Crescere in montagna, e con la montagna
Grazie ai problemi respiratori di mio zio, e grazie ai miei nonni, che hanno seguito le indicazioni dei medici di portarlo in montagna, negli anni ’50, ho avuto la fortuna di crescere trascorrendo diversi mesi della mia vita in un ambiente unico come quello del Comelico e delle Dolomiti in generale.

Mi piace pensare che aver vissuto in spensieratezza le mie estati in montagna, con mia nonna, e con i miei genitori mi abbia fornito gli strumenti per affrontare con più serenità la vita e le sue difficoltà.
Ed è per questo che sto cercando di trasferire ai miei figli gli stessi valori e le stesse possibilità, nei limiti del possibile.
In questa breve nota vorrei raccontarvi di quanto la percezione della montagna, delle sue difficoltà, e della sua severità sia cambiata per me nel corso del tempo, e di come tanta strada ci sia ancora da percorrere per me.
Ovviamente i paragoni con la vita e gli ostacoli che troviamo ogni giorno sono immediati ed automatici.
Quando ero molto piccolo per me la montagna era principalmente bosco, ed il bosco sapeva essere buio e spaventoso, lo immaginavo animato, un po come le truppe di barbalbero ne “il signore degli anelli”, prima ancora di averlo mai letto. Ed il bosco aveva anche i suoi pericoli, potevi perderti, potevi ritrovarti in una palude e smarrire la via di casa. Lo affrontavo con rigore, sempre con una cartina in mano e con la bussola in tasca. Un fortunale poteva sorprenderti, e se non stavi attento potevi persino scivolare e rischiare di romperti qualche osso in una scarpata. Quello era il mio mondo verticale. Guardavo le cime sovrastanti come irraggiungibili, come uno sfondo piacevole di cui avevo totale timore.

Ma già la dimensione verticale cominciava a trovare la sua strada nella mia piccola testa di cercatore di funghi.
Mia nonna mi fece quindi scoprire i rifugi, che allora erano ancora realmente tali: un luogo dove rifugiarsi dalla furia degli elementi e dove rifocillarsi dopo lunga fatica.
Fu così che cominciammo a frequentare i rifugi del posto, il Rifugio Lunelli, il Rifugio Berti, tutti raggiunti a piedi, dal paese: quando arrivavamo, quindi, con una dozzina e oltre di Km sotto i nostri piedi, la sensazione di aver compiuto una impresa era grande, e quella di aver compiuto un altro passo verso la verticalità era forte. Di rito la foto sotto la bandiera, per noi simbolo di conquista.
Da li, la conquista di nuovi e sempre più alti rifugi fu un attimo

E’ in quegli anni che cominciai a sentire le mani prudere al contatto con la roccia, e scoprii che non mi bastava usare solo i piedi. Cominciai ad allontanarmi sempre più, e a lasciare indietro mia nonna, mia sorella, i miei genitori, sui sentieri, arrampicandomi ovunque trovassi la possibilità di salire.

Sempre in quegli anni scoprii che nei dintorni del placidissimo e comodo Rifugio Lunelli c’erano dei gran massi, caduti da Cima Bagni e che arrampicare su questi massi, per 2–3 metri, con mio padre sotto che mi guardava preoccupato, mi dava una grande soddisfazione. Erano i primi anni ’80, sicuramente il boulderismo era già nato da tempo, ma io non sapevo neppure cosa fosse. Mi feci comprare una corda, e con quella legata in vita, e passata su un ramo in cima ad un masso, cominciai a farmi fare sicura mentre salivo.
Nel 1985 la svolta: scopro le vie ferrate e, quindi, un modo per arrivare in cima arrampicando, senza dover imparare a scalare, senza dover andare con una guida, insomma, scopro la libertà. La prima “scalata” è al Monte Peralba, con i miei genitori e con degli amici; quel caschetto l’ho avuto a casa fino a poco tempo fa.

Quello è stato un punto di non ritorno, da quel momento tutte le ferrate in zona sono state battute e strabattute, con ogni condizione meteo e di orario.

Tuttavia, le pareti, le montagne, le cime più slanciate, continuavano ad esercitare su di me un fascino incredibile, e cominciavo a leggere le gesta dei grandi alpinisti eroici, di Comici, di quello che avevano fatto sulle pareti che guardavo dal basso dei sentieri o, se mi diceva bene, agganciato ad un cavo su una cengia. Per passare il tempo, con i ragazzi del paese, ci arrampicavamo sul campanile di Dosoledo. Quante volte sono passato sotto lo spigolo giallo ed ho alzato lo sguardo? Ormai disegnavo quelle cime e quelle creste a memoria.

Il prurito alle mani cresceva, e dovevo toccare qualcuna di queste pareti, dovevo cominciare ad affrontarle, in maniera sensata, ma con decisione e allora un giorno, mi pare, del 1985, ho 14 anni, mi allontano dal Rifugio Locatelli con una scusa, portando con me la mia reflex, e corro verso le pareti nord. Mi ero studiato delle relazioni della via Comici-Dimai, e nella mia follia pensavo di poterla salire, da solo, autoassicurandomi con una corda e con qualche moschettone. Per fortuna riuscii a salire solo il primo tiro, che ridiscesi in arrampicata.

Sopravvivo a questo puerile tentativo di innalzarmi al di sopra delle facili rocce e, per fortuna continuo a dilettarmi su terreni più alla mia portata, in assenza di un compagno con cui tentare vie normali. Poco tempo dopo avrò la soddisfazione di portare a casa una salita, seppure piccola e che non porta a nessuna cima, di tipo alpinistico: assieme a Franco Zandonella, di Dosoledo, ed il gruppo locale del CAI, affronto con successo la Parete de Zolt, che porta alla cresta Zsgymondy e, quindi, al Bivacco Ai Mascabroni. Quella parete per me era tutto, c’era il canalino ghiacciato con la crepaccia terminale da superare, c’era da arrampicare, anche se assicurato dall’alto, c’erano i chiodi, e c’era la soddisfazione di uscire in cresta con le proprie forze, neanche avessi fatto la Nord del Cervino! Non conosco la difficoltà di quella parete, forse un II grado, ma io ero concettualmente entrato in un altra epoca.

Purtroppo, di li a poco, un brutto incidente causò un severo stop alle mie attività in montagna; durante una salita della ferrata Zandonella alla Croda Rossa di Sesto, venivo investito da una scarica di sassi, che mi causava diverse fratture con conseguente recupero in elicottero e ricovero al Codivilla di Cortina.


Questa esperienza mi ha forgiato, e mi ha insegnato a non sottovalutare alcun percorso, anche il più semplice sentiero si può trasformare in una trappola, e questa consapevolezza serve a salvarmi la vita in tutti gli anni successivi.
Ora, queste vicende potranno far sorridere i giovani climber, ma anche gli alpinisti over 30 che hanno avuto maggiori possibilità di accesso alle montagne, possibilità che un cittadino come me non sempre ha avuto. Dopo quell’incidente, ho cominciato a studiare seriamente Ingegneria, ed alla fine sono stato risucchiato dal mondo del lavoro.
Le mani sulla roccia l’ho rimesse solo a metà degli anni ’90, in palestra, a Roma, a Fioranello, assieme a degli amici, ed alla fine degli anni ’90, con una lenta progressione da autodidatta, riuscivo a superare un paio di vie di 6a/6b da primo

Ma scorticarsi le dita sulla leucitite o, al meglio, sulle rocce di Guadagnolo non mi bastava, dovevo tornare sulle mie montagne ed affrontare almeno qualche via “normale”; mi mancava il secondo. Allora, lo metto in cantiere, e nel 2004 nasce Virginia.
A quattro anni le faccio scoprire che salire sui sassi può essere divertente, e comincia subito ad arrampicarsi in ogni dove:

Allora decido di portarla in palestra, e si arrampica senza difficoltà anche sul 5b! Incoraggiato, cerco di farle vivere anche gli altri aspetti della montagna, raccogliere funghi, camminare per sentieri, facendole venire quella “voglia di verticale” che aveva conquistato me tanti anni prima, e finalmente, nel 2012, le faccio scoprire le Tre Cime di Lavaredo, e me la porto sul Monte Paterno.


L’anno successivo Virginia ha 9 anni, ed insieme facciamo il nostro step evolutivo, ingaggiando una guida saliamo sulla via normale alla Cima Grande di Lavaredo, una via facile, ma lunga e faticosa.


Intervalliamo ferrate, arrampicate in palestra, la Croda Rossa con la bufera di neve, ed arriviamo a salire, sempre con guida, la Cima Piccola di lavaredo, nel 2015

Questa estate Virginia, finalmente, è diventata la mia seconda di cordata, ed ha imparato a farmi sicura, nonostante la forte differenza di peso. Abbiamo prima provato in palestra, e poi siamo andati sulle Cinque Torri. Ora siamo pronti, e nessuno potrà fermarci. O, meglio, mi fermerà l’età, ma spero di averle trasmesso i valori della montagna, e l’importanza di essere coscienti delle proprie capacità.

Consapevole che tanto, tanto ancora ci separa dalle pareti che sognavo quando ero piccolo, so che un passo alla volta, con umiltà e con cautela, ci stiamo avvicinando.
Il principale insegnamento della montagna è questo: con calma, cautela e piccoli passi, si possono superare tutte le avversità.