La pena di morte e il Sogno americano

Leonardo Vannucci
Aug 25, 2017 · 4 min read

Ci sono tutte le contraddizioni di quella nazione in due notizie di cronaca provenienti dagli Stati Uniti questa mattina.

In Florida, dopo 18 mesi, torna la pena di morta. Nella notte italiana, a mezzanotte e ventitrè minuti, Mark Asay, cinquantatreenne ex membro di una gang suprematista, è stato ucciso dallo Stato con un mix letale di tre farmaci, uno dei quali mai utilizzato prima.

Nei mesi scorsi negli States si era tanto parlato del rifiuto di alcune case farmaceutiche di dare il permesso di utilizzare i loro prodotti per eseguire sentenze capitali.

Così la macchina della morte di stato in Florida ha dovuto sostituire una delle sostanze normalmente utilizzata con un’altra mai testata prima per questo tipo di evento.


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La polemica su questo tipo di esecuzione aveva raggiunto il suo apice qualche anno fa dopo l’esecuzione di Clayton Lockett, un detenuto che era deceduto dopo 43 minuti di agonia e strazio, a seguito del fatto che una delle sostanze contenute nel mix letale non aveva svolto il proprio compito di sedare il condannato.

Mark Asay, muore così, come una cavia come ha ammesso uno dei giudici, unico ad opporsi nella Corte Suprema della Florida che ha respinto l’ultimo ricorso tentato dai legali del detenuto.

Mark Asay — ha dichiarato il giudice — muore oggi come cavia di laboratorio dell’ultimo protocollo per le iniezioni letali

Mark aveva 53 anni, ed era stato incarcerato e condannato alla pena capitale per l’uccisione di un ispanico e un afroamericano in delitti considerati razzisti. Aveva scontato fino a ieri 36 anni di reclusione.

Nelle stesse ore Mavis L. Wanczyk, 53enne operatrice sanitaria, mentre era in auto con un amico, decide di controllare i sei numeri del suo biglietto della lotteria Powerball con quelli estratti. Identici. Tutti e sei i numeri corrispondevano. Aveva appena vinto la più grande cifra mai registrata nelle lotterie statunitensi, più di 750 milioni di dollari.

Mavis, come prima cosa, ha abbracciato il suo sogno americano telefonando sul luogo di lavoro e annunciando le sue dimissioni per poi compiere la prima scelta importante: ritirare il premio per intero suddiviso in 30 annualità oppure accettare subito 480 milioni e rinunciare al resto. La signora ha preferito avere tutto subito, che al netto delle tasse le frutterà 336 milioni.

Questa è l’America, quella degli sfarzi di Hollywood, della magmatica creatività di New York, dei grandi parchi e della provincia in depressione. Questa è l’America che vota Trump e vota l’odio, la divisione, il contrasto.

Quella che si dichiara la più grande democrazia del mondo ha ancora al suo interno ben 37 Stati che prevedono la pena di morte contro i 13 più Washington D.C. che invece l’hanno abolita.

Tra le pratiche utilizzate, tra le quali fino ai fatti di Clayton Lockett l’iniezione letale sembrava la più umana, sopravvivono ancora in alcuni stati la sedia elettrica, l’impiccagione, la fucilazione, la camera a gas.

Dopo 36 anni, per un delitto compiuto ad appena 18 anni, Mark Asay, che si dichiarava ormai persona completamente diversa da quel giovane che compì i suoi delitti, viene ucciso, in una traslazione temporale devastante.

Dopo 32 anni di lavoro Mavis Wanczyk ha telefonato, dicendo che non sarebbe andata più. Era passata dalla normalità condivisa con miliardi di persone ad un empìreo nel quale entra senza conoscenze, senza preparazione, ma soltanto un maledetto, enorme mucchio di denaro. Così enorme che avrebbe permesso di realizzare 16.800 laghi in Africa, di quelli che io stesso ho visto costruiti e in opera.

Stesse ore, stessi minuti, stessi istanti. Una morte di Stato. Una milionaria di Stato.

“Per quanto tempo è per sempre?” chiede Alice nel capolavoro di Lewis Carrol
“A volte, solo un secondo”, le risponde il bianconiglio
Un secondo che ti cambia la vita. Che sancisce l’ennesima sconfitta di un sistema che ha talmente poche risposte al disagio diffuso di cui si disinteressa da decidere di uccidere, eliminare, cancellare una vita con fredda determinazione, lasciando che per anni e anni il condannato abbia a morire ogni giorno.

La vendetta di Stato, la vendetta pretesa dalle famiglie offese, è una condizione che non soddisferà mai nessuno, una riparazione parziale che sazierà soltanto per poche ore il dolore di chi ha subito in prima istanza. Quella morte di stato rievocherà nei tempi successivi due morti. La prima e la seconda. La vendetta scava dentro, non risolve, non spaventa. Crede di creare un mondo più pulito, più sicuro. Ma come ci si può fidare di uno Stato che uccide, e che a volte ha ucciso pure chi poi si è dimostrato, troppo tardi, innocente?

Questo richiamo ai nostri istinti animali ci portano ad essere ben peggio di quanto la natura dimostra. Perché mentre gli animali non uccidono per vendetta, ma per fame o per difesa, noi scientemente svendiamo la nostra umanità per colmare dei vuoti che rimarranno vuoti, creando altri vuoti. Come se mettessimo pause inutili nel mezzo di una melodia, torcendone la natura, stravolgendone le sonorità e la continuità.

Ecco, con la morte di Stato si manda in apnea tutto il sistema. Un salto di cuore, di respiro, che non è gioia, non è liberazione.

Alla fine è la satira, quella che scava più nel marcio delle società, che ne mette in luce gli anfratti più contraddittori, sordidi. In una sua storica battuta Woody Allen diceva…
Domattina alle 6 sarò giustiziato per un crimine che non ho commesso. Dovevano giustiziarmi alle 5, ma ho un avvocato in gamba!

Non è ammessa la pena di morte.
(Costituzione della Repubblica Italiana — Art. 27, 1947)
Grazie!

)
Leonardo Vannucci

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Community Manager, Blogger, Social Media Manager & Web Designer

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