Defascistizzazioni e monumenti: qualche appunto sul tema

“So why is it that, […] Italy has allowed its Fascist monuments to survive unquestioned?” Questa la domanda con cui la docente History and Italian Studies della New York University Ruth Ben-Ghiat apre il suo articolo del 5 Ottobre sul New Yorker.

La storica, inserendosi nel dibattito tutto statunitense sui monumenti ai confederati negli Stati del Sud, porta al pubblico americano l’esempio italiano. Articolo a nostro avviso pensato per il pubblico statunitense, che salta — consapevolmente o meno- a conclusioni abbastanza affrettate ma che ha il merito di porre una domanda tutt’altro che banale, come ha ribadito la stessa autrice in un’intervista rilasciata a The Submarine: “la mia intenzione nello scrivere l’articolo era quella di porre il problema della memoria storica del fascismo”.

L’articolo di Ben-Ghiat ha avuto un vasto eco qui da noi. Peccato che i molti contributi scritti da giornali cartacei ed on-line di questi giorni si siano concentrati, o meglio scagliati, contro il dito indicante la luna, e non su quest’ultima. Ne risulta che i social siano stati invasi da articoli sull’intervento di Ben-Ghiat dai titoli talmente assurdi da confermare al contempo sia l’osservazione della storica statunitense, sia la proverbiale incapacità degli italiani di comprendere l’inglese. Certo l’articolo della studiosa non eccelle in linearità -sono presenti diversi passaggi logici quanto mai arditi- ma non ha mai proposto né di abbattere alcunché né tanto meno di cancellarlo.

Come ben sottolinea Andrea Coccia in un intervento su Linkiesta: “La domanda però resta: li abbiamo fatti veramente i conti con la nostra storia? Si chiede indirettamente Ruth Ben-Ghiat. E se la nostra risposta, quando si parla dei monumenti, è un SI in capslock, siamo sicuri che quando invece si parla d’altro, di razzismo dilagante, di ascesa nei sondaggi di forze nazionaliste se non addirittura dichiaratamente neofasciste, la risposta sia ancora quel sì? In altre parole, è come se la studiosa americana, vedendo che qui in Italia beviamo alcool a qualsiasi ora del giorno, ci avesse chiesto: Non è che avete problemi con l’alcool? E noi, invece di sorriderle bonariamente e spiegargli che vino, grappa, liquori e birra, sono parte integrante della nostra cultura — come d’altronde l’architettura razionalista — le abbiamo iniziato a sbraitare davanti. «No, che cazzo dici?», «Sei una mentecatta a pensare una cosa del genere!», «Ma guardati te!», «Pensa ai vostri problemi con le armi!»”

Prima di dir la nostra su questo argomento, ci pare necessario porre alcune precisazioni iniziali all’articolo della Ben-Ghiat.

Tracce del passato: tre esempi

Nell’articolo vengono citati tre esempi: “the United States has engaged in a contentious process of dismantling monuments to its Confederate past, and France has rid itself of all streets named after the Nazi collaborationist leader Marshall Pétain” e “In Germany, a law enacted in 1949 against Nazi apologism, which banned Hitler salutes and other public rituals, facilitated the suppression of Third Reich symbols”.

Tre esempi citati ma non analizzati.

  • Nel primo caso si parla del dibattito U.S.A. legato alle statue dei leader sudisti (erette anche dopo la vittoria delle battaglie antisegregazioniste da parte degli afroamericani) davanti a edifici pubblici, che i movimenti per i diritti civili vorrebbero rimuovere. Dibattito che vede in questi simboli segregazionisti l’ultimo terreno di scontro di una battaglia- sanguinosa- che sta scuotendo tutta la società statunitense.
  • Nel secondo si passa da un piano monumentalistico ad uno memorialistico: facendo riferimento ad una presunta presa di coscienza e condanna da parte dello Stato francese del passato di Vichy. Ci troviamo in disaccordo su entrambi i temi: non esiste nessun monumento dedicato alla “Repubblica” sorta nel centro termale di Vichy perchè nei quattro anni di governo (dall’estate del 1940 a quella del 1944) il Maresciallo Pétain non ebbe tempo di dedicarsi ad opere monumentalistiche, essendo impegnato nell’arresto e nella consegna- ad opera di poliziotti francesi- alle truppe tedesche di molte migliaia di cittadini francesi e di rifugiati (nel solo giorno del 16 luglio 1942 oltre 13.000 vennero rastrellati e inviati agli “amici” oltrereno). In secondo luogo, non siamo nemmeno così convinti che la Francia abbia fatto i conti con questa parte della sua Storia, come testimoniano tutti gli scontri che hanno visto impegnati gli storici francesi in campo di memoria pubblica, ma anche il forte peso che l’uso e l’abuso pubblico della storia hanno avuto nelle campagne elettorali delle recenti elezioni presidenziali. L’assenza di monumenti pétenisti nella città termale è coincisa con un’assenza di narrazione storica nella città stessa.
  • Infine la Germania, che sia da divisa che da unitaria ha messo in atto uno dei più grandi processi di pedagogia pubblica sugli eventi svoltisi dal 1933 al 1945. Ad oggi, sul suolo tedesco sorgono pochi del vasto numero di monumenti progettati in epoca nazista, andati perduti per differenti motivi. Persi per mancanza di tempo: il “Reich millenario” durò solo dodici anni e in questo arco di tempo non riuscì a portare a termine quasi nessuno degli edifici progettati da Albert Speer; persi sotto le bombe: delle strutture realizzate dal Regime, spesso e volentieri con manodopera schiavile di internati e lavoratori Todt (questi ultimi furono circa 1.500.000, uomini e ragazzi dei territori occupati dalla Wehrmacht impiegati in lavoro coatto per l’industria tedesca), molte sono andate distrutte nei bombardamenti a tappeto ad opera degli Alleati; persi nella ricostruzione: questa è avvenuta molto spesso per anastilosi, prassi perseguita nella RDT, che ha ricostruito molti dei centri urbani esattamente com’erano prima dell’avvento del Nazionalsocialismo e della guerra che ne seguì. Anastilosi talmente ferrea da aver convinto molte amministrazioni della necessità di tornare ad inserire nel tessuto urbano simboli di quel passato doloroso che la falsificazione storica degli edifici confinava ad una parentesi mentale…

Da aggiungere che del Fuhrer restano comunque case popolari, palazzetti sportivi e grandi impianti, monumenti alla prima guerra mondiale…per non parlare delle infrastrutture, fra tutte la Autobahn Amburgo-Basilea.

Monumenti/Edifici: un po’ di distinguo

Veniamo a noi: la monumentalistica fascista. Non si può entrare nel discorso se non si tiene in considerazione sia la storia urbanistica italiana, sia le successive forme memoriali. E soprattutto bisogna distinguere fra edifici e monumenti. Ci pare che Ben-Ghiat confonda il discorso usando i termini “monumenti” ed “edifici” come sinonimi, mescolando poi quelli costruiti prima del 1945 e quelli costruiti dopo la Resistenza.

La vicenda di Predappio, ma soprattutto quella di Affile, entrambe citate, evidenziano un problema -che affronteremo successivamente- diverso da quello dei monumenti edificati nel Ventennio.

Nel dopoguerra sono stati mantenuti gli edifici costruiti dal fascismo. Sia che fossero edifici politici e di Regime, che civili. Il Fascismo, nei suoi vent’anni di Regime, mise in cantiere moltissime opere pubbliche che spesso cambiano i volti delle città italiane, dotandole di tutta quella serie di edifici considerati imprescindibili per una città moderna. Certamente lo fece con una manodopera dai salari irrisori, a cui veniva negata qualsiasi possibilità di autorganizzazione e protesta sindacale, con gare d’appalto fasulle, tangenti e debito pubblico stellare. Però resta manifesto che ad oggi, una buona fetta degli edifici pubblici e civili italiani sono di costruzione fascista. Scuole ed asili d’infanzia, poli universitari, stazioni, uffici pubblici e ospedali, caserme e ministeri: tutto un corollario di strutture in cui ognuno di noi entra ogni giorno della sua vita.

Edifici che portano i simboli del passato in cui furono progettati, di cui saltuarialmente si sono tolti gli stilemi più imbarazzanti. Edifici che i governi della Prima Repubblica non hanno mai interamente sostituito e che i governi della Seconda Repubblica non sembrano interessati a sostituire con strutture nuove ed aggiornate in materia di edilizia, vivibilità degli spazi, risparmio energetico e che dir si voglia.

Monumenti al Fascismo e monumenti fascisti

La Storia della Dittatura e della Seconda Guerra Mondiale narrata nei segni urbani delle città italiane (targhe e toponomastica, monumenti, statue, busti e intitolazione di edifici pubblici) segue e ricalca la Storia post-bellica della nazione. Storia che fu caratterizzata da uno scontro politico acceso, fra mancate defascistizzazioni di apparati politici e civili, rimozioni e falsificazioni. Dall’adesione al blocco atlantico derivò la sconnessione fra quelle che erano state le forze costituenti ed il processo stesso di attuazione costituzionale. La continuità dello Stato, nei suoi funzionari, e delle istituzioni, nel congelamento delle riforme democratiche, finanche le mancate consegne ai tribunali internazionali dei responsabili di crimini di guerra fascisti, si inserisce all’interno di questa scissione di fondo. Anche sul piano monumentalistico, mancò l’accordo politico sulla costruzione di memoriali resistenziali imponenti, mancò un accordo sociale sul senso da dare a questi luoghi di commemorazione civile/nazionale.

Se è vero che i decenni Cinquanta, Sessanta e Settanta videro quasi ogni Comune — principalmente del centro-nord — dotarsi di monumenti dedicati alla memoria della Resistenza e del conflitto mondiale, è vero anche che con gli anni queste più modeste opere dedicate alla lotta antifascista sono diventate in molti casi nulla più di un arredo urbano.

Ad esclusione degli interventi di toponomastica, la memoria e i monumenti resistenziali sono nati non già da un grande progetto nazionale, ma da esperienze varie, iniziative locali e promotori facenti capo a differenti organizzazioni del mondo civile. A questo si aggiunge che, a differenza delle grandi opere pubbliche di età fascista, nate su un disegno organico quanto verticistico, i monumenti resistenziali rispecchiano le caratteristiche locali e microlocali, intessendosi con la memoria più viva e dolorosa di una formazione partigiana, di un partito, di una fabbrica, passando dalla città al quartiere, fino ad un caseggiato. Ma d’altronde, forse non poteva avvenire in modo differente: un racconto plurale delle esperienze di guerra e di resistenza era il giusto corollario all’unica voce con cui il Regime soleva autorappresentarsi.

Sul piano di impatto visivo e quotidiano, maggiormente in alcuni centri emiliani o laziali, ne consegue che i monumenti alla lotta antifascista sono più numerosi e diffusi nel totale ma loro frammentarietà si perde nel più grande e coerente della monumentalistica fascista. Questo perchè se sono stati abbattuti i monumenti raffiguranti Mussolini e gli “eroi” del Regime, sono stati mantenuti invece quelli costruiti durante il Ventennio dedicati ad eventi precedenti il 1922.

Due esempi: a Bologna si decise di fondere l’enorme statua equestre di Mussolini posta davanti al Trotto cittadino per creare due statue, raffiguranti un Partigiano ed una Partigiana e poste a memoria della Battaglia di Porta Lame. Mentre il fascistissimo mausoleo comasco dedicato ai caduti per Trieste nella Prima Guerra Mondiale, progettato dal geniale architetto Antonio Sant’Elia e costruito durante gli anni Trenta, rimane a segnare il lungolago cittadino.

Questo non riguarda però solo i monumenti fascisti o costruiti durante il Ventennio. Quasi tutti i monumenti liberali sono stati acriticamente adottati nelle piazze repubblicane. Questo mantenimento delle memorie regie-liberali evidenzia quanto problematico sia il rapporto italiano con la sua storia nazionale. La memoria pubblica italiana, mai unificata in un unico potente canone condiviso, da centocinquantasei anni procede per frammentazioni che seguono di volta in volta linee di frattura geografiche, religiose, politiche ed ideologiche. Queste visioni spesso dicotomiche, seppur non intaccate da quello che era stato l’uso pubblico- assimilativo e omologativo- della storia da parte del regime fascista, hanno conosciuto nel dopoguerra una sorta di tacito accordo sul discorso pubblico relativo al “prima”, ovvero sugli ottant’anni di storia che precedono il 1940. Le statue dei Re sabaudi ed i loro cavalli restarono placidi nelle piazze, come placidi restarono nei palazzi i Re stessi che ne funsero da modello, avallando molti episodi che compongono le pagine più buie della storia italiana. Restano ai loro posti le piazze Cadorna; restarono lì i simboli coloniali, solo in parte rimossi, e la toponomastica legata ai “posti al sole” della “nazione proletaria” (degno di nota a questo riguardo il progetto storico-memoriale che vede impegnato il quartiere popolare bolognese, denominato appunto Cirenaica). Restarono al loro posto i monumenti legati alla prima guerra mondiale, quelli sì presenti in ogni comune italiano, ai quali vennero associati anche i nomi dei soldati caduti durante il secondo conflitto e quella dei caduti durante le campagne coloniali del Ventennio. Tutti assieme, senza divisione né rielaborazione sul ruolo storico di ognuno di quei nomi, quasi che si volesse creare un filo unificante fra i militi di tutte le guerre del Regio Esercito. Quest’ultimo punto è estremamente significativo: alla fine del primo conflitto mondiale nella incapacità di creare una nuova identità nazionale, la narrazione pubblica si concentrò sulla riproposizione di un modello non identitario ma identificativo: il nemico comune, il tedesco.

Questa dialettica lineare quanto teleologica si prestò bene nel secondo dopoguerra alla creazione di una monumentalistica che potesse rappresentare tutti quanti avessero vestito il grigioverde, creando monumenti ai soldati che incarnano la concezione delle due guerre novecentesche viste retoricamente come un continuum con la lotta dei romani e latini contro i nemici che premono alle Alpi, continuata dai liberi Comuni e proseguita nel Risorgimento antiasburgico e che ebbe un’ulteriore scatto nel Primo conflitto mondiale antitedesco, salvo poi, anche a seguito di una “vittoria mutilata” foriera di revanscismo, aver nuovamente assistito ad una invasione “barbarico-nazista”… L’edificazione di una tradizione simbolica condivisa, con funzioni fondative e legittimanti per il nuovo Stato repubblicano, procederà quindi, più o meno inconsciamente, sulla identificazione di due assunti che possono essere sintetizzati in questi due assunti: la colpevolezza dei tedeschi (nazisti e non) e il mito della Resistenza come “guerra di popolo”. L’elaborazione di una memoria basata sul doppio piano narrativo, l’esternalizzazione della colpa e l’acquisizione del merito, si sviluppa contemporaneamente al conflitto in corso fungendo da espediente livellatore e aggregante, divenendo poi un primo modello auto assolutorio per quanti non si erano schierati.

Defascistizzazione

Rielaborazione storica, memoria e defascistizzazione: questi i nomi dell’elefante nella stanza additato dalla Ben-Ghiant. Se non condividiamo la linea di continuità fra il mancato abbattimento dei monumenti di epoca fascista e la mancata defascistizzazione della Repubblica tracciata un po’ troppo a sommi capi dalla storica U.S.A., condividiamo la necessità e l’opportunità della domanda posta.

“Italy, the first Fascist state, has had a long relationship with right-wing politics; with the election of Silvio Berlusconi, in 1994, the country also became the first to bring a neo-Fascist party to power, as part of Berlusconi’s center-right coalition.”

La spiegazione che si dà- e che fornisce ai lettori- è a nostro parere però troppo semplicistica. La linea di continuità che traccia Ben-Ghiat tra presenza e pervasività nell’immaginario dei monumenti e sdoganamento dei neofascismi nella politica è piuttosto azzardata. L’avvento di un governo nel 1994 costituito da partiti che non avevano l’antifascismo tra i valori condivisi dei loro iscritti,più che con la mancata defascistizzazione urbana, ha a che fare con la mancata defascistizzazione politica che ha ragioni complesse, implicanti il piano locale quanto quello geopolitico, di cui la defascistizzazione simbolica è solo uno delle conseguenze.

Certamente il processo politico civile vive di simboli ed autorappresentazioni, ma crediamo che la partecipazione di esponenti del partito di Gianfranco Fini al Governo Berlusconi sia dovuta a cinquant’anni di storia di mancate epurazioni simboliche e civili del Regime non spiegabili dalla semplice urbanistica razionalistica. Fini ed Alleanza Nazionale sono figli di Giorgio Almirante e del Movimento Sociale Italiano. E questi due ultimi elementi, nonostante i completi firmati e le cravatte eleganti, escono direttamente dalle peggiori pagine della storia italiana: il primo, Giorgio, organico ai Ministeri della Repubblica Sociale Italiana, alto in grado nella GNR (pseudo esercito di Salò) a cui vengono imputate le fucilazioni di diversi operai dell’area piemontese durante la guerra civile; il secondo, MSI, implicato in tutti gli episodi di stragismo e attentati dagli anni cinquanta agli ottanta…

Precisazioni a parte, la Ben-Ghiat solleva un problema, quello della mancata defascistizzazione nel dopoguerra e l’assenza di un’aderenza nazionale ai valori resistenziali e costituzionali, cruciale per la storia e la società attuale del nostro paese. Non pare però che questo sia stato colto dalla stampa italiana, in larga parte dedicatasi solo a rispondere in maniera piccata — ed offesa- alla presunta iconoclastia della storica. Se è vero che è mancata una pedagogia pubblica sul tema e che ad oggi manca una riflessione seria su COME e COSA raccontare di questa fase della Storia d’Italia sia a livello pedagogico, museale e di Public History, questo a nostro avviso non può venire spiegato con il semplice mantenimento degli edifici. Edifici che rappresentano momenti importanti e centrali della Storia nazionale, che non andrebbero cancellati così come cancellate non dovrebbero essere le vicende- drammatiche, laceranti ma comunque fondanti- che essi rappresentano.

Ricontestualizzazione degli edifici, spiegazione sulla loro storia e su chi e perchè li costruì dovrebbero essere le basi per un loro inserimento pieno in un tessuto urbano consapevole. Far “parlare” questi edifici, soprattutto quelli che ad oggi, seppur immersi in una nuova vita, sono i simboli della dittatura fascista. Ci sono certamente molti e differenti modi per farlo, a seconda del ruolo attuale e passato dell’edificio. Un esempio per noi interessante e ricco di spunti di riflessione è quello del monumento-museo BZ 18–45, un percorso espositivo sulla storia di “un monumento (il Monumento alla Vittoria), una città (Bolzano), due dittature (quella fascista e quella nazista)Come si legge nel progetto scientifico del percorso espositivo, curato tra gli altri da Hannes Obermair -intervistato da Lapsus nel 2016-, l’obiettivo è “risolvere finalmente, in uno spirito europeo, un problema capace periodicamente di suscitare tensioni e divisioni all’interno del tessuto sociale e politico della città e della provincia di Bolzano, vale a dire la presenza nel cuore del capoluogo di un monumento di forte impatto retorico caratterizzato in primo luogo da elementi simbolici costituenti espressione della cultura e dell’ideologia fascista.” Il percorso espositivo affronta di petto la storia del Fascismo e l’impatto delle politiche della dittatura sulla vita sociale, politica, culturale e sul paesaggio urbano della città, con un apparato di contestualizzazione di grande chiarezza.

Contestualizzazione e consapevolezza.Su questo anche Ben-Ghiat insiste “if monuments are treated merely as depoliticized aesthetic objects, then the far right can harness the ugly ideology while everyone else becomes inured.”

di Sara Troglio per Lapsus

Qualche suggerimento bibliografico in tema di memoria e interpretazioni pubbliche su Fascismo e Resistenza:

  • Carusi P. — De Nicolò M., Il 25 aprile dopo il 25 aprile. Istituzioni, politica, cultura, Viella, Roma, 2017.
  • Chiarini R., 25 aprile : la competizione politica sulla memoria, Marsilio, Venezia 2005
  • Contini G., La memoria divisa, Rizzoli, Milano, 1997.
  • Cooke P., L’eredità della Resistenza. Storia, cultura, politiche dal dopoguerra a oggi, Viella, Roma, 2015.
  • Ducci T. (a cura di), Opere di Architetti italiani in memoria della deportazione, Mazzotta, Milano 1997
  • Focardi F., Groppo B. (a cura di), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma 2013
  • Focardi F., Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe nella seconda guerra mondiale, Editori Laterza, Roma-Bari 2013
  • Focardi F., La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 ad oggi, Editori Laterza, Roma-Bari 2005
  • Pivato S., Vuoti di memoria : usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, Roma 2007
  • Traverso E., Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Ombre Corte, Verona 2006
  • Yerushalmi Y. H., Loraux N., Mommsen H., Milner J., Vattimo G., Usi dell’oblio, Pratiche Editrice, Parma 1990