà soltanto l’illusione di poterla comprendere senza averla vissuta.

In Occidente abbiamo diversi film e videogiochi che rappresentano la guerra, ma nulla è più lontano dall’aiutare le persone a comprendere quanto questa sia terribile.

Quel che mi rimane della mia esperienza è questa coscienza.

Spesso vedo persone che commentano su internet o in altri posti dicendo “mah tutto sommato perché non dovremmo appoggiare il regime di Assad..”, o qualcun altro che dice “ma perché non dovremmo sostenere questa o quella potenza..”, tutti questi discorsi, esprimono l’alienazione psicologica che abbiamo della realtà.

Soprattutto di una realtà drammatica come quella. Sono tutti commenti che vengono fatti a tavolino, in modalità da bar, e rappresentano quanto le persone abbiano perso in Europa, per fortuna, l’abitudine a capire quanto è brutta una guerra, quanto orrore provoca e quanto le persone si debbano difendere per sopravvivere, difendere i loro figli, villaggi, città. Sono espressioni che mostrano un’Europa isolata dal resto del mondo e lontana dalla realtà, circoscritta in una specie di bolla.

Cos’è lo YPG?

Le YPG sono le Unità di Protezione Popolare, fondate nel 2004 da un partito curdo siriano, il Partito di Unione Democratica (PYD).

Quest’ultimo è stato costretto ad agire in clandestinità durante il regime di Assad, e dal 2011, con lo scoppio della rivoluzione siriana, il suo braccio armato, assieme a quello completamente femminile delle YPJ (le Unità di Protezione delle Donne), ha dovuto affrontare diversi gruppi d’ispirazione islamista, soprattutto Al Nusra, che voleva occupare le città curde siriane.

A Serekaniye un centinaio di YPG riuscirono nell’impresa di cacciare un migliaio di salafiti. Da lì nacque l’ammirazione da parte della popolazione per questo gruppo armato, che la fece sentire protetta.

Lo YPG decise di cacciare dalle città curde la polizia e i soldati del regime di Assad, e migliaia di giovani entrarono nelle loro fila.

Dal 2014 è coinvolto nella guerra contro l’Isis, difendendo la costruzione dell’autonomia democratica del Rojava, ossia delle nuove istituzioni dei cantoni di Kobane, Cizire e Afrin.

Lo YPG ha la stessa ideologia politica del PKK, la principale organizzazione militante dei curdi in Turchia, mentre è avversato dal PDK, il principale partito curdo al governo nel Kurdistan iracheno.

Lo YPG non è una semplice milizia ma un vero e proprio esercito multinazionale, composto principalmente da curdi, ma anche da arabi, assiri, armeni e altre minoranze, oltre ai combattenti occidentali.

Ha dato luogo alle Forze Siriane Democratiche che hanno le stesse caratteristiche e sono oggi il più grande esercito popolare e rivoluzionario della Siria.

Cos’è la rivoluzione del Rojava?

Questa rivoluzione iniziò con la protezione della popolazione curda del nord della Siria. Solo in seguito si cercò un sistema che permettesse la convivenza di comunità differenti per lingua, religione e identità, in una regione storicamente molto complicata.

Nel 2012 il Movimento per la Società Democratica ha preso contatto con le realtà associative arabe, assire, turcomanne, ezide, armene e cecene della regione, per costruire una convivenza pacifica e di mutuo aiuto.

Nel 2014 annunciò un governo diviso in tre cantoni, Afrin, Jazira e Kobane. Successivamente iniziarono a formarsi delle comuni in ogni villaggio e quartiere urbano, con la sperimentazione di parziali forme di autogoverno da parte del popolo.

Le comuni sono uno degli aspetti centrali della rivoluzione. Costituiscono commissioni sanitarie, giudiziarie, educative, finanziarie e di autodifesa; sono realtà pratiche e concrete che si occupano dei problemi e bisogni collettivi, nel rispetto di principi egualitari.

Adesso il Rojava è diventato una Confederazione che conta 4mila comuni e oltre tre milioni di abitanti, un processo rivoluzionario pazzesco, un percorso politico di autogoverno che coinvolge tutte le minoranze intorno a un patto di pace e sviluppo duraturo, con il femminismo e l’ecologismo come pilastri centrali.

La donna non è considerata pari all’uomo ma messa al centro, anzi quasi elevata sopra l’uomo. Ci sono interi battaglioni composti di sole ragazze, il ruolo della donna è decisivo nei processi politici e militari.

Il 17 marzo 2016 l’autonomia democratica dei tre cantoni ha dichiarato ufficialmente la propria autonomia dal governo siriano, pur riconoscendo l’integrità territoriale dello stato siriano, ed è nata la Confederazione Democratica della Siria del Nord, una confederazione di popolazioni eterogenee.

Qual è stata la reazione dei tuoi parenti e amici?

Per una famiglia è complicato accettare una scelta del genere.

Non è facile immaginare il proprio figlio in uno scenario simile.

Per lasciare intendere qual è la dimensione del conflitto posso citare il caso di un amico dello Utah. I suoi genitori si opposero lungamente alla sua scelta di unirsi allo YPG, nonostante avesse già svolto tre anni di servizio militare in Iraq. Gli domandai il motivo e lui rispose che trovarsi in un esercito regolare come quello statunitense non è pericoloso quanto far parte di una milizia rivoluzionaria male armata, in una guerra civile senza regole.

Qual è la realtà di questi giovani occidentali che si arruolano per combattere? Oltre a curdi ed ex marines, chi erano i tuoi compagni?

C’è una caratteristica che vi accomuna?

Una realtà molto ricca, ci sono persone di vario tipo.

Ex militari, gente qualunque non politicizzata, individui senza esperienza militare, ex marines, militanti di sinistra. Persone rimaste scioccate dai video che ha diffuso l’Isis, e per questo intenzionate a partire per combatterlo. Persone con un senso comune molto diverso, ma unite da una cultura laica. Accomunate da un sentimento di repulsione per il modo pretesco di organizzare la società, che vede alcuni fanatici religiosi imporre a tutti dei comportamenti perché li avrebbe rivelati un dio.

Mi sono battuto in Italia contro l’occupazione statunitense in Iraq. Dunque, avere a che fare con un militare dello Utah è stato complicato. Considero il governo degli Usa responsabile della drammatica situazione mediorientale. L’occupazione, come peraltro alcuni dei partecipanti ammettono, è all’origine dei drammi che si vivono oggi.

Devo riconoscere però che con la partecipazione allo YPG, a una rivoluzione socialista ed egualitaria, in lotta per l’autonomia dei popoli curdo arabo e assiro del nord della Siria, questi ex militari si sono in parte riscattati.

In verità, quando si riesce a compiere una rivoluzione come quella che sta avvenendo nella Siria del Nord, il fatto di rappresentare un’avanguardia, e portare dalla propria parte anche chi in un’altra situazione sarebbe stato tuo avversario, è un’ulteriore vittoria.

Come ti spieghi la disinformazione da parte della stampa? Quali sono le colpe dell’Europa o più nello specifico dell’Italia di questa guerra?

Le colpe dell’Italia e dell’Europa sono diverse e molto evidenti.

Il nostro Paese ha supportato l’invasione dell’Iraq e ha partecipato all’occupazione dell’Afghanistan. Non solo, continua a sostenere Israele nella sua occupazione dei territori palestinesi, e la Turchia, per quanto concerne i territori curdi.

L’Italia in sostanza è schierata con tutti i poteri forti che mantengono nel Medio Oriente la situazione peggiore per la popolazione, provocando odio, risentimento, sofferenza e morte. Abbiamo anche una partnership molto stretta con l’Arabia Saudita, che si basa sul commercio di armi, armi letali, prodotte in Sardegna e vendute allo stesso stato arabo per sganciarle sulla popolazione civile, sui bambini dello Yemen, colpevoli di fare la loro rivoluzione.

Il governo italiano chiaramente non dice una parola su questo, perché ha enormi e imbarazzanti interessi da tener nascosti. E’ un concentrato di vigliacchi, di individui che pensano soltanto ai loro affari, disinteressandosi del destino delle popolazioni di quell’area, e anche degli attentati in Europa, a questo punto. Altrimenti il palese supporto che la Turchia ha concesso allo Stato Islamico e concede tuttora ad altri gruppi di tagliagole islamisti dovrebbe essere criticato. Lo critica il Dipartimento di Stato americano, non si capisce perché il governo italiano sia sempre zitto e supino.

Queste prese di posizione sono una responsabilità storica, macchie che l’Italia si trascinerà grazie ai suoi politicanti, che ovviamente non possono ammettere questi patti all’opinione pubblica, perché gli italiani non sono persone cattive. Se sapessero non lo permetterebbero mai, farebbero sentire la loro voce, ritengo che abbiano un altro tipo di cultura.

Questa è la causa della disinformazione totale, nessuno deve venire a conoscenza di questi eventi.

Questo purtroppo è il comportamento della stampa europea, poi figuriamoci nei territori nel Medio Oriente, ho visto coi miei occhi cos’è.

Se oggi in Iraq una persona vuole andare a informare su cosa accade a Mosul — e ci sarebbe molto da dire — viene bloccata ai checkpoint dall’esercito iracheno e dai peshmerga del dittatore Mas’ud Barzani del Kurdistan iracheno, che fanno passare — lo dicono esplicitamente — solo i giornalisti di cui sono sicuri di ciò che scrivono. Quindi tutti coloro che passano sono di fatto embedded e non dei veri giornalisti, ma soltanto delle marionette nelle mani dei poteri locali, benché magari lavorino per grandi multinazionali dell’informazione.

I freelance invece viaggiano a discapito della propria sicurezza, senza alcuna protezione per quelle aree, e hanno bisogno di scrivere articoli per essere pagati e sopravvivere. Spesso sono obbligati a modificarli, o spontaneamente o su richiesta esplicita del committente, per ragioni politiche. Quando Al Jazeera o Al Arabiya o la Bbc richiedono un articolo a un giornalista indipendente, avranno sempre e comunque da ridire sul contenuto, secondo quella che è la linea politica dei rispettivi governi, quindi non nascondiamoci dietro a un dito. La verità è questa.

Nel documentario “Our War” (di Benedetta Argentieri, presentato fuori concorso alla 73° Mostra del Cinema di Venezia), si vede come a tutti i combattenti venga assegnato un nome, tu ne avevi uno e se sì qual era?

Sì, il mio nome è stato Tirej Gabar. Tirej significa Raggio di Luce, mentre Gabar è una montagna che si trova in Turchia, al confine con l’Iraq.

Sono i nomi di due martiri, il primo era un giovane curdo di Shingal, mentre Gabar era il nome del mio amico australiano Jemie Bright, morto sul fronte a Shaddadi in Siria.

Cosa diresti a un ragazzo che condivide i tuoi stessi ideali? Gli consiglieresti di percorrere la tua strada o di intraprendere altre vie?

La mia è stata una scelta personale, non penso di essere nella posizione di insegnare agli altri quello che devono fare. L’unica cosa che mi sento di dire è che i giovani occidentali non sono tutti uguali.

C’è chi, in maniera miope, si preoccupa soltanto del suo orticello, ma esiste anche chi capisce che i fatti propri sono legati a quelli degli altri.

Per questo penso sia doveroso che sempre più persone vadano in quei luoghi, anche solo per vederli, e poter informare in maniera autonoma.

In questo momento non vi è necessità di combattenti, ce ne sono tantissimi, mancano persone con competenze sanitarie. Vi è assenza di medici, infermieri, medicinali, per questo invito chiunque abbia queste capacità a valutare l’ipotesi di partire. Perché è vero che è pericoloso, questo non bisogna nasconderlo, ma è anche urgente e indispensabile.

Chi decide di mettersi in viaggio deve sempre passare da dei canali organizzati, prepararsi prima, mai all’avventura da solo.

Se da una parte non esorto gli altri a ripetere quello che ho fatto io, andare lì e combattere, dall’altra li invito ad andare in quelle regioni per informare e fornire un aiuto medico prezioso.

Torneresti? Hai in mente di tornare? Quali sono i tuoi progetti?

Non ne ho idea. In questi mesi sto girando per le università e le scuole superiori italiane, in modo da rendere i ragazzi più consapevoli rispetto a quello che accade in Siria. A mio avviso è un ruolo importantissimo, e spero che anche altri connazionali dello YPG facciano lo stesso, una volta tornati a casa. Ma non mi chiedere del futuro, non ho progetti precisi.

Differenze tra il Davide che è partito e il Davide post Siria?

Nessuno che vada in quei luoghi torna uguale. Ma soprattutto nessuno che vede un fronte come quello siriano può rimanere la stessa persona di prima. Io sono cambiato, di questo sono sicuro, ma non so come.

Qual è la percezione del nemico sul fronte da ex civile?

Questo è interessante, perché finché si è qua si ha solo la percezione spettacolare dell’Isis, creata apposta dallo Stato Islamico per impaurire i civili occidentali, o comunque qualsiasi telespettatore.

E quindi quando ci si trova di fronte a questi soldati che continuano a urlare Allah Akbar, si crede che vogliano spaventare i loro avversari, ma in realtà sono loro ad aver paura, e devono farsi forza con questo continuo riferimento a un Dio che li protegge.

In quelle situazioni il nemico diventa esattamente ciò che è, non quello che cerca di apparire con la sua propaganda.

Il Rojava è quel luogo che trasforma le persone normali in eroi e gli eroi in persone normali, una casalinga in un comandante della resistenza, un bambino in un adulto.