Gazzette, generalismi e generazioni

Context is king

La stampa generalista ha un passato abbastanza difficile per quanto riguarda i videogiochi e non sono mai stato tenero quando si è trattato di scagliare pietre contro articoli curati da psicologi in cerca di fama, giornalisti dall’indignazione facile e pressapochismi di sorta.

Ho messo alla gogna chi pensavo se lo meritasse, conscio che alla fine non cambia comunque niente, o poco, perché i videogiochi in Italia saranno difesi e saranno interessanti solo quando qualcuno capirà bene come farci i soldi, fino a quel momento faranno notizia solo quando messi alla gogna, con buona pace mia e di tutti i colleghi che ogni giorno si sbattono affinché ne venga riconosciuto il valore.

E visto che in queste ore nella Gazzetta è uscito un articolo che parla di videogiochi open world, eroi gay e donna e confonde Link per Zelda sarebbe normalissimo puntare il dito per l’ennesima volta contro quegli approssimativi della stampa generalista, ma credo che stavolta dovremmo rimettere la gogna in cantina.

Premessa doverosa, l’occhiello è goffo, molto goffo, ma l’intenzione non era puntare il dito contro eroi donna o gay, ma anzi mostrare come i videogiochi stiano superando la loro fase adolescenziale e siano andati oltre il classico eroe maschio, bianco ed eterosessuale. L’unico errore senza scusante è invece il riferimento all’eroina femminile in Zelda Breath of the Wild. Vero è che Zelda in questo capitolo è particolarmente eroica, ma è un beneficio del dubbio un po’ troppo ampio.

Di una cosa sono certo, so chi ha scritto quell’articolo e so che è molto più nerd di molti di quelli che oggi lo criticano, so anche che purtroppo i titoli spesso non sono decisi da chi scrive il pezzo e spesso neanche le didascalie. Se un errore lo fai sul web a correggerlo ci vuole poco, sulla carta è tutta un’altra storia.

Ma alla fine questo benedetto articolo di cosa parla? Dopo averlo letto, onestamente c’è ben poco da criticare. Vero è che viene ripetuto l’errore di Zelda, però dopo si parla di Link come protagonista, vuoi vedere che allora volevano veramente parlare della principessa come eroina?

L’esperto può sorridere di fronte al Killing Application, al posto di Killer Application, ma è più una sfumatura per chi respira videogiochi e di certo non si informa sul settore usando la Gazzetta.

Il resto è ineccepibile, anzi, è un testo scritto con una certa cura e con le informazioni necessaria per incuriosire il lettore che non ne sa assolutamente niente. Il problema è che per saperlo bisogna andare oltre il titolo e la voglia fare gli indignati.

C’è chi ha accusato il pezzo di essere troppo generico, di andare poco nel dettaglio, di non essere rilevante, ma solo uno spazietto in un giornale che parla di calcio.

Osservazioni su cui si può discutere, però a volte noi amanti dei videogiochi non ci rendiamo minimamente conto di come è il mondo là fuori.

Scrivere per una testata generalista è per certi versi molto più facile e molto più difficile dello scrivere su una rivista specializzata.

Da una parte puoi permetterti di sorvolare su dettagli tecnici, sfumature e sottigliezze che un pubblico molto preparato (A volte anche più di te) non vede l’ora di farti notare, dall’altra devi rendere interessante per tutti un articolo che parla di un argomento e prevede delle conoscenze che non tutti capiscono.

Se non ci riesci, se non li interessi da una parte non fai un buon servizio a una cosa che ami, dall’altra hai il caporedattore che ti dice “Vedi? I videogiochi non fanno click, perché parlarne?”.

La sensibilità di chi scrive di un argomento di nicchia in una testata generalista sta proprio nel riuscire a informare senza confondere e nel non dare per scontato mai niente. Ripeto, voi non avete idea di come i videogiochi vengono percepiti fuori dalla nostra filter bubble di persone che li conoscono da anni e credono che tutto il mondo sia così.

Di recente ho avuto la possibilità di parlare di videogiochi a un corso dello IED dedicato alla scrittura per diventare digital editor. In sostanza stavo insegnando a un gruppo di persone come rubarmi il posto. La classe era abbastanza ostica per un amante dei videogiochi: non c’era nessun appassionato, alcune persone ignoravano totalmente la materia, altre avevano addirittura un atteggiamento ostile.

C’è stato chi mi ha detto “Beh si io gioco a FIFA, ho giocato ad alcuni titoli per console e saprei riconoscerne altri, ma non sono un gamer”, come se fosse una sorta di patentino o come se una persona dicesse “Ho visto dei film, ma tendenzialmente non amo le immagini in movimento”.

C’è stato chi non sapeva che esistono videogiochi con cui è possibile imparare.

Chi non aveva idea del fatto che incassano più del cinema.

Chi ignorava del tutto l’esistenza di titoli che avessero protagonisti femminili, Tomb Raider escluso, chi non sapeva che alcune app che usavano per imparare altre lingue erano di fatto videogiochi, chi non aveva idea che esistessero giochi narrativi in cui non bisognava essere bravi con i riflessi.

Non conoscevano insomma gran parte delle cose che io, che voi date per scontate e non parliamo di anziani, ma persone che vanno dai 20 a 40 anni, che leggono su internet, si informano e sono curiose. Persone normali, non vostra nonna.

Per quanto mi riguarda è stato un momento di crescita fortissima, un’epifania, mi sono del tutto reso conto che, magari, quando parliamo di videogiochi diamo per scontate moltissime cose, ma per il resto del mondo è come se stessimo parlando di oggetti strani e complicati dei quali è difficilissimo capire l’utilità.

Ciò che molti giocatori ignorano è che la normalità è questa, non la nostra, anche se i il settore macina milioni. E se una persona pensa che i videogiochi siano solo cattivi è colpa (anche) di un settore che non è ancora riuscito a informare bene e a difendersi dagli attacchi in malafede, soprattutto in Italia, dove i videogiochi devono ancora fare tanto dal punto di vista culturale.

In questo contesto il pezzo sulla Gazzetta, al netto di errori e ingenuità, va assolutamente bene, dice cose sensate, incuriosisce e non demonizza i videogiochi, anzi, li mostra come creature affascinanti, che attingono dalla cultura pop e possono addirittura indispettire in governo con la loro forza comunicativa.

Chi se la prende perché è un pezzo superficiale dimostra solo di non sapere cos'è un contesto comunicativo e, signori miei, perdonate l’inglese ma:

CONTEXT IS KING.

E riuscire a fare tutto questo sulla Gazzetta, dove è difficile trovare spazio per tutto ciò che non ha una palla tonda che finisce in rete, figuriamoci dei videogiochi è un mezzo miracolo. I nemici del settore sono altri.

Una migliore cultura del videogioco passa anche dalla consapevolezza che non tutti ne sanno come noi e non dalla voglia di puntare il dito, altrimenti diventiamo noi quelli coi pregiudizi.