La nuova società civile tra modernità e arretratezza sociale (postilla sulla questione meridionale)

Ciclo di articoli a cura di Margherita D’Andrea, tra Storia e Diritto dell’Italia Liberale.

La lotta al dissenso nei confronti delle istituzioni, via via progredendo negli anni dal post Unità del 1861, divenne un’ottima fonte di esperienza per le giovani leve, chiamate alla gestione dell’ordine pubblico attraverso le c.d. misure di prevenzione, e cioè divieti e obblighi che, pur incidendo sulla libertà personale come le pene, non erano oggetto dei limiti, tipicamente liberali, posti a garanzia degli arrestati ed indagati.
Questo non significa che non ci fossero provocazioni individuali e preparativi insurrezionali armati; ma la maggior parte di questi tentativi non dovette essere propriamente rilevante, se una magistratura che non brillava per indipendenza perveniva generalmente all’assoluzione (per esempio con gli arresti di Romagna del 1874, e i fatti del Matese del 1877). E anche quando alcuni di questi gruppi (tra democratici mazziniani, poi repubblicani, quindi anarchici, infine socialisti) decisero di organizzarsi in partiti, e arrivarono ad esprimersi in Parlamento, gli scioglimenti amministrativi di riunione e associazione, gli arresti di polizia, le lunghe detenzioni preventive, le ammonizioni che divenivano condanne giudiziarie perché facilmente violate, continuarono (1). 
Era la contraddizione di fondo del sistema: una società borghese che da una parte si strutturava sui diritti e le libertà dei singoli, ambendo al progresso industriale e al riconoscimento sovranazionale, e dall’altra rimaneva legata a filo doppio agli antichi retaggi classisti, terrorizzata dai movimenti che coinvolgevano le masse, alle quali le politiche di lotta al corporativismo e all’associazionismo — figure di aggregazione tipicamente da ancien regime- avevano levata ogni forma di protezione. (2) 
Le condizioni di vita dei più, nelle brulicanti concentrazioni urbane con case senz’aria e senza luce, senza acqua, senza cibo sufficiente e con poca assistenza sanitaria, e poi la persistenza forti diseguaglianze e gravi ingiustizie, e il disprezzo dei pochi per il popolo minuto, «dai costumi di brutalità e di violenza», rendevano, insomma, «il primo e più esemplare dei paesi liberali e capitalistici» (3) un mondo di contrasti e di oppressione molto squilibrato. Inoltre, la difficoltà di prospettare uno sviluppo economico, sociale, culturale profondo e soprattutto unitario aprì una falla, già disegnata sulla storia del territorio, che sarebbe stato sempre più arduo chiudere. 
In effetti, l’Italia era un paese essenzialmente agricolo, dove ancora si ci ammalava di malaria, e tuttavia le grandi imprese mobilitavano risorse per gestire gli affari con le tecnologie industriali più avanzate. Nella seconda metà dell’800, l’eliminazione dei piccoli artigiani, dell’industria domestica e delle formazioni pre-industriali, in favore dello sviluppo di una rete più ampia, grazie anche a trasporti moderni (ferrovie e navigazione a vapore), diede al Paese la patente di Paese industrializzato. Ma il progresso economico, tecnico e scientifico non poteva riuscire a buttare sotto il tappeto il problema di un’arretratezza sociale spaventosa, e la questione dello sfruttamento di milioni di persone, lasciate a se stesse in condizioni drammatiche. In questo, la cecità della politica, rispetto alle condizioni di stento delle grandi masse operaie e contadine, creava una contraddizione stridente con la premessa teoricamente posta a fondamento del sistema: l’affermazione dello sviluppo individuale.
Per quanto riguarda i contadini, essi erano insidiati da una crisi derivata anche dal crollo dei prezzi conseguente all’immissione nel mercato dei prodotti agricoli americani ed extraeuropei, ed erano spesso ridotti a proletari agro-industriali. Il proletariato, poi, era «l’esercito industriale di riserva» (4), privato, come si è accennato, di tutela legale in nome della lotta al corporativismo.
L’atteggiamento di negazione, da parte di certo mondo borghese -imprenditoriale, di forme di associazionismo intese anche solo come momenti di condivisione e di solidarietà, in nome del dominio della proprietà privata, della non-relazionalità, non fu comunque privo di reazioni. Anzi, proprio il senso di spersonalizzazione, frutto della disaggregazione sociale e del disagio lavorativo, produsse l’esigenza di nuove forme di condivisione, e il superamento di quell’impronta libertaria e individualista che aveva caratterizzato il sovvertimento dell’ordine feudale da parte della classe borghese. (5, 6)
Di qui, la formazione di un movimento operaio e socialista di classe, che portava con sé la costituzione dei partiti di massa e dei sindacati. Di qui, anche, la formazione di un movimento cattolico, che assunse un ruolo importante soprattutto nelle trasformazioni della fine del secolo XIX e degli inizi del XX.

Tra le ragioni essenziali dell’instabilità del regime parlamentare italiano, con gli arbitri, le debolezze, le divisioni del governo, con la discussa moralità della pubblica amministrazione, gli osservatori di epoca liberale posero sin da subito la circostanza che nel Paese « il reggimento costituzionale non si svolse storicamente per una serie lunga e non interrotta di ampliazioni e di adattamenti, ma successe di subito ad un reggimento assoluto» (7). Tendenzialmente, in altri termini, ci si accorse presto che la vecchia struttura oligarchica della società, in Italia aveva resistito all’urto della rivoluzione borghese del 1789 assai più di quanto all’apparenza potesse sembrare. 
La sua resistenza fu facilitata, lo abbiamo visto, dalla grande lentezza del processo di modernizzazione economica e sociale, dovuta in parte alla mancanza di risorse, in parte allo strapotere di una amministrazione pubblica ben ramificata, in parte ancora alla miopia di una politica che dava la priorità a sicurezza e consenso piuttosto che alla trasformazione economica e sociale del Paese (8). O perlomeno di tutto il Paese. 
Al Sud infatti i rapporti di produzione nelle campagne, e le relazioni tra proprietari e contadini esprimevano non i caratteri di una libera economia di mercato, ma i tratti di una società feudale, segnata dal dominio di grandi e medi proprietari terrieri9. In molte realtà, di fatto, solo l’impalcatura giuridica del vecchio mondo era stata spazzata via, mentre al suo posto permanevano vecchie tradizioni e una mentalità di subordinazione personale del contadino al padrone del latifondo, rafforzata spesso da pesanti contratti agrari. (10)
Queste relazioni sociali (con una distribuzione estremamente diseguale della ricchezza) non mutarono dopo l’Unità. Né il nuovo Stato seppe presentarsi alle popolazioni come garante di un ordine nuovo. Al contrario, si mostrò, nei fatti, come una componente interna alle vecchie gerarchie, sicché la grande massa della popolazione, anziché trasferire la propria fiducia alle istituzioni liberali, la conservò e la rafforzò piuttosto nei confronti dei poteri tradizionali, realmente dominanti nella realtà locale: le famiglie proprietarie, i gruppi, le reti di parentela.11 Un errore (a voler pensare bene) si direbbe quasi imperituro, stando ai nostri problemi attuali. 
Della questione meridionale si volle dare, insomma, tutta un’altra lettura, escludendone la componente sociale, e fondandone l’origine (salvo alcune illustri eccezioni) (12) sulla sola mancanza di moralità dei notabili locali, e sull’ignoranza e la selvatichezza del popolo minuto. 
A proposito del brigantaggio, poi, l’orientamento diffuso della classe dirigente era di considerare il problema come non risolvibile con gli strumenti ordinariamente funzionali al mantenimento dell’ordine pubblico. Questo comportò, nell’agosto del 1862 e lungo tutto il corso dello stesso anno, l’istituzione dello stato d’assedio, con tribunali militari straordinari, processi sommari, fucilazioni sul posto, uso massiccio del domicilio coatto e, in sintesi, la sospensione delle garanzie statutarie. (13)
Ma anche dopo la restituzione ai poteri civili della gestione politica della repressione, non vennero meno le misure di emergenza, e le leggi eccezionali (con la previsione di arresti per il semplice sospetto del delitto) (14, 15). 
Il ministro Peruzzi, il 6 luglio 1863, presentò al Senato un disegno di legge che introduceva l’istituto del domicilio coatto per gli elementi pericolosi. Di lì a poco, molto in fretta, l’onorevole Pica pose all’attenzione della Camera un disegno di legge sulla repressione del brigantaggio. La l. 15 agosto 1863 n. 1409, varata in fretta, e con l’auspicio di una più dettagliata futura normativa, prevedeva, per le province dichiarate con decreto reale «in stato di brigantaggio», la competenza dei tribunali militari, la fucilazione per la resistenza a mano armata, sconti di pena per chi si fosse presentato alle autorità entro un mese. Inoltre, introduceva l’istituto del domicilio coatto comminabile a oziosi, vagabondi, sospetti, manutengoli (categoria nella quale finirono col rientrare anche gli oppositori politici) e camorristi, per un periodo inferiore all’anno (16). 
Quello che ne risultò, al di là della violazione dei più elementari principi dello Stato di diritto, fu una situazione esplosiva, che avrebbe aperto una profonda e durevole frattura tra Nord e Sud, luoghi già peraltro distanti per storia, tradizioni, civiltà (17). Anche perché il Sud, nella visione degli elementi più lucidi dell’intellighenzia meridionale, era un malato che necessitava di una cura opposta a quella che la politica sabauda portava a compimento. 
Gaetano Salvemini diceva che l’Italia meridionale soffre di tre malattie. La prima è comune a tutta l’Italia. E’ la malattia dello Stato accentratore «divoratore, distruttore; dello Stato che spende i nove decimi delle sue entrate per pagare gl’interessi dei suoi debiti e mantenere gl’impegni derivanti da una politica estera dissennata; dello Stato il cui potere esecutivo, per avere le mani libere nel dirigere la politica estera e la politica militare senza il controllo incomodo del potere legislativo, è obbligato ad appoggiarsi su maggioranze parlamentari corrotte e fittizie, rappresentanti solo una parte minima della popolazione; [..] E’ la malattia dello Stato, il quale, divenuto mancipio di un pugno di affaristi e di parassiti, deve opprimere con un sistema tributario selvaggio tutte quelle classi, che non prendon parte al mercimonio fra potere esecutivo e maggioranze parlamentari; ed è quindi obbligato a ricorrere ogni giorno alle repressioni sanguinose per difendersi dal malcontento, che lo investe da ogni parte» (18). La seconda e la terza malattia affliggono stavolta il meridione soltanto. Sono l’oppressione economica derivata dall’Unità (19), e la struttura sociale semifeudale, che è di fronte a quella borghese dell’Italia settentrionale un vero anacronismo (20). 
La cura sono le riforme, di cui la rivoluzione non è che specie di un genere. «Essa non è che una riforma accompagnata per necessità di cose dalla violenza, che distrugge uno Stato incapace a dar le riforme necessarie e ne crea un altro incaricato appunto di questa missione. Ciò posto, è evidente che la questione istà […] nel sapere se esiste nell’Italia meridionale una forza capace di attuare — con o senza violenza, poco importa — le riforme da tutti ritenute necessarie» (21). Era quindi chiaro che la sola repressione del brigantaggio non sarebbe riuscita a soffocare le reazioni, sotto altra forma, delle classi maltrattate, con una serie ininterrotta di tumulti sporadici e di stragi «alla spicciolata» che avrebbero certo nuociuto allo sviluppo e alla sicurezza di tutto il Paese (22).

A cura di Margherita D’Andrea

Note

1) In particolare il ruolo del partito socialista divenne determinante a partire dalla crisi di fine secolo e lungo tutto il periodo giolittiano. Questo era nato nel 1881, col nome di Partito socialista rivoluzionario di Romagna, fondato dall’imolese Andrea Costa (1851–1910), il quale ritenne, a seguito del fallimento dei moti insurrezionali a Imola (1874) e sui monti campani del Matese (1877), di abbandonare le pratiche insurrezionaliste e settarie e di partecipare alle lotte politiche e amministrative. Alle elezioni del 1882 Andrea Costa risultò il primo deputato socialista eletto al parlamento italiano e qualche anno dopo fu eletto anche sindaco della sua città.

2) cfr. u. Allegretti, Profilo di storia costituzionale italiana, individualismo e assolutismo nello stato liberale, pp. 346–349.

3) Così R. ROMEO, Risorgimento e capitalismo, Cappelli, Bologna, 1972.

4) K. MARX, Il Capitale. Critica dell’economia politica. Libro I 1867, libro II 1885 ( trad. it., Utet, Torino, 1965).

5) U. ALLEGRETTI, Profilo di storia costituzionale italiana, individualismo e assolutismo nello stato liberale, p. 144.

6) Come si è accennato, la società di stampo liberale non aveva, a differenza di quella feudale, la fisionomia di una comunità dai vincoli pervasivi, di una forma di organizzazione del potere policentrica che consisteva in una rete di rapporti di gruppo; la fisionomia era piuttosto quella di società- sfera di pertinenza dell’individuo, sfera privata. Ma mentre famiglia e società commerciali erano certamente riconosciute, e anzi costituivano elementi fondamentali dell’assetto dell’ordinamento, lo stesso non avveniva per le associazioni, poiché il terrore per le corporazioni e gli altri corpi intermedi dell’età feudale e assolutistica si riverberava anzitutto su di esse.

7) M. MINGHETTI, I partiti politici e la pubblica amministrazione, a cura di B. Widmar, Bologna 1969, p. 44.

8) Cfr. G. PERTICONE, La formazione della classe politica nell’Italia contemporanea, Firenze 1954.

9) PIERO BEVILACQUA, Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, evidenzia come un’analisi della situazione del meridione nella seconda metà dell’800 sia un’analisi soprattutto del mondo rurale, sebbene i sempre maggiori spostamenti in città di proprietari fondiari, nobili e borghesi, riproducessero spesso anche lì gerarchie simili a quelle delle campagne. Tuttavia erano le campagne il luogo in cui si produceva la gran parte della ricchezza economica e la realtà sociale più estesa del Mezzogiorno.

10) Ma anche dalla campagna alla città « La stessa forza- lavoro conserva molti dei suoi modi di pensiero e di vita rurali. Le tradizioni paesane sono trasferite nella città e la deferenza del contadino verso il signore si muta nel rispetto di chi è scarsamente istruito per chi è tecnicamente preparato». C. E. BLACK, la dinamica della modernizzazione, cit., in G. GALASSO, Le forme del potere, classi e gerarchie sociali p. 569.

11) Cfr. ancora PIERO BEVILACQUA, Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, pp. 49 ss.

12) Cfr. Leopoldo Franchetti Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane: Abruzzi e Molise-Calabrie e Basilicata. Appunti di viaggio, Firenze, Tip. della Gazzetta d’Italia, 1875; e La Sicilia nel 1876, Firenze, Barbèra, 1877.

13) Il 10 agosto del 1862 il presidente del consiglio Rattazzi diede al generale La Marmora, dopo la drammatica rivolta popolare del 1861, l’autorizzazione a dichiarare lo stato d’assedio in caso di necessità. Contemporaneamente venne emanato il decreto con cui venivano riuniti nelle mani del generale i poteri militari e civili. Lo stato d’assedio fu dichiarati il 24 agosto.

14) La proposta «Mancini», di cessazione dello stato d’assedio nelle province borboniche, venne presentata alla Camera il 16 dicembre 1862, mentre il «piano Spaventa» era contenuto in una lettera che il segretario del ministero dell’interno del governo Farini — Minghetti inviò nel dicembre 1862 al fratello Bertrando.

15) MOLFESE, Storia del brigantaggio, cit., p. 274.

16) Cfr. tra gli altri M. SBRICCOLI, Caratteri originari e tratti permanenti del sistema penale italiano in Storia d’Italia. Annali 14, legge, diritto giustizia (pp. 487 ss.), Torino 1972; L. VIOLANTE, La repressione del dissenso politico nell’Italia liberale (pp. 489–90, 518–19); DANIELA ADORNI Il brigantaggio, in Storia d’Italia (p. 303 ss.). La legge Pica fu prorogata tre volte e restò in vigore fino al 31 dicembre 1865.

17) Solo col gennaio 1870 vennero soppresse le «zone militari» nelle province meridionali, siglando così la fine della repressione militare.

18) G. SALVEMINI, Movimento socialista e questione meridionale, Feltrinelli, Milano 1963, p. 71.

19) «Il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti, quando entrarono a far parte dell’Italia unita; e l’unità del bilancio nazionale ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare gl’interessi dei debiti fatti dai Settentrionali prima dell’unità, e fatti quasi tutti per iscopi che coll’unità nulla avevano da fare ». Ibid. p. 72.

20) «[…] che mantiene [la struttura sociale semifeudale] il latifondo con tutte le sue disastrose conseguenze economiche, morali, politiche; che impedisce la formazione di una borghesia con idee e intendimenti moderni; che permette la sola esistenza di una nobiltà fondiaria ingorda, violenta, prepotente, absenteista; di una piccola borghesia affamata, desiderosa di imitare le classi superiori, assillata dai nuovi bisogni sviluppantisi col progredire della civiltà, spinta al mal fare dalla necessità di guadagnarsi il pane in un paese dove la ricchezza confluisce nelle mani di pochi; e finalmente di un enorme proletariato, oppresso, disprezzato da tutti, privo di qualunque diritto, servo nella sostanza se non nella forma.». Ibid. p.73.

21) Ibid. p. 75.

22) « Quanti contadini sono stati finora così ammazzati? Farebbe opera utile assai quel giovane che dedicasse qualche mese di lavoro a fare sui giornali quotidiani lo spoglio dei tumulti e delle stragi avvenute dal 1860 ad oggi nel Mezzogiorno. Si potrebbe mettere insieme un calendario assai triste, in cui ogni giorno sarebbe segnato da uomini, donne, bambini ammazzati. La somma dei morti e dei feriti eguaglierebbe quella di una grande battaglia. Fatta la divisione dei morti e dei feriti fra i duecento deputati meridionali, si troverebbe per ciascun deputato una media assai elevata». Da un articolo de “L’Unità”, 13 aprile 1912, di G. SALVEMINI, Contenuto in Movimento socialista e questione meridionale, p. 515.

Indice
1) Introduzione.
2) Anno domini 1861: le espressioni del potere politico nella seconda metà del secolo XIX.
3) La nuova società civile tra modernità e arretratezza sociale (postilla sulla questione meridionale).
4) Chiesa, dogma e lotta di classe.
5) Bibliografia.