Guerra d’Etiopia.
Imperialismo e desiderio: immagini e voci per dipingere l’Abissinia.

Etiopia 1935: immaginario e miti guerrieri celarono gli eccidi compiuti dagli italiani in uniforme; dietro alle “Belle abissine” il fascismo cercò di nascondere la brutalità del regime semischiavile imposto agli etiopi e lo sfruttamento del lavoro di migliaia di operai italiani giunti in colonia per fame. 
La parata delle gerarchie del Regno non spezzò mai la resistenza etiope e le enormi spese militari ebbero una conseguenza pesantissima: la bancarotta dell’Italia.

L’attacco del Regime fascista all’Impero etiope nel settembre del 1935 fu il primo atto aggressivo di proporzioni rilevanti coinvolgente uno stato europeo dalla fine della grande guerra, segnando anche l’inizio di una escalation di conflittualità e tensioni nel vecchio continente, che, se certo non furono da esso provocate, lo contestualizzano all’interno di un sistema di “occasioni” e nuovi rapporti geopolitici che travalicano la pura volontà mussoliniana di “riportare l’impero sui colli di Roma”[1]. La campagna di Etiopia fu soprattutto l’ultima guerra coloniale tradizionalmente intesa nell’ultimo territorio rimasto indipendente del continente africano: “La guerra scatenata da Mussolini contro l’Etiopia è […] particolarmente importante proprio per il suo anacronismo; guerra coloniale “fuori tempo massimo”, ricadde sotto le nuove norme varate con la Convenzione di Ginevra del 1929”[2]. Guerra coloniale ma anche guerra nazionale, le operazioni in Etiopia conobbero una partecipazione non solo emotiva ma anche fattivamente entusiasta di vasti gruppi della società italiana[3], tanto da spingerci a definirla, come altri prima di noi[4], forse la più partecipata delle missioni compiute dal Regio Esercito.

Non a torto Vittorio Mussolini, figlio del duce, che con il fratello Bruno si arruolò volontario nell’Aeronautica, appena sbarcato a Massaua informa il lettore della sua memoria Voli sulle Ambe[5] che quello che brulica nelle strade e sui moli della città portuale è il più grosso esercito visto in Africa: certamente non lo fu, ma a molti italiani trovatisi nuovamente in grigioverde, seppur non condividevano con Vittorio l’illustre cognome e i vantaggi che gliene derivavano, la mobilitazione messa in piedi dal Regime dovette davvero apparire imponente. Il Regime volle che quest’impressione di potenza militare passasse anche ai civili, tanto che per la campagna venne predisposto un’ancora sconosciuto dispiegamento di mezzi cinematografici e fotografici: dodici operatori con tre registi più vari fotografi che contribuirono ad accumulare 4.000 fotografie e 40.000 di pellicola girata. “È come se […] il rapporto tra realtà e rappresentazione, tra evento e racconto, si invertisse. Qui sono infatti il racconto a produrre l’evento, la rappresentazione a determinare la realtà, l’invenzione a suggerire l’azione.”[6]

La guerra di Etiopia del 1935 per la propaganda fascista fu l’inveramento di molte velleità fino a quel momento rimaste sottese. Il mito dell’Eden etiopico non era nato col fascismo, ma sicuramente il Regime mussoliniano si spese a lungo per mantenerne vivo l’eco[7]. Dai cinematografi ai manifesti, tutto il mondo immaginifico del Regime venne investito dalla “febbre per l’Africa”[8]. Per tutti gli anni Trenta gli enti per l’educazione sollecitarono le scuole che ancora non l’avevano fatto di dotarsi di una carta geografica nella quale fossero comprese l’Italia e le regioni etiopiche, al fine di aiutare gli scolari a individuare sulla carta nomi che fino a quel momento avevano fatto parte dell’universo fantastico dei loro giochi di bambini, eredità di memorie paterne e della generazione ancora precedente. Adua, Makallè, Addis Abeba, Amba Alagi: sono tutti toponimi che per i più giovani hanno una valenza, prima ancora che geografica, emotiva[9]. Ciò non vale solo per quanti si trovano ad esser scolari sui banchi del Regime negli anni della campagna di Etiopia; anche i “fratelli maggiori” hanno condiviso la stessa educazione. Sono cresciuti ascoltando la rievocazione continua di questi luoghi, dei nomi degli “eroi” nazionali ad essi legati. E quando Mussolini decide di aggredire l’Impero etiope, molti di loro non possono che accorrere, arruolandosi come volontari o sostenendo il servizio la leva con convinzione[10].

La gestazione della campagna si compì in realtà interamente a palazzo Chigi, e lo sguardo di quanti la prepararono, Mussolini in primis, fu sempre maggiormente puntato su Londra e Parigi, rispetto che alla “nemica” Addis Abeba o alle interne piazze italiane. La volontà di metter alla prova la retorica di potenza militare e politica, e non da ultime “tutta una serie di motivi storici e psicologici ai quali, per un verso, Mussolini e il fascismo erano particolarmente sensibili”[11]non fecero mai abbandonare una politica accorta, mediatrice, paurosa, volta a individuare negli atteggiamenti delle potenze europee un implicito consenso alle velleità italiane. Sebbene insicuro verso i partners europei, Mussolini era abbastanza certo del sostegno interno, tant’è che sempre a Badoglio comunicava:

Nessuna preoccupazione dal punto di vista interno. Nelle masse fasciste è ormai diffusa la convinzione della ineluttabilità dell’urto e anche la convinzione che più si tarda e più ardua diventa l’operazione. Nelle masse giovanili il tono è ancora più elevato.[12]

Non mancarono infatti fra la popolazioni punte di esaltazione, montate anche dalla pubblicistica e dagli incontri delle federazioni fasciste: già in periodo liberale parole come “impero”, “martiri di Adua da vendicare”, “grandezza”, “potenza” avevano fatto vibrare corde profonde[13]. Finalmente, si credeva, Mussolini darà agli italiani la possibilità di riscattare il loro onore: “Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Grande Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora”[14] questa la chiusa con cui il ventiseienne Indro Montanelli prende commiato dal lettore della sua memoria “XX Battaglione Eritreo”.

Per la generazione, seppur non nata, formatasi sotto il Regime, la guerra di Etiopia è il coronamento di tutte le promesse fatte, delle ore di educazione fisica nei cortili delle scuole, delle interminabili esercitazioni del Sabato fascista: “La guerra è uno sport, il più bello, il più completo […] Laurea per essere uomini”[15] come scrive il ventenne Vittorio Mussolini, che condivide la campagna col fratello Bruno, che di anni ne aveva appena diciassette ed era a ragione considerato il più giovane pilota della storia dell’Aviazione italiana. Sebbene non possiamo sostenere che tutti gli uomini arruolati durante la campagna condividessero queste opinioni, possiamo però presumerlo per quanti vi parteciparono come volontari del Regio Esercito o come miliziani delle Camicie Nere. E se non tutti i quasi 350.000 connazionali presenti in Etiopia ricoprirono di un manto di retorica fatalista e patriottica il loro servizio, condivisero però con i più convinti camerati l’universo immaginifico e simbolico diffusosi per quasi tre generazioni fra scuole, stampa, retorica politica e cinematografo.

Rodolfo Graziani guarda sorridente il “trofeo” che gli porge un sottoposto: la testa decapitata del lúltimo duguac ribelle Hailu´Chebbede´conservata in una scatola di biscotti.

Nell’estate del 1935 la guerra venne quindi decisa e si iniziano ad inviare le unità, concentrandole in Eritrea: al 2 ottobre 1935 sono presenti “110.00 nazionali, fra esercito e camicie nere, 50.00 ascari indigeni, 4.200 mitragliatrici, 580 cannoni, 112 carri d’assalto, 35.000 quadrupedi, 3.700 automezzi e 126 aeroplani”[16]. Fra i molti militari inviati ci sono anche gli ufficiali delle operazioni libiche, che assunsero in questa guerra i comandi di reparti coloniali e ruoli di rilievo: su tutti Graziani. Assieme alle loro corti, questi portarono nei campi base dell’Eritrea le tecniche di guerra ai civili e di sterminio affinate tra il Gebel ed il Fezzan. In Somalia venne allestita una seconda colonna, guidata da Graziani appunto, il quale non sottostette alle direttive di sola difesa impartitegli; “con l’appoggio di Mussolini e Baistrocchi, egli riesce a gettare le basi offensive acquistando direttamente materiali e automezzi sui mercati africani e negli Stati Uniti”[17] fino a raddoppiare la sua consistenza, a doppia conferma delle possibilità di scavalcamenti di ruoli e dell’inefficienza dell’industria militare italiana, non contemplata neppure per questi acquisti straordinari.

Mussolini ormai vuole trasformare il conflitto coloniale in una parata dimostrativa della nuova potenza fascista, pronta a sfidare la Società delle Nazioni: la guerra deve quindi essere rapida, e pregna di azioni risolutorie.
Gli effettivi continueranno quindi a cresce, toccando nel 1936

330.000 militari italiani, 87.000 ascari eritrei e libici (9 divisioni dell’esercito, 6 della milizia e 3 di colore) con 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni, 250 carri armati, 90.000 quadrupedi e almeno 350 aerei efficienti. Al seguito delle truppe, oltre 100.000 operai militarizzati lavoreranno alla costruzione delle strade.[18]

I comandi di Badoglio e Graziani sfruttarono pienamente le potenzialità della costosissima armata messa ai loro ordini, riuscendo soprattutto a strutturare un buon sistema logistico: “Le infrastrutture dell’Eritrea erano ben poca cosa: fu necessario costruire in tempi straordinariamente brevi una rete stradale capace di far vivere e muovere centinaia di migliaia di uomini”.[19] Fu così che assieme ai soldati si spostavano masse di operai, attirati dalle regioni più depresse d’Italia dalla paga superiore. Così li ricorda Alessandro Pavolini, destinato ad una triste notorietà durante gli anni della guerra civile come segretario del Partito Fascista Repubblicano ed animatore delle Brigate Nere impegnate nella guerra antipartigiana e nella repressione dei civili:

L’operaio che sta trasformando in sei mesi Massaua e l’Eritrea è un uomo tra i trenta e i quaranta, col casco sulla nuca, il torso nudo o la camicia da borghese, i calzoni da militare: e con la barba da missionari e esploratori. Il suo aspetto santo e antico lo riallaccia un poco ai pionieri che si avventurarono sui bassipiani del Mar Rosso nell’Ottocento. Generoso illimitatamente nello sforzo e nella privazione, tuttavia nulla spreca: attentissimo al suo risparmio[20]

Nuovamente, quella che si impone nell’immaginario è una guerra di popolo, del piccone e del moschetto, e Pavolini non si sofferma sulle ragioni dell’esasperata necessità di guadagno che ha spinto questi contadini italiani nelle torride terre africane…
Grazie quindi ad ingenti opere di infrastrutture:

La campagna italiana in Africa Orientale fu la prima alimentata quasi soltanto con automezzi, su distanze notevoli e in situazioni difficili; […] Fu poi sperimentato per la prima volta il trasporto aereo di uomini e mezzi e addirittura di rifornimento con paracadute di colonne avanzate.[21]
Italiani brava gente: un tipico esempio di propaganda coloniale: nella cartolina riservata alla corrispondenza dei militari gli etiopi sono raffigurati come schivi liberati dal “legionario” italiano; sullo sfondo, picconi e fucili per “civilizzare” l´Etiopia.

Dietro a sempre più consistenti prestiti concessi allo Stato, poté esser allestita un’ingente flotta aerea, che toccò le 450 unità. Questi velivoli, dalle prestazioni superate per un conflitto europeo, godevano sul fronte etiopico del monopolio dei cieli, che gli assicurarono quindi una relativa libertà di manovra, rischiando gli equipaggi i soli colpi da terra della fucileria etiope. 
“L’Etiopia non era uno stato progredito, organizzato, da colpire in gangli quali industrie, centrali elettriche, o negli edifici delle grandi città.” ricorda Pavolini, arruolato nell’aviazione nella 15° squadriglia B.N. di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini.

L’unica città vera e propria Addis Abeba, non doveva venir bombardata; non doveva danneggiarsi l’unica ferrovia, quella di Gibuti. Così stando le cose, centrare dall’alto bombe sopra capanne avrebbe costituito un’impresa mediocre e un contributo trascurabile. Occorreva lavorare sugli armati, sui combattenti. E per individuare costoro, pattuglianti, rotti a tutte le astuzie di mascheramento in un terreno di macchie e di botri , occorreva abbassarsi. E per colpirli, una volta individuati, occorreva abbassarsi ancora. O si vedevano in viso o si tirava alla cieca. Non esisteva altra alternativa.[22]

L’Aviazione quindi svolse funzioni logistiche e di combattimento, tanto con i bombardamenti tradizionali e con gas tossici, che con il colpo di precisione. Durante i sette mesi del conflitto Mussolini mantenne una più che assidua corrispondenza con i due comandanti dei fronti, imponendosi come una “presenza” estremamente sentita:

La quotidiana pressione che egli esercita su Badoglio e Graziani non è tanto motivata dal fatto che egli accumula contemporaneamente le cariche di presidente del Consiglio e di ministro degli Interni, degli esteri, delle Colonie, della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica, quanto dalla convinzione che quella guerra l’ha voluta lui e lui soltanto può vincerla alternando forza all’astuzia, le lusinghe al terrore.[…] Mussolini non consiglia, non suggerisce, ordina. Raramente chiede un opinione.[23]
Nelle lunghe pause della guerra aerea ognuno si svaga come può´. Qui due degli oltre 300.000 soldati italiani compone un´aiuola inneggiante a Mussolini.

È lui che indica gli obbiettivi della conquista, che detta il ritmo alle marce, che ordina l’utilizzo di 1.000 tonnellate di bombe caricate a iprite e 60.000 granate caricate ad arsine[24]. Micidiali gas tossici-urticanti vietati dalla Convenzione di Ginevra e il cui utilizzo, prima degli accordi, da parte dell’Esercito nemico nelle trincee italiane durante la guerra del 1915–1918 aveva sollevato così tanti odi e ingiurie nei militi.

L’utilizzo dei gas viene inizialmente previsto “se necessario per sbloccare la situazione sul fronte sud[…] “Autorizzo impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenze nemico e in caso di contrattacco”.”[25] In realtà il Regime ha provveduto ad acquistare e produrre gli ordigni illegali già da tempo, ed il loro utilizzo viene lasciato alla discrezione dei comandanti, tanto che Graziani non lesinerà ad usarli, così come Badoglio, già nel dicembre del 1935 e indirizzandoli principalmente sugli accampamenti di retrovia e sulle truppe già in ritirata del Negus.

A Mussolini non interessava tanto vincere la guerra quanto sterminare gli avversari, per questo si accaniva sulla popolazione inerme consentendo che venissero ipritate e con esse il bestiame, i raccolti, i fiumi, i laghi. Per questo ordinava di non rispettare i contrassegni della Croce Rossa, permettendo che venissero distrutte diciassette installazioni mediche[26]

Di questi fatti, che sollevarono proteste e rimostranze internazionali, non si ebbe quasi eco in territorio italiano, se non nelle parole del figlio di Mussolini, il già ricordato Vittorio, che sempre in “Voli sulle Ambe” riporta compiaciuto di come avesse riconosciuto durante un pattugliamento aereo, i segni di un’imboscata etiope camuffata da Croce Rossa Internazionale.[27]
Furono in molti, come Vittorio, a lasciare una memoria della loro esperienza in Etiopia. Proprio per l’importanza propagandistica riconosciuta alle operazioni, Mussolini incoraggiò molti esponenti del Regime a prendervi parte attivamente, spendendosi con gesta e racconti nell’esaltazione del conflitto. All’interno delle testimonianze edite dell’esperienza etiope è possibile rintracciare degli stilemi e delle immagini comuni.

In molte di queste memorie “fasciste” i nomi mitici del “martirologio italiano” delle passate sconfitte coloniali sul suolo abissino sono un elemento sempre presente nella narrazione, necessario all’autore per creare una geografia “emotiva” dei luoghi introdotti. Sia per Vittorio, che per Alessandro Pavolini, di dieci anni più grande del Mussolini, il nome del Maggiore Toselli riecheggia in ogni pagina dedicata alle motivazioni morali dell’azione[28]. La figura di Pietro Toselli per quanti si erano accostati alla vita di caserma o ai discorsi militaristi-coloniali nei quarant’anni precedenti aveva una valenza quasi mistica. Caduto sull’Amba Alagi assieme a 2.000 suoi sottoposti nel Dicembre del 1895 pochi mesi prima della disfatta di Adua[29], venne assiso negli elenchi acritici e avulsi da ogni indagine storica degli eroi della patria del Regio Esercito.
 “Toselli. Questo nome non ha in Italia la risonanza che ha qui. Toselli non è un uomo, è una leggenda: non solo alla cronaca, ma sfugge anche alla storia.” Montanelli racconta di come uno sciumbasci[30] reduce di Adua gli abbia rivelato di come la popolazione locale non creda

che il Maggiore sia morto. Alcuni dicono che gli abissini, rapitolo, lo tengono nascosto in un tempio […]; altri raccontano che un’aquila lo trasse in salvo, levandolo nel cielo, e che ora vaga sui monti dell’altopiano aspettando la vendetta, dopo la quale ricomparirà alla testa di un esercito sterminato.[…] Il vecchio sciumbasci […] scote la testa a questa storia e dice di non crederci. Però il fatto è questo: che il corpo del Maggiore Toselli non era più sul campo di battaglia.[31]

La “vendetta” per le sconfitte del colonialismo liberale divenne la giustificazione retorica dell’aggressione all’Etiopia: il periodo che si vive, per Pavolini è la “stagione in cui alla fine è possibile […] regolare vecchi conti.”[32] Il comandante della sua squadriglia, il coetaneo Galeazzo Ciano “ci ha comunicato che all’alba partiremo per oltrepassare il Mareb, primi. Primi si porterà il tricolore a Adua.”[33]Questo continuo ricordo dei caduti di quaranta, cinquant’anni prima non intacca però lo stile, salvo alcune eccezioni, cameratesco e di spavalda allegrezza che caratterizza le memorie. Da subito la missione ebbe i caratteri della “festa”, della marcia fascista fra camerati, così come sono marcette le canzoni che ne scandiscono le avanzate: “ci sono senza dubbio testi maggiormente epici nel fervoroso repertorio suscitato nel 1935–1936 dalla guerra di Etiopia e dalla nascita dell’Impero; ma il successo arride soprattutto a queste miscele […] che legano pubblico e privato e che tutti cantano.”[34] Quel che si impone è la celeberrima Ti saluto…vado in Abissinia, canzonetta di addio la cui allegrezza la pone agli antipodi rispetto al repertorio classico dei canti dei richiamati e delle reclute.
Nelle memorie, fra i ricordi delle azioni di guerra e le battute cameratesche, fra le attese e le descrizioni delle operazioni di manutenzione di armi e mezzi, la fantasia infantile prende talvolta il sopravvento. L’Africa ha popolato l’immaginazione di questi uomini fin da bambini. Negli scritti non ritorna soltanto la foresta nera di eco salariano, ma anche le fantasie tecnologiche di Verne: dopotutto la tecnica più avanzata aveva avuto nella retorica di Regime il primo posto nei racconti immaginifici ed esaltanti per i più piccoli: nei fumetti come nei libri che questi giovani ora soldati hanno letto, avventura e tecnologia vivevano strettamente intrecciate[35]. Non a caso Pavolini, che seppur troppo giovane per aver preso parte alla guerra di trincea chiama la sua generazione “i ragazzi della Grande Guerra”, nel rievocare gli anni dello squadrismo fiorentino ricorda di come a malincuore ma con risolutezza abbia venduto i preziosi volumi di Salgari, per acquistare dei caricatori[36] da svuotare contro i portoni delle fabbriche in sciopero. Qui, in terra africana, la fantasia di adolescente si confonde e somma alla realtà: nell’immagine di assoluta superiorità tecnica che il fascismo imprime al conflitto, l’aeroplano occupa il centro della scena propagandistica:

Lo sguardo all’altro, e in particolare lo sguardo aviatorio proprio dell’aggressore maschio, che si distende sull’esuberante paesaggio africano e sulla guerra che vi si svolge, è d’altra parte fatto apposta per dare sicurezza […]. È in tutti i sensi uno sguardo di superiorità, sancisce il primato della visione sintetica e prospettica sull’intralcio della giungla e della palude, della tecnologia sul mondo selvaggio, della velocità sulla lentezza[37]
Gli aerei svolsero un compito protagonista sia nelle memorie dei combattenti che nella retorica patriottica, come in queste due illustrazioni prodotte dal Regio Esercito.

L’Aviatore è il principe della guerra che vive inserito in una “repubblica di aviatori”[38], “uomini alati ma non angelici”[39], secondo le parole di Pavolini. Non solo dal punto di vista retorico, per la prima volta l’aereonautica svolse un ruolo determinante nel conflitto:

Ecco che l’aeronautica A.O., questa materia umana e meccanica atta ad assumere ogni forma, iniziò un altro dei nuovi impieghi […]. Aviazione concepita come cavalleria d’inseguimento. Vere e proprie cariche di velivoli si avventurano […] perseguitando i dispersi con la mitragliatrice e la carabina.[40]

Anche per quanti non sono arruolati nell’élites del cielo ne subiscono il fascino

Nel piegarsi eleganti sull’ala, un raggio di sole incendia la lamiera e un barbaglio aleggia via, un pezzo di fuoco piovuto dal cielo. […] Le gesta degli aeroplani ci sono rimaste per lungo tempo sconosciute. Il nemico lontano, li sentivamo emergere al mattino alle nostre spalle, poi li vedevamo sommergersi nell’orizzonte. A sera tornavano. E nell’intervallo tra queste due visioni non era riempito che dalla fantasia.[41]
Le illustrazioni di A. Bertiglia ebbero un grande successo durante il conflitto. La guerra diviene gioco infantile, scherzo fra bambini…

La fantasia tecnologica non è solo quella del retaggio infantile; il mito aereo ha nutrito il cinema ed ora il giovane spettatore, divenuto soldato se ne nutre a sua volta. Hollywood, parola non apprezzata dalla propaganda italica di Regime, con le sue immagini di guerra funge da filtro premonitore: “È dunque così il volo di guerra?”[42] si chiede Vittorio Mussolini, deluso dalle bombe che lancia sui tucul[43] etiopi. Nessuna esplosione, nessun boato. È Hollywood ad aver mentito o sono le armi in dotazione a non esser efficaci? “Le bombette incendiarie danno soddisfazione: ameno si vede fuoco e fumo.”[44]

Anche Giuseppe Bottai partecipò alle operazioni in Etiopia; quarantenne, lo separa un abisso dalla generazione dei camerati citati. Reduce della prima guerra mondiale, i pochi anni di differenza sono bastati a coinvolgerlo in un’esperienza formativa totalmente differente. Nonostante il suo diario segua una datazione rigidamente fascista, i rimandi sono sempre e solo ad un’altra guerra, ad altri soldati: ogni evento del conflitto etiope è utile per esser paragonato a quelli del 1915–1918. Guerre antitetiche; per Bottai è cambiato il senso stesso della parola:

Questa espressione: linea, è più che una parola è un principio e una mentalità. L’ultima guerra, svoltasi sul territorio nazionale, sotto l’influsso dei metodi frontali cadorniani, ci à [sic!] lasciato questa visione lineare della guerra. Qui, la linearità delle difese è un assurdo.[45]
Pavolini e “La Disperata” in Africa Orientale Italiana nel 1935

E difatti nelle narrazioni quella di Etiopia non è una guerra: è una “caccia grossa”, secondo Pavolini; un inseguimento perpetuo della preda, per Montanelli. Il Trimotori dei Mussolini diviene una fiera, che annusa le valli alla ricerca degli abissini. È una battuta venatoria, una spedizione squadrista. Sui trimotori CA 101d2 della flottiglia di Galeazzo Ciano sono stati dipinti i teschi a tibie incrociate che già furono simbolo della squadra fascista fiorentina “La Disperata” in cui esordì come picchiatore Pavolini, ed è questo il nome con qui la 15° storno viene ribattezzato, mentre il vecchio gagliardetto viene trasferito nel campo volo[46].

I canti, le poesie, sono quelle del ’22: dai simboli mortiferi ai versi, tanto che Pavolini torna a ripetere più volte “Vita, sei nostra amica, Morte sei nostra amante”[47]. Nella gioia del combattimento, tanto accresciuta quanto minore è la pericolosità del nemico e quindi il rischio effettivo che alla retorica sopraggiunga la realtà fattuale, si va creando il nucleo corporato[48]. I più giovani divengono adulti, i più grandi tornano ragazzi, incontrandosi “nel pericolo collettivo, nell’avventura di nucleo”[49] ; “Eccoci, nudi, disarmati, nel cuore del paese nemico. Giovani come mai.”[50] 
In ogni pagina il focus è sugli Italiani, protagonisti in quanto questo termine nazionale coincide per gli estensori del racconto con l’identità virile fascista. Ma i nemici? Nella memorialistica, non solo nei pochi esempi citati, è il paese, la natura stessa a ricoprirsi degli attributi aggressivi che invece ci si aspetterebbe di ritrovare personificati nei soldati del Negus. “Mi sforzo di pensare che sono in Africa. I neri che incontriamo sono così pochi in confronto dei bianchi che popolano le vie principali, che mi sembrano incontri fortuiti”[51]. E ancora “Dal giorno che si sbarcò, i neri sono un elemento del nostro paesaggio quotidiano. Ma un elemento di sfondo, come i cammelli”.[52] Quella che si applica, secondo Labanca, è una visione fascista degli africani, divisi in nemici e fiancheggiatori, relegati comunque ambedue alla figura passiva incatenata ad uno stato di semianimalità e quindi facenti parte dell’ambiente stesso, in un connubio inscindibile. Ed è con stupore che i memorialisti reagiscono quando alcuni degli etiopi si dimostrano acuti, eroici, o semplicemente “umani”: subito la spiegazione viene però trovata “nell’imperialismo demografico tornato sui suoi colli fatali, sembrava che lo stesso contatto con gli italiani potesse elevare questi indigeni.”[53] Vittorio Mussolini, in visita con alcuni camerati al palazzo abbandonato dell’Imperatore Selassié, rimane dapprima colpito dalla ricca biblioteca imperiale con volumi francesi e inglesi, di pubblicazioni talmente pregiate da spingerlo a rubarne alcune. Passando in rassegna le vaste sale della dimora, perdendosi nei corridoi, il figlio del duce si ritrova in un bagno maestoso, ricoperto di mattonelle bianche e di una raffinatezza mai vista nemmeno negli hotel più prestigiosi in patria…ed eccolo trovare una spiegazione, antidoto al sentimento di ammirazione che sta sorgendo in lui. Per Vittorio il Negus non ha fatto altro che scimmiottare gli usi occidentali: i libri della biblioteca sono tutti nuovi, nessuno li ha mai letti, così come il bagno, la cui lussuosità non può che fargli intendere che i selvaggi cortigiani dell’imperatore non l’abbiano mai adoperato, ignorandone l’uso.[54] Denigrando il “nemico”, allontana da sé ogni cedimento al sorgere di un sentimento di rispetto.

Oltre che sugli edifici imperiali, lo sguardo dei soldati si posa sui corpi degli africani con curiosità e avidità, moltissime le fotografie allegate alle memorie date alle stampe, le descrizioni. In fondo, “come al tempo delle antiche carte geografiche con i cartigli Hic sunt leones, non pochi dei combattenti italiani non sapevano nulla dell’Africa, dell’Etiopia e dei suoi abitanti”[55]. Con pochissime chiavi di lettura utili ad interpretare ciò che li circonda, gli italiani in Etiopia cercano attorno a loro le conferme dei pregiudizi incorporati.

Soldati del Regio Esercito Italiano posano con bambini etiopi (a destra, il ventiseienne Indro Montanelli).

Questi si nutrono tanto della figura del “crudele primitivo” che di quella del “buon selvaggio”, soprattutto quando si trova a descrivere gli indigeni che più vivono a contatto con la quotidianità dell’occupante: “I bambini, fino all’età di otto o nove anni, sono simpatici. Sono vispi, affabili, deliziosi in quelle camicie corte e con quella strana acconciatura a testa di gallo. Stringono subito amicizia, non hanno paura dei nostri soldati”[56]. I bambini sono una presenza costante delle memorie militari, sempre e solo però come piccoli indistinguibili esseri saltellanti in situazione di concorde amicizia con i soldati a riposo, mai annoverati durante eccidi e stragi, deportazioni e rappresaglie delle quali furono in gran numero vittime[57]. “I bimbi di liquerizia. La principale loro caratteristica è quella di essere buffi e di avere la testa a pera e due occhi enormi e vivaci che ti fanno ridere appena ti fissano.”[58]

Cartoline per la corrispondenza dei militari: i soldati delle truppe coloniali vengono raffigurati come guerrieri forti e temibili. La prima formazione di truppe ascare venne a seguito della disfatta di Adua: a fine Ottocento il Regio Esercito non voleva piú rischiare la vita dei soldati di leva italiani nelle terre d´Africa.

Anche agli adulti guerrieri[59] vengono spesso dedicate cartoline belliche e pagine di apprezzante descrizione: non solo gli ascari, raffigurati nelle cartoline postali come dei leoni ruggenti[60], ma anche gli uomini dell’esercito imperiale etiope: i guerrieri orgogliosi nonostante la sconfitta, degni avversari la cui audacia non fa che accrescere di rimando i meriti degli italiani vittoriosi. “Tali riconoscimenti, introvabili nella memoria e nei discorsi pubblici dei più altri responsabili militari e politici della guerra di Etiopia, rappresentano un aspetto caratterizzante della memorialistica dei combattenti, persino di quella edita sotto al regime”.[61]

Ma quella che si combatte in Etiopia è una guerra contro i civili, per cui contemporaneamente al procedere delle operazioni e alla sostituzione delle battaglie contro l’esercito etiopico alle rappresaglie nei villaggi, ed agli eccidi nei centri conventuali, si impongono nella memorialistica nuove figure. I già citati fanciulli, i vecchi dal volto di scimmia (secondo Montanelli), ma soprattutto le donne. 
Le etiopi avevano invero avuto un ruolo primario nella narrazione del conflitto, ancora prima che esso venisse scatenato. Rappresentate come schiave, nelle immagini del Regime esse tendono i polsi incatenati al valoroso soldato italiano, e siccome l’esotismo concede delle licenze, i loro seni vengono sempre ossessivamente esibiti. Anche in “Faccetta nera”, ci si rivolge ad una schiava, la quale “aspetta e spera” il maschio liberatore.

Cartoline del 1935 sulle presunte preferenze sessuali delle donne etiopi.

È interessante notare come all’estrema erotizzazione della propaganda di Regime segua una assenza delle donne nella memorialistica del periodo. 
Vi è, da parte degli autori che sanno che il loro scritto dovrà esser passato al vaglio della censura, una autocensura volta ad allontanare da loro ogni sospetto di licenziosità. Dopo averne tessuto le lodi nelle canzonette ed aver scambiato fra camerati fotografie e immagini di nudità, le donne etiopi vengono denigrate nelle memorie come esseri non degni di nessuna attenzione: “Le donne abissine […] hanno un bel portamento. Viste di lontano hanno un certo sex appeal, ma poche da vicino fanno conservare la stessa opinione”[62] si affretta a scrivere Vittorio Mussolini. Salvo poi lasciarsi scappare “Sono graziose, ed essendo molto giovani hanno fascino ed una certa procacità. A Macallè, per esempio tutti conoscevano una certa Tederecc, una giovane abissina che era la reginetta della città. Macallè non era certo il paese più casto”[63]. Come d’altronde, verrebbe da aggiungere, nessun paese che si trovi ad ospitare delle guarnigioni di una Forza Armata così virilmente caratterizzata come lo fu il Regio Esercito e le milizie fasciste. 
Il racconto di questi uomini è creato per una diffusione pubblica, deve quindi esser socialmente presentabile. Ma il corpo delle giovani abissine è stato troppo usato dalla propaganda[64] per poter ora esser ignorato dalle attenzioni degli invasori. Dalla prostituzione al madamato, dalla compravendita di donne, dalle aggressioni ed agli stupri, il maschio bianco, al pari della canzone, esige la sua Faccetta nera.

Diversamente dal narrato, la loro azione in loco è invece l’azione che ci si attende da un guerriero fascista[65]. Così, anche se Montanelli può urlare nella sua autobiografia sulla campagna chiedendo una donna bionda[66], e rigirarsi insonne disgustato dalle immagini pornografiche appese nel camerone, nulla gli impedisce di comprare come madama una bambina di dodici anni… 
Il racconto memorialista segue la stessa sorte di “Faccetta nera” negata per buon decoro ma diffusissima; l’autocensura omette passaggi che risulterebbero sgraditi alla lettura pubblica, ma li esalta negli incontri fra uomini, nelle camerate e nelle pause del combattimento, e una volta in patria, nei circoli e i tutte quelle occasioni in cui il gallismo viene incoraggiato per rinsaldare l’identità virile perseguita dal Regime. Dopotutto la sessualizzazione della campagna bellicista africana si inquadra in un percorso più lungo di quello compiuto in pochi mesi dalla propaganda del Regime, che può però fare affidamento su una gamma visiva più disinibita e su una retorica misogina e sessualmente aggressiva[67] maggiore rispetto agli episodi precedenti del colonialismo liberale.

Per gli uomini italiani la “libertà” sessuale costituiva da sempre una fra le principali attrattive dello scenario coloniale. In ogni epoca della dominazione italiana in Africa, si può dire, agì come un potente motivo di genere il richiamo del “paradiso dei sensi a portata di mano dei maschi italiani”.[…] Vari romanzi, in particolare durante il ventennio rafforzarono lo stereotipo- in realtà non nuovo-di indigene lussureggianti, animalesche e seduttive, felici di essere possedute da un “padrone” razzialmente superiore; l’africana vi appariva così come “la donna vera non modificata dalla civiltà.”[68]

La personificazione dell’Africa è sempre stata nell’immagine del Regime quella del corpo femminile, nero e selvaggio, e quindi desiderabile, ma soprattutto oggettivizzato, e quindi accessibile. Le donne abissine per la retorica del Regime e gli sguardi dei militari, rimarranno oggetti ancor più dei loro connazionali uomini, passive e de-personalizzate: non hanno caratteristiche soggettive. Nelle cartoline prodotte dall’Esercito per la corrispondenza militare[69] le immagini di etiopi che abbiamo potuto osservare non sono mai figure di vecchie, mai brutte, malate o segnate dalla fatica o dalle ferite, non hanno volto che non sia quello dei cartelloni visti in patria, non hanno movenze che non siano quelle ammirate in alcune ballerine di spettacoli di tabarin, non son in definitiva persone, in quanto l’originalità identitaria dei loro corpi viene negata dall’omologazione su un stereotipo sessuale. E come tali possono quindi esser oggetto della volontà maschile, tanto più quando questa appartiene al legionario fascista vittorioso[70]. La sopraffazione del nemico e dell’alterità durante la guerra di Etiopia divenne in definitiva anche una sopraffazione sessuale delle donne africane, massimo grado di alterità concepibile dal Regime e simbolo stesso di presa di possesso.
Presa di possesso che non divenne mai definitiva: la proclamazione dell’Impero segnò solo formalmente la fine delle ostilità, le operazioni militari continuarono senza sosta. Se l’ingresso in Addis Abeba era avvenuto in un periodo minore di quello preventivato da Badoglio, rimaneva comunque da conquistare realmente il territorio etiope. Quasi due terzi dell’intero paese erano ancora sotto il controllo di capi militari e funzionari del Negus Selassiè, con ciò che rimaneva dell’esercito imperiale, circa 100.000 arbegnuoc
La capitale rimase per molti mesi praticamente isolata dal resto del paese: attorno ad essa 10.000 soldati etiopi comandati dal degiac Aberra Cassa e dal fratello Asfauossen compiono incursioni contro gli autocarri italiani lungo le piste che portano in città. Gli occupanti vi vivono in stato di assediati, se non militarmente, sicuramente dal punto di vista psicologico:

Nostre pattuglie circolavano, pochi abissini si vedevano, c’era per aria puzza di morto e di rovina. Era obbligo girare armati: in quei giorni non era igienico passeggiare fra le casette bianche della capitale; ancora molti scioani non si erano convinti che non c’era più niente da fare e che ora è arrivato il castigamatti, con l’ordine, la disciplina, la giustizia, il santo manganello.[71]

La conquista dell’Etiopia alla fine del 1936 era costata 2.313 caduti fra i soldati italiani, 1.583 ascari e 453 fra gli operai nazionali, ed un numero di circa 4.000 feriti[72]. Questo per il Regio Esercito; da parte etiope il conteggio definitivo non è calcolabile, ma lo stimato lo indica in 250.000 morti durante il solo periodo della guerra guerreggiata. La stima fatta dal Maresciallo Badoglio a inizio 1934 di sei miliardi si era rivelata fin troppo ottimistica, visto che l’erario per la guerra di Etiopia fra il 1935 ed il 1940 sosterrà, attraverso ingenti prestiti, una spesa effettiva di 57 miliardi[73] di lire. Al temine delle operazioni, nessuno ebbe il coraggio di usare il giusto temine per descrivere la situazione delle casse nazionali: bancarotta.

Quella che avrebbe dovuto diventare una colonia di ripopolamento, la terra promessa per i coloni italiani (si parlava di trapiantare in Etiopia da un milione a dieci milioni di contadini), non accoglierà, per la verità, durante i cinque anni dell’occupazione fascista, che 3.500 famiglie, distribuendone su appena 114.000 ettari. Questi coloni non faranno a tempo a dissodare le terre nere del Gimma, del Cercer, dell’Uogherà, perché le prime cannonate della seconda guerra mondiale le strapperanno ai loro sogni.[74]

Sara Troglio, Associazione Lapsus

Note:
[1] Tranfaglia N., Il fascismo e le guerre mondiali (1914–1945), Torino, Utet, 2011, p. 305.
[2] De Luna G., Il corpo del nemico ucciso, Torino, Einaudi, 2006, p. 91.
[3] Rochat G., Le guerre coloniali dell’Italia fascista, in Del Boca A. (a cura di), Le guerre coloniali del Fascismo, Roma, Laterza, 1991, p. 176.
[4] Cfr Rochat G., Le guerre Italiane, 1935–1943. Dall’Impero di Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi, 2005, p. 15 e Gibelli A., Il popolo bambino, Torino, Einaudi, 2005, p. 304.
[5] Cfr Mussolini V., Voli sulle Ambe, Firenze, Sansoni Ed., 1937
[6] Gibelli A., Il popolo bambino, cit., p. 304.
[7] Cfr Del Boca A., L’africa nella coscienza degli italiani., Roma, Laterza, 1992.
[8] Gibelli A., Il popolo bambino, cit., p. 297.
[9] Ibidem.
[10] Rochat G., Le guerre italiane, p. 38.
[11] Ivi, p. 603.
[12] Mussolini B., citato in De Felice R., Mussolini il duce, Torino, Einaudi, 1996, p. 608.
[13] Cfr Del Boca A., L’africa nella coscienza degli italiani.
[14] Montanelli I., XX Battaglione Eritreo, Torino, Panorama ed., 1936.
[15] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 141.
[16] Ivi, p. 235.
[17] Ceva L., Storia delle forze armate in Italia, Torino, UTET, 1991, p. 235.
[18] Ibidem.
[19] Rochat G., Le guerre coloniali dell’Italia fascista, in Del Boca A. (a cura di), Le guerre coloniali del Fascismo, cit., p. 184.
[20] Pavolini A., Disperata, Firenze, Ed. Valecchi, 1937, p. 22.
[21] Rochat G., Le guerre coloniali dell’Italia fascista, in Del Boca A. (a cura di), Le guerre coloniali del Fascismo, cit., p. 184.
[22] Pavolini A., Disperata, cit., p. 85.
[23] Del Boca A., I crimini del colonialismo italiano, in Del Boca A. (a cura di), Le guerre coloniali del Fascismo, cit., p. 249.
[24] Del Boca A. Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Novelli Pozza, 2005, p. 193.
[25] De Felice R., Mussolini il duce, cit., p. 707.
[26] Del Boca A. Italiani, brava gente?, cit., p 198.
[27] Cfr. Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 86.
[28] Cfr Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 50.
[29] Adua, marzo 1896, fu la più grave sconfitta subita nell’Ottocento da uno stato europeo a opera di uno africano: sconfitta dovuta principalmente all’inefficienza dei comandi. Cosa che non impedì a molti di questi di far carriere sfavillanti sotto i governi liberali e quello fascista: in primis Badoglio.
[30] Grado militare delle Truppe coloniali italiane, equivalente al grado di Maresciallo del Regio Esercito.
[31] Montanelli I., XX Battaglione Eritreo, cit., p. 53.
[32] Pavolini A., Disperata, cit., p. 51.
[33] Pavolini A., Disperata, cit., p. 51.
[34] Insenghi M., Le guerre degli italiani, cit., p. 119.
[35] Gibelli A., Il popolo bambino, cit., p. 298.
[36] Pavolini A., Disperata, cit., p. 58.
[37] Gibelli A., Il popolo bambino, cit., p. 299.
[38] Pavolini A., Disperata, cit., p. 279.
[39] Ibidem.
[40] Ivi, p. 245.
[41] Montanelli I., Guerra e pace in AOI, Firenze, Vallecchi, 1937, p. 56.
[42] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 28.
[43] Abitazioni rurali etiopi in mattoni e paglia a pianta circolare, mono o plurifamiliari.
[44] Ivi, p. 39.
[45] Bottai G., Quaderno Affricano, Firenze, Sansoni Editori, 1937, cit., p. 30.
[46] Pavolini A., Disperata, cit., p. 40.
[47] Pavolini A., Disperata, cit., p. 59.
[48] Ivi, p. 144.
[49] Ivi., p. 141.
[50] Bottai G., Quaderno Affricano, cit., p. 64.
[51] Labanca N., La conquista e l’occupazione dell’Etiopia nella memoria dei combattenti, in Del Negro P., Staderini A., Labanca N. (a cura di), Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, cit., p. 293
[52] Pavolini A., Disperata, cit., p. 41.
[53] Labanca N., La conquista e l’occupazione dell’Etiopia nella memoria dei combattenti, in Del Negro P., Staderini A., Labanca N. (a cura di), Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, Milano, Unicopli, 2005, p. 295.
[54] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 137.
[55] Ibidem.
[56] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 147.
[57] Del Boca A., Italiani brava gente?, cit., p. 216.
[58] Labanca N., La conquista e l’occupazione dell’Etiopia nella memoria dei combattenti, in Del Negro P., Staderini A., Labanca N. (a cura di), Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, cit., p. 303.
[59] Museo del Risorgimento di Milano, Civiche raccolte storiche, Fondo Iconografico, scatola 8
[60] Museo del Risorgimento di Milano, Civiche raccolte storiche, Fondo Iconografico, scatola 8
[61]Labanca N., La conquista e l’occupazione dell’Etiopia nella memoria dei combattenti, in Del Negro P., Staderini A., Labanca N. (a cura di), Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, cit., p. 301.
[62] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 143.
[63] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 143.
[64] Ellena L., Mascolinità e immaginario nazionale nel cinema italiano degli anni Trenta, in S. Bellassai, M. Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità, Uno sguardo storico, Bulzoni, Roma, 2000.
[65] Del Boca A., Italiani brava gente?, cit., p. 215.
[66] Montanelli I., XX Battaglione Eritreo, cit., p. 31.
[67] Bellassai S., L’invenzione della virilità, Milano, Carocci, 2011, p. 90.
[68] Bellassai S., L’invenzione della virilità, cit., p. 91.
[69] Fondo Iconografico delle Civiche Raccolte Storiche di Milano.
[70] Bellassai S., L’invenzione della virilità, cit., p. 91.
[71] Mussolini V., Voli sulle Ambe, cit., p. 127.
[72] Tranfaglia N., Il fascismo e le guerre mondiali, cit., p. 311.
[73] Maione G., I costi delle imprese coloniali, in Del Boca A. (a cura di), Le guerre coloniali del Fascismo, cit., p. 401.
[74] Del Boca A. Italiani, brava gente?, cit., p 207.