Socialismo e comunismo: Davvero non hanno mai funzionato?

È oggi idea comune quella secondo cui socialismo e comunismo (oltretutto spesso confusi e utilizzati impropriamente come sinonimi) sarebbero falliti ogni volta che sono stati tentati. Quest’idea si basa in particolare sull’osservazione di alcuni tra gli esempi più famosi di applicazione storica del socialismo, come per esempio l’URSS staliniana (la quale secondo molti storici, economisti e ideologi non sarebbe nemmeno definibile esattamente uno stato socialista: L’assenza di ogni controllo popolare sull’amministrazione e la produzione, la creazione di una burocrazia totalitaria e sfruttatrice, la produzione destinata unicamente allo sviluppo e non agli interessi della classe operaia infatti secondo molti classificherebbero tale esperienza storica come una forma di “Dittatura dello sviluppo” o “Capitalismo di stato”, in cui allo sfruttamento privato del capitalismo classico si sostituirebbe uno sfruttamento analogo da parte dello stato), la Cina maoista (In cui sarebbe in realtà utile distinguere due periodi, quello tra il ’49 e il ’57, con l’introduzione di ampie libertà civili e quella successiva, con la fine della “Campagna dei Cento Fiori” e l’inizio della repressione e soprattutto gli effetti disastrosi del “Grande Balzo in Avanti”) e la Cambogia dei kmher rouge (Finanziata dagli USA e sostenuta dalla CIA in funzione anti-vietnamita). Ma davvero il socialismo è destinato necessariamente a fallire o a trasformarsi in una dittatura sanguinaria, davvero il comunismo non è mai stato applicato perché utopico? Prima di iniziare l’analisi è necessario chiarire esattamente qual è la VERA teoria socialista e comunista, termini spesso mal compresi dall’uomo comune oggi.

Vi indirizzo a tal proposito a un sito particolarmente interessante, vale a dire la sezione italiana di Marxists Internet Archive”, dove potrete trovare e consultare numerose biografie degli elementi più importanti del movimento socialista e alcuni tra i più importanti testi tra cui le “Tesi su Feuerbach”, “Il Manifesto del Partito Comunista”, un Compendio al “Capitale”, il “Che fare” e le “tesi d’Aprile” di Lenin e tante altre: www.marxists.org/italiano/

Per approfondire ulteriormente oltre ai testi reperibili su tale sito vi suggerisco: “Socialismo Anarchismo e Sindacalismo” del filosofo Bertrand Russell, “L’anarchia” di Kroptokin, “Anarchia e libertà” del linguista Noam Chomsky, “L’origine della famiglia, dello stato e della proprietà” di Engels, tutti volumi abbastanza agili e affrontabili da un neofita.
Passiamo quindi al tema del post: Davvero non è mai esistita una società comunista, vale a dire priva di classi, della proprietà (che, attenzione, ha un significato diverso da “possesso”) e di un apparato statale coercitivo? Esistono in realtà numerose piccole realtà ancora oggi, tra cui la più famosa è Marinaleda, piccola comunità di 2700 abitanti in cui il reddito minimo consiste in 47 euro giornalieri, il costo di un affitto 15 euro, una disoccupazione allo 0% e un’organizzazione cooperativa della produzione, senza alcuna proprietà privata sui mezzi di produzione (https://it.wikipedia.org/wiki/Marinaleda). Non è l’unica comunità basata su tali principi, in tutto il mondo ne esistono o ne sono esistite numerosissime come Christania, Cecilia e tante altre.
Ma è possibile applicare tali concetti su larga scala? Beh, in realtà anche questa è stato tentato, precisamente due volte nella storia (tre se si tiene in considerazione l’esperienza Ucraina, la quale non verrà qui trattata per via delle sue peculiarità storico-geografiche): durante la seconda Comune di Parigi e soprattutto nella Catalogna rivoluzionaria.
Gli stessi Marx e Engels appoggiarono fortemente la Comune: In realtà questo progetto rimase parziale, nonostante infatti l’economia iniziò a venir gestita cooperativamente, vennero introdotte forme di democrazia diretta e si abbandonò la forma statuale coercitiva la borghesia non venne espropriata dei suoi beni, ciò contribuì a mantenere alcune forme di sfruttamento di classe, cosa che, unitamente all’abolizione dell’esercito, causò la caduta di tale società una volta che l’esercito prussiano irruppe al suo interno, massacrando gli insorti. Decisamente più interessante il caso della Catalogna rivoluzionaria, comunità propriamente anarchica e comunista creatasi in seno alla guerra civile spagnola nel ’36. A differenza dell’esempio precedente qui i precetti di Marx e Bakunin vennero applicati totalmente, la borghesia venne espropriata della sua proprietà, la quale venne collettivizzata e gestita autonomamente dai lavoratori. La possibilità di detenere privatamente appezzamenti di terreno venne mantenuta ma unicamente a patto che venisse coltivata direttamente, eliminando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, tanto che alla fine, per via dei vantaggi di far parte del collettivo, il livello di collettivizzazione delle terre superò il 70%, su base totalmente volontaristica. In certi distretti venne anche abolito il denaro contante. Le fonti riguardo le realizzazioni effettive durante tale periodo sono scarse e spesso di parte, ma secondo la maggior parte degli storici durante questo periodo la produzione, nonostante quello che ci si potrebbe aspettare, raddoppiò, il lavoratore infatti sentendosi direttamente proprietario delle terre, del prodotto collettivo e del proprio lavoro era incentivato a lavorare anche senza la coercizione di uno stato tirannico o di privati. Allo stesso tempo aumentò la qualità della vita. Purtroppo i dissidi in seno al fronte popolare, tra gli anarchici da una parte e comunisti/repubblicani dall’altra portarono gradualmente al suo fallimento: Inizialmente questo scontro si rifletté nel sistema bancario. Le banche erano state infatti tra gli unici settori economici a non subire una collettivizzazione, il loro controllo venne infatti assunto dal Partito “Comunista” Spagnolo, alle dirette dipendenze dell’URSS. Stalin temeva che un possibile successo dell’esperienza anarcocomunista e collettivista catalana avrebbe messo in discussione la sua leadership sul movimento operaio internazionale, mettendo in dubbio la necessità dell’esistenza di uno stato coercitivo come quello sovietico. Per questo motivo, pur di non farli finire in mano agli anarchici e agli operai il partito inviò i depositi aurei a Mosca, provocando una crisi economica. In seguito tra le due fazioni rivoluzionarie iniziò lo scontro aperto, scontro che spianò la strada al ritorno del generale Franco, leader del fronte nazionalista e clericofascista, sostenuto dai maggiori latifondisti del paese, dalla Chiesa Cattolica, dall’Italia Fascista e dalla Germania Nazista. Così, in mezzo alla totale indifferenza delle democrazie Europee si consumò la reazione, che portò al potere in Spagna un regime brutale e autoritario mantenutosi fino agli anni ‘70.
Da queste esperienze risulta insomma come una comunità comunista possa essere teoricamente possibile, almeno dal punto di vista organizzativo. Purtroppo dal punto di vista pratico l’attuale situazione geopolitica non sembra delle più favorevoli a tal proposito, occorrerà quindi probabilmente aspettare molto tempo prima di poter vedere una società simile realizzarsi, se non appunto all’interno di piccole comunità locali.

Passiamo ora al socialismo. È possibile realizzare uno stato socialista impedendo che questo sfoci in una dittatura senza scrupoli come quella sovietica o cinese e allo stesso tempo permettere la crescita economica, evitando una situazione come quella venezuelana attuale?
Beh, guardando la storia sembra che la risposta sia positiva. Vediamo qualche esempio:

  • Cuba: Probabilmente il caso più controverso tra questi paesi, vista la sua continua demonizzazione all’interno dei media, proprio per questo dedicherò presto un post a parte a riguardo.
  • Cile: Nel 1970 viene eletto presidente il socialista Salvador Allende, a capo della coalizione di “Unidad Popular”. Il suo governo portò alla separazione tra Stato e Chiesa, introdusse il divorzio, annullò le sovvenzioni alle scuole private, nazionalizzò tutte le maggiori industrie, delle banche, dei trasporti, delle compagnie energetiche, delle comunicazioni, della siderurgia, del rame, delle assicurazioni, del cemento, della cellulosa e della carta, attuò una riforma di redistribuzione agraria, approvò una tassa sulle plusvalenze, introdusse la garanzia di mezzo litro di latte ad’ogni bambino, impose il prezzo fisso del pane, incentivò l’alfabetizzazione, l’aumento salariale e la riduzione degli affitti, iniziò la distribuzione di cibo agli indigenti e alzò le pensioni, avviò un programma di lavori pubblici che portò la disoccupazione sotto il 4%. Gli effetti di tali politiche sull’economia furono sorprendenti, al punto che si arrivò a parlare di “miracolo cileno”: In tre anni la produzione industriale aumentò del 12%, il Pil dell’8,6%, i consumi delle famiglie aumentarono del 12,9% quello personale dal 4,8% raggiunse l’11,9%, la quota del reddito salariale passò dal 51,6% al 65%. Anche dal punto di vista culturale l’azione legislativa del governo portò risultati sorprendenti: Per la prima volta grazie alla politica editoriali della casa editrice statale “Quimantu Editoriale”, la quale pubblicò in due anni 12 milioni di libri, riviste e documenti (di cui 8 milioni erano libri) i quali venivano spesso esauriti in pochi giorni dalla loro pubblicazione grazie al loro prezzo estremamente contenuto. Vennero poi messi a disposizione del popolo frequentatissime biblioteche e sale di lettura. La politica scolastica non fu da meno: grazie ai sussidi governativi il numero di iscrizioni universitarie aumentò in tre anni dell’89%, mentre la frequenza delle scuole secondarie passò dal 38% al 51%, per la scuola media le iscrizioni sono passate dal 91% dei ragazzi al 99%. L’analfabetismo infine venne ridotto dal 12 al 10%. Anche per i diritti delle donne vennero fatti molti passi avanti, per esempio raddoppiando il periodo di congedo di maternità e tramite la creazione della “Segreteria delle Donne” che si occupò di assistenza prenatale, servizi di lavanderia, programmi alimentari pubblici, centri diurni, e cura della salute delle donne. Ovviamente il governo statunitense non poteva accettare una simile situazione, la presenza di Allende destabilizzava profondamente il controllo degli USA nell’america latina, già messo in discussione da Cuba. Fu così che, sotto l’amministrazione Nixon, la CIA sostenne e finanziò il golpe militare del generale Pinochet, durante il quale il presidente Allende verrà assassinato e si instaurerà una giunta militare di stampo fascista, sostenuta dagli USA nonostante le brutalità commesse ai danni di cittadini, tra cui le più famose sono quelle riguardanti i cosiddetti “desaparecidos”.
  • Burkina Faso: Tale paese ha ottenuto l’indipendenza solo nel ’60, essendo colonia francese dal 1898 con il nome di “Alto Volta”. Come spesso accade negli stati ex coloniali il periodo successivo fu caratterizzato da una forte instabilità politica. Vennero effettuati infatti tre colpi di stato, nel ’66, nell’80 e nell’2. A seguito di quest’ultimo salì al potere Jean-Baptiste Ouedraogo, il quale nominò primo ministro l’ex comandante dell’esercito (dimessosi in quanto ostile ai metodi del regime e al lusso nel quale vivevano i dirigenti): Thomas Sankara, soprannominato anche “il Che Guevara d’Africa”. Il contrasto tra il presidente Quedraogo e Sankara portò all’arresto di quest’ultimo. Ciò, a causa della grande popolarità del primo ministro, portò a una rivolta popolare che depose il presidente e mise al potere Sankara stesso nell’83. La sua amministrazione si contraddistinse per la lotta contro l’imperialismo, infatti nell’84 il nome del paese venne cambiato da quello assegnato in epoca coloniale a Burkina Faso, “Terra degli Uomini Integri” nella lingua nativa, cambiò poi l’inno nazionale, la bandiera e lo stemma del paese ma soprattutto incentivando la creazione di un nuovo fronte economico africano, che fosse in grado di opporsi all’imperialismo capitalista statunitense ed’europeo, rifiutò di pagare il debito contratto dal regime coloniale e rifiutò gli aiuti esteri, in modo da preservare l’indipendenza del paese. Ridusse ampiamente i costi della classe politica e i privilegi degli ranghi dell’esercito, tagliando il suo stesso stipendio a 450 euro mensili, meno di quello di un’operaio medio del paese. Vennero forniti due pasti e cinque litri d’acqua al giorno a ogni cittadino, sradicando il fenomeno della malnutrizione, garantì l’assistenza sanitaria universale e portò avanti una massiccia campagna di vaccinazioni (2,5 milioni in totale), incentivò la costruzione di scuole ed ospedali, promosse una campagna di rimboschimento (10 milioni di alberi vengono piantati per contrastare l’avanzata del deserto del Sahel), attuò la ridistribuzione delle terre ai contadini (cosa che raddoppiò la produttività agricola, in quanto venne posto fine all’incuria dei grandi latifondisti), la soppressione delle imposte agricole e creò un Ministero dell’Acqua, con funzioni ecologiche. Portò avanti un radicale taglio agli sprechi nella pubblica amministrazione. Vennero poi nazionalizzate le terre e le ricchezze minerarie, ciò, insieme al rifiuto di pagare il debito al FMI, portò probabilmente al suo assassinio nell’87. In realtà le cause precise sono ancora oggi da accertare. Portò poi avanti la costruzione della “ferrovia del Sahel”, come collegamento tra il Burkina e il Niger. Molto importanti furono poi le sue politiche sulle donne e sull’AIDS: vennero abolite poligamia, infibulazione e matrimoni combinati, oltre a ciò elesse numerose donne come ministri e nelle più alte cariche militari, cosa rara in Africa, soprattutto ai tempi. Riguardo l’AIDS fu uno dei primi a mettere in guardia la popolazione a tal proposito, incentivando l’uso di precauzioni.
  • Bolivia: Passiamo ora a tempi decisamente più recenti. Verso la fine del periodo presidenziale 1997–2002 Evo Morales, deputato boliviano viene rimosso dal suo seggio sotto le false accuse di terrorismo, accusa prosciolta in seguito dal Congresso. Per questo motivo il quarantatreenne socialista decide di candidarsi alle elezioni 2002, alla guida del partito minoritario “Movimento per il Socialismo” (4% alle elezioni precedenti). Il partito durante le elezioni restituì i 200.000 dollari di finanziamento pubblico in modo da poter svolgere una campagna elettorale senza le limitazioni che in caso contrario sarebbero state imposte al partito. In particolare la campagna elettorale si basò sulla critica alla presenza statunitense nel paese, in particolare del potente ambasciatore USA Manuel Rocha. Il partito divenne il secondo partito con il 20,94%. Alle elezioni anticipate del 2005 in seguito alle dimissioni del presidente e divenne primo partito con il 53% dei voti. Subito Morales realizzò la promessa di svolgere le elezioni per l’assemblea costituente. La sua azione politica si contraddistingue per i continui referendum popolari proposti, sia per modifiche costituzionali sia per ottenere la possibilità di ricandidature. Tra il 2005 e il 2016 venne approvata la nazionalizzazione dei gas naturali, delle fonderie Petrobras, di numerose compagnie petrolifere, elettriche, delle telecomunicazioni, della fonderia Vinto, ha introdotto l’assicurazione sanitaria gratuita, ha erogato vasti sussidi scolastici e borse di studio, il salario minimo dei lavoratori è stato innalzato da 440 a 667 boliviani, l’età pensionabile è stata abbassata dai 65 ai 60 anni, ha proposto un referendum costituzionale vinto con il 61,43% dei voti che impedisce qualsiasi privatizzazione delle materie prime della Nazione, permette la rielezione immediata del Capo dello Stato, concede il diritto ai popoli indios di avere e amministrare proprie leggi e limita a 5000 ettari la proprietà della terra. Dal punto di vista della politica estera si è fortemente opposto alla “Zona di Libero Scambio delle Americhe” e ha sostenuto il desiderio dell’ex presidente venezuelano Chaves di creare un’”Asse del bene” tra Cuba, Venezuela e Bolivia in opposizione all’”Asse del male” tra USA e alleati. Morales venne rieletto nel 2009 con il 62,5% e con il 61% nel 2014. Nel 2016 per la prima volta perde un’elezione, venendo sconfitto nel referendum per ottenere la ricandidatura con il 52% contro il 48% a favore, dovrà quindi abbandonare la carica presidenziale nel 2019. Grazie alle politiche di Morales l’analfabetismo è stato totalmente sradicato dal paese, la povertà estrema è passata dal 38% al 18%, sono quintuplicate le riserve internazionali, sono state costruite grandi opere pubbliche, sono più che decuplicati gli investimenti stranieri, il PIL pro-capite è più che raddoppiato, il PIL in generale è cresciuto di circa il 5/6% annuo, il paese ha raggiunto una stabilità finanziaria riconosciuta anche dall’FMI (nonostante la sua opposizione alle politiche socialiste di Morales), il tasso di disoccupazione è sceso intorno al 3%.
  • Paesi Scandinavi: Beh, effettivamente in questo caso non si parla di paesi propriamente socialisti, la porzione di economia detenuta dai privati rimane infatti piuttosto significativa, resta comunque una realtà interessante da analizzare per via del forte intervento statale sul mercato e dell’imponente welfare presente in tali paesi. Il welfare è definito “dalla culla alla tomba”. Viene garantita assistenza sanitaria di tipo universale, diritto all’istruzione gratuita, sistema previdenziale, indennità di disoccupazione, pensionamenti anticipati e assicurazioni sociali collegate al reddito, il numero di dipendenti pubblici è molto elevato, i sindacati hanno un elevato potere contrattuale, la pressione fiscale è molto superiore alla media OCSE ma estremamente egualitaria, con numerose imposte progressive, sono presenti meccanismi collettivi di “condivisione dei rischi”, estesi programmi di formazione e politiche indirizzate alla piena occupazione. I risultati di tali politiche sono palesi: La qualità della vita è tra le più alte nell’intero continente, il livello di povertà tra i più bassi, così come la disoccupazione. Il PIL è in costante crescita (1% annuo circa in Finlandia e 2,5% annuo in Norvegia) fin dalla fine della crisi degli anni ‘90.

Fonti: