Quell’estate che me ne sono andata per restare e quell’inverno in cui mi sono coperta molto.

Avevo già elaborato delle ragionevoli teorie empiriche nel passato ma mi sono definitivamente sincerata della loro conferma dopo la chiusura delle stagione estiva.

Per rebootare il cervello dopo un anno di cottura, cortocircuiti e microtraumi, dopo mesi di rimuginamenti, analisi strategiche e valutazione opportunità costi benefici, l’unica ricetta in grado davvero di permettere un reset accurato delle impostazioni, togliere l’ossido tra i circuiti e ridonare elasticità alla sinapsi, consiste nell’annientarsi totalmente in balia di sole, salsedine e acqua marina, assunti in dosi massicce, mixati con vino e birra freddi e cucinate a fuoco lentissimo in modo da impregnarsene fino al midollo.

Seriamente, è stata una primavera pesante quella trascorsa nei mesi passati.

Una primavera sublimata in un’estate caldissima, che io, amante del calore a oltranza, ho fatto fatica a sostenere, sentendo le gocce di sudore scorrermi giù dalla schiena e arrivare nell’incavo delle ginocchia, pur nell’immobilità di certi pomeriggi alla scrivania.

Un luglio che ci ha sfiancati come se fosse già un agosto e personalmente allietato da un pendolo oscillante sulla testa che ogni giorno mi ha fatto ricordare a quando al posto di fare i compiti per le vacanze leggevo Edgar Allan Poe.

Con molto senno del poi , e grazie a molte cose che leggi, scritte da chi sta vivendo situazioni, analoghe o comparabili, che ti fanno sentire meno sola, agli amici che fanno colazione con te in chat dall’altra parte del mondo e a quelli che massacri su whatsapp, ai compagni di vita e a quelli di scrivania e quelli andati a prendere fin sotto casa per due parole di conforto, arrivi stremato, ma ci arrivi, a fare la scelta che ritieni migliore, per cambiare, con il numero minore di rimpianti possibili e danni collaterali arginabili, un presente che non ti stava più dando nulla di quello di cui avevi bisogno.

Tu cosa fai quando devi prendere una scelta? 
 E quali tipi di scelta, poi. 
 Ci sono quelle che sono solo tue e chi se ne frega se mi vado a schiantare da sola, ci sono quelle in cui c’è qualcun altro che penzola appeso ai fili delle tue elucubrazioni e allora l’unica è fare quello che è giusto che, come puoi immaginare, potrebbe non coincidere con quello che è bello, divertente, o semplicemente voluto.

Insomma sono stati mesi in cui si è rimuginato tanto, ci si è arrovellato il gulliver, si sono chiesti tanti pareri, ci è messi intorno a un tavolo a negoziare, e vorrei ricordare che non ci sono cazzi, lo riesco a fare solo ed esclusivamente quando ho una contropartita da giocarmi, perché a bluffare, non preoccupandomi di come va a finire la mano, non ci riesco ancora.

Ho giocato a jenga, incastrando giorni, persone e cifre.

Non mi lamento perché è stato difficile; tutta sta roba non può essere facile, ma sono felice di non dover andare a ringraziare nessuno per quello che ho ottenuto.

Poi un autunno tirato via, Natale e poi, un’altro limite superato: ora il freddo non mi fa più paura perché, come mi ha detto Giacomo, esiste solo abbigliamento sbagliato.

Alla fine tirando le somme, sono 10 anni che nuoto qui dentro, con tutto quello che in 10 anni è successo.

Cambiamo mare e, quest’anno a Carnevale, mi vesto da pirata.

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