Le primarie Usa, raccontate bene

(da un italiano che vive in Maryland)

Un tirocinio di qualche mese a Boston, il ritorno in Italia per la laurea e poi ancora negli Stati Uniti, dove stavolta rimarrà per anni.

Antonio ha 24 anni e viene da Ruvo di Puglia, un paesino della provincia di Bari. La sua potrebbe essere la storia di uno dei tanti cervelli in fuga dall'Italia, invece è la storia di un ragazzo che ha attraversato l’Oceano Atlantico con un progetto in mente e adesso ha una borsa di dottorato presso il Fischell Department Of Bioengineering della University of Maryland. E questo è proprio quello che farebbe uno dei cervelli in fuga dall’Italia.

Il 26 aprile, proprio in Maryland, si sono tenute le primarie che hanno assegnato le candidature a Hillary Clinton per i democratici e a Donald Trump per i repubblicani.

Ho fatto una chiacchierata con Antonio e ne è venuto fuori un racconto di queste primarie viste con i suoi occhi da (quasi) ultimo arrivato in città.

(ultimo aggiornamento: 4 maggio, 19.49)


Il Maryland

Il Maryland è uno stato piccolo, la sua politica è quasi sempre stata controllata dai democratici, sin dalla Guerra di Secessione.

Vivo in una città del Maryland vicina a Washington DC e a circa un’ora da Baltimore: College Park.

E’ una città principalmente universitaria, piena di studenti, con un grande movimento accademico, come del resto in tutto il Maryland. Diciamo che è un po’ come stare in Toscana o in Emilia Romagna.


Sanders VS Clinton

In tutta la fascia tra i 18 e i 26 anni ha riscosso moltissimi consensi Bernie Sanders. Un mattino tutti gli universitari, tutti i giovani americani acculturati si sono svegliati e si sono riscoperti alternativi di sinistra. A volte sembra di stare a Bologna.

Tuttavia non credo che Sanders vincerà. Per lui pareggiare sarebbe già una vittoria, ma il vantaggio di Sanders è la coerenza. Adesso gridano tutti allo scandalo per i Panama Papers eppure nel 2011 Sanders aveva previsto tutto.

E’ stato sindaco di Burlington, senatore del Vermont e lì sono stati felicissimi del suo operato. La sua candidatura ha riscosso un consenso quasi unanime e la stessa gente del luogo ha deciso di sostenere la sua campagna, anche economicamente, tanto che a gennaio tramite piccole donazioni all'incirca da 27 dollari l’una, Sanders ha racimolato 20 milioni di dollari. Forse solo l’otto per mille alla Chiesa Cattolica lo batte.

I giovani non potevano conoscere il passato dei candidati e quando hanno iniziato ad informarsi hanno trovato in Sanders, non solo un uomo coerente nel tempo, ma coraggioso. Ha attaccato le banche, ha affermato la necessità di rendere l’università e la sanità gratuite per tutti.

Così i giovani americani si sono innamorati di un settantenne socialista.

Invece Hillary Clinton è un Matteo Renzi: piace a sinistra, piace a destra, piace al centro. In più ha tanti, tantissimi finanziamenti¹ tramite la Clinton Foundation.

Può anche stare tra i democratici, ma più che democratica sembra democristiana.

Hillary Clinton è vista come la donna dell’establishment, del sistema, ma qui in America non viene percepito come un difetto, anzi. Il sostegno economico viene visto come un gesto di fiducia verso il candidato. Avviene (quasi) tutto alla luce del sole. Certo c’è la possibilità di donare mantenendo l’anonimato, ma c’è sempre il Washington Post, e alla fine le persone sanno benissimo quali lobby sostengono i candidati.

Ed anche in base a questo si decide chi votare: se non si prova particolare simpatia per la lobby delle armi, non si voterà il candidato finanziato dalla lobby delle armi.

Il partito repubblicano ha sempre esercitato un notevole fascino sui lobbisti, ma con tutti quei candidati sembrava una riunione condominiale. Così molte lobby hanno deciso di andare sul sicuro e appoggiare la Clinton: nessuno si aspettava l’exploit anzi, il fuoco di paglia, di Sanders.

Alla fine in Maryland ha vinto Hillary Clinton, ribaltando i risultati del 2008, quando fu sconfitta da Obama.

La Clinton, la donna del sistema, il candidato delle lobby e degli affari poco chiari, ha avuto la meglio sul nonnino beniamino del Vermont che porta a casa solo 33 delegati, contro i 61 di Hillary Clinton. La vittoria in Maryland, assieme a quelle in Pennsylvania, Delaware e Connecticut consegnano matematicamente (Sanders dovrebbe vincere con il 90% in tutti gli altri stati) la vittoria ad Hillary Clinton.

Neanche questa volta i giovani alternativi di sinistra son riusciti a cambiare il mondo.

La situazione delle primarie democratiche (aggiornata al 4 maggio)
Il confronto tra le primarie 2008 e quelle 2016: la Clinton ribalta le percentuali

Trump contro tutti

La situazione delle primarie repubblicane (aggiornata al 4 maggio)

Nel partito repubblicano invece c’è la stessa confusione che serpeggia nel centrodestra italiano, con una differenza: tra di loro c’è qualcuno capace di rubare la scena a tutti gli altri. Parlo di Donald Trump, non di Antonio Razzi.

Antonio Razzi, cantante e negli scampoli di tempo libero Senatore della Repubblica. Per gli autolesionisti: https://www.youtube.com/watch?v=aTnJhGF884Y

Donald Trump catalizza l’intera attenzione dei media su di lui, si rivolge direttamente alla gente rassicurandoli con una dialettica decisamente semplice ed efficace, qualcosa tipo:

“Io sono un imprenditore di successo e farò arricchire anche voi.”

Vi ricorda qualcuno? A me il Berlusconi del ’94.

I manifesti elettorali dell’ex presidente operaio/imprenditore

Ha alzato i toni del dibattito politico, conducendo gli avversari nel campo del duello verbale dove riesce sempre ad averla vinta, basti guardare gli scontri con Jeb Bush.

Jeb Bush era il candidato repubblicano più preparato in assoluto, ha sfoggiato una grande padronanza di dati tecnici e ha avuto la grande sfiga di nascere in una famiglia di politici falliti. E Trump non mancava di sottolinearlo nei dibattiti con frasi di questo tipo:

Ma dov’erano le armi di distruzione di massa in Iraq?
Cosa ne sai tu, la tua famiglia ha distrutto l’America.

Jeb Bush era finito nel classico teen movie americano ambientato nei college e recitava la parte del secchione bullizzato. È stato il primo candidato a ritirarsi e dopo di lui tanti altri.

Al momento la vittoria di Trump sembrava sicura, dopo l’abbandono di Ted Cruz, lo è.

A sfidare Trump non c’è più nessuno. Rimanevano Ted Cruz e John Kasich. A dire il vero Kasich è ancora in corsa, e questo lo rende un personaggio misterioso: tutti si domandano perché non si sia ancora ritirato, oramai la vittoria è di Trump, eppure Kasich sostiene di essere l’unico in grado di battere la Clinton. Invece la storia di Cruz è diversa: Cruz è forse più intelligente, ma sicuramente meno furbo di Trump, e si è visto.

Inizialmente c’è stato chi ha benedetto Cruz come “alternativa moderata” a Trump. Invece ha idee anche fin troppo di destra e di certo non è un moderato. Se non ne siete convinti in questo spot Cruz sfoggia modalità di cottura del bacon “moderate”.

Un ibrido tra Bossi e Salvini che ci ha provato sino alla fine: si parlava di un patto tra lui e Kasich, una alleanza in chiave anti Trump (che non ha funzionato). Si trattava di una sottospecie di patto di non belligeranza in cui i due promettevano di non ostacolarsi a vicenda negli stati dove l’altro aveva più seguito. Peccato che si siano dimenticati di avvisare i propri elettori. Livello di confusione: Forza Italia. Risultato: il 3 maggio chef Cruz perde anche in Indiana e si ritira.

Bossi e Berlusconi nel 2010 a confronto con Trump e Salvini nel 2016

In Italia c’è grande preoccupazione per l’avanzata di Trump, la sua politica probabilmente ci è già nota, ma ho più fiducia negli americani di oggi che negli italiani che hanno votato Berlusconi. L’ultimo ostacolo per Trump è la convention dei repubblicani. Il suo obiettivo ottenere 1.237 delegati. Per vincere. Infatti al primo scrutinio della convention i delegati hanno il vincolo di votare a favore del delegato con cui sono stati eletti, se non viene raggiunto il numero sarà necessario convincere la convention. E da questa porta sul retro si affaccia John Kasich: il suo dichiarato obiettivo è divenuto impedire a Trump di ottenere il numero necessario di delegati, e poi convincere la convention. Machiavellico, sin troppo.

Certo non è detta l’ultima parola, ma Trump vince e se vince i democratici hanno già vinto le elezioni.

Ovviamente la vera campagna elettorale si farà negli stati in bilico, non in Texas dove i democratici vanno, baciano i bambini, ma sanno di non potercela fare. Alla fine, come sempre, saranno gli indecisi a decidere chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti.

E gli indecisi non appoggeranno mai Trump. Spero.

(19.49: Kasich si ritira dalla corsa: è Trump il candidato dei repubblicani.)


The leader of the free world

Gli americani hanno un modo particolare per chiamare il presidente degli Stati Uniti. Con eccessiva modestia lo definiscono “the leader of the free world”, il capo del mondo libero.

L’otto novembre 2016 si terranno le presidenziali americane e i due aspiranti “leader of the free world” saranno Hillary Clinton e Donald Trump.

La donna delle lobby e l’uomo che vuole costruire un muro tra Messico e Stati Uniti.

Alla faccia del free world.

Note: 
1. Sulla Clinton Foundation e i finanziamenti ricevuti da Hillary Clinton si sono pronunciati in molti, tra cui: Washington Post , Politico, il Post. Mentre qui trovate un’infografica che mostra i collegamenti in maniera più intuitiva.