Il bianchetto che ce l’ha più lungo

È una pubblicità che è in giro da un anno oramai e che (sfortunatamente?) ho visto solo ieri, ma che nel dibattito montato dopo la pioggia di asteroidi di Buondì Motta permette alle persone saccenti come me di prendere in mano la tastiera per qualche sproloquio.

Osama SpA produce cancelleria e ha promosso il suo correttore con nastro da venti metri non con uno, ma ben tre spot che molti avrebbero trovato di pessimo gusto. Sono tutti molto simili e solo il primo è diventato davvero virale, con oltre un milione e centomila visualizzazioni solo su YouTube. Bazzecole in confronto a Buondì, che con i suoi tre spot (più il backstage) ha raggiunto quattro milioni di persone.

Dico che molti avrebbero trovato, perché effettivamente nessuno ha parlato di Osama, al contrario di Motta, di cui hanno scritto a più riprese Repubblica, Huffington Post, il Corriere della Sera e molti altri. Su Il Post c’è stata una ricostruzione della faccenda accompagnata da riflessione molto interessante, firmata da Roberto Gagnor.

Nel primo spot due impiegati di colore vestiti di tutto punto sono inquadrati dalla vita in su, con le mani basse. Intuitivamente crediamo che siano in bagno e qui si accende la prima spia del cliché: i luoghi comuni sulla “dotazione” delle persone di colore. Fortunatamente non c’è neanche tempo di pensarci, perché si è troppo presi a seguire uno scambio di battute un po’ forzato, che ricorda Silvano in un episodio di Camera Cafè, concluso in una battuta che assume senso solo dopo aver rivisto lo spot:

Davano… Moby Dick! (…) Fratello, quella balena bianca sarà stata lunga almeno… venti metri!

In quel momento entra in scena un collega, bianco, che cattura l’attenzione degli altri due protagonisti che con due smorfie volutamente esagerate guardano a dove tiene le mani. In un istante lo scenario cambia totalmente: una comparsa passa dietro i tre e l’inquadratura si allarga, lasciando intravedere un ufficio. In realtà, i tre stanno semplicemente “sbianchettando” un foglio. Viene mostrato il prodotto e lo spot si conclude con un messaggio che sancisce definitivamente il doppiosenso su cui è giocata l’intera pubblicità:

La conclusione dello spot.

Ora, non intendo assolutamente fare una predica di alcun tipo sul contenuto di queste pubblicità, anche perché buona parte delle riflessioni che coinvolgono individui di colore sollevano molto facilmente i cori dei “buonisti” contro i “razzisti”. Non mi va neppure di discutere di quanto possa essere appropriata o meno per un pubblico giovanile una simile pubblicità: dopotutto, sono uno dei principali promotori dell’argomento della Gatta Nera del Mercante in Fiera, per cui la vera spazzatura che circola sulle reti italiane non è sicuramente questa, anche se a volte tendiamo a dimenticarcelo.

La virtù sta nel mezzo: tra quelli che ci fanno una risata sopra, e la vera domanda è: perché Motta sì e Osama no? Anche perché tra i due, e mi pare difficile non ammetterlo, quello più leggero o quantomeno dichiaratamente parodico è quello delle merendine. Gli spot in sé non c’entrano niente, se intesi come il lavoro di due gruppi di creativi pubblicitari.

Le risposte potrebbero essere molte e francamente mi piace credere che sia stata più una questione del caso che un generale sentimento di approvazione generale nei confronti dello spot. Viene più facile credere che il bianchetto è stato visto soprattutto dagli studenti, che si sono fatti due risate, piuttosto che da associazioni in odore di protesta. Anche perché l’alternativa sarebbe credere che in Italia per cui l’idea di famiglia è il nucleo fondante della società, ma senza rinunciare all’ideologia del machismo.

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