Sono dunque i nostri cuori a turbare il mondo?

Ho fissato la tastiera per cinque minuti buoni cercando di capire da dove partire per raccontare come sono arrivato a leggere ‘Comunque vada non importa’.

Non l’ho visto di sfuggita in una libreria, non aspettavo in maniera spasmodica la sua uscita, anzi, non ne sapevo proprio un cazzo.

La risposta è una soltanto.

Evangelion è sempre stato e sempre sarà il mio anime preferito. È stato un processo di assimilazione abbastanza lungo e tortuoso e come tutte le cose che ami, all’ inizio non le sopporti, le odi e spesso non le capisci.

Su Mtv anni fa c’ era quello che per anni ho ritenuto essere il momento più alto della televisione italiana degli ultimi vent’anni. Tre anime, uno in fila all’altro, un’ ora e mezza di totale amore e devozione. Sono cresciuto con la televisione e i cartoni animati giapponesi, quindi capirete bene che a quindici anni tornare a vedere anime giapponesi una sera a settimana era molto più che un salto nel passato.

Cowboy Bebop, Trigun e appunto Evangelion.

I promo televisivi facevano intendere che c’erano ragazzini che pilotavano robot grandi il doppio di Godzilla che distruggevano tutto quello che avevano intorno per abbattere il cattivo di turno. Una bomba in pratica, tutto quello che avevo sempre sognato di vedere. Certo, peccato che la cosa fosse solo un attimino più complicata.

Mi stregò il cuore.

La storia, i personaggi, il fatto che fosse così dannatamente complicato da capire e così facile da odiare, perché diciamolo, si alternano episodi epici a veri e propri deliri mentali, combattimenti stupendi a sedute psichiatriche di indubbio spessore e non sempre questo è apprezzato dallo spettatore, gabbato in maniera clamorosa da un promo fuorviante.

Per quanto mi riguarda non ringrazierò mai abbastanza mtv per aver toppato quel promo.

Non riuscivo a smettere di guardarlo. Ne ero come ipnotizzato. Videocassette, registratore e via. Finito l’episodio me lo riguardavo, il giorno dopo e quello dopo ancora.

Quando la serie regolare si concluse iniziai a comprare i manga, che per la cronaca nel 2001 avevano una cadenza di uscite bimestrali e non biennale come poi sarebbe accaduto (porca troia), perché non volevo che la storia finisse così, tra episodi realizzati con spezzoni presi di peso dalle puntate precedenti e colorati con i pastelli a cera; ma soprattutto perché non riuscivo a capire tutto in maniera chiara e la cosa mi mandava ai matti.

C’era ovviamente un motivo, che scoprii anni dopo, ovvero che i realizzatori avevano le pezze al culo perché inizialmente aveva fatto schifo più o meno a tutti.

I film — usciti anni dopo- proponevamo un finale adeguato al resto dell’ anime e chiudevano l’opera più visionaria che io avessi mai visto su schermo.

illustrazione realizzata con Wacom Intuos Draw

Sono sempre rimasto affezionato agli Eva, a Rei e a Misato ma non ne feci mai una malattia. Non sono mai stato un maniaco collezionista di action figures per dire e quando uscì il primo episodio del Rebuild lo scoprii per caso. Non ne sapevo nulla perché da anni avevo perso di vista l’universo Eva e tutto ad un tratto mi trovai per le mani una versione ‘aggiornata’ del mio anime preferito.

Mi piacque tantissimo, perché riproponeva con grafica moderna una cosa che avevo visto dieci anni prima e condensava in un’ora e mezza un sacco di cose che avevo amato alla follia.

La seconda pellicola fu uno shock.

Sposo la teoria secondo cui i film dovrebbero essere visti senza sapere un cazzo prima, per gustarti il momento e per parlarne diffusamente dopo. Sempre. Per questo odio gli spoiler, per quanto possa capire che non sia facile rimanere a guardare trailer in loop e si cerchi sempre di scoprire qualcosa di più.

Io non sapevo niente della rivisitazione della storia, di Mari, delle nuove scene. Non sapevo un cazzo. Rimasi davanti allo schermo con la mascella che ondeggiava libera sul pavimento e finito di vederlo lo ricominciai da capo per capire se non fosse uno scherzo. Non lo era.

Quando in Giappone uscì Q, il terzo capitolo della quadrilogia, quasi in contemporanea qui da noi prese vita questo blog: Dummy System.

È una di quelle cose talmente cazzute e fatte bene che ringrazio ogni giorno gli autori di averla messa in piedi. Se nella vita facessimo lavori per passione e non per necessità probabilmente, oltre che vivere in un mondo migliore, avremmo gente che fa queste cose più spesso. Non conosco gli autori di persona ma ho scoperto che uno di questi, Eleonora Caruso ha recentemente pubblicato il suo primo libro ‘Comunque vada non importa’.

illustrazione realizzata con Wacom Intuos Draw

Ho fatto come con i film, ho visto la copertina — c’era una cosplayer di Rei- e l’ho comprato. A scatola chiusa. Senza aver letto la trama, con l’unica certezza che chi scrive così di Evangelion non potrà che metterci la stessa passione nello scrivere un romanzo.

E infatti.

Ammetto candidamente che il genere non è esattamente il mio, sono più per i noir e gli hard-boiled ma questo libro mi ha colpito.

Per l’intelligenza con cui è stato scritto, per l’ ironia tagliente che circonda Darla, una ragazza che se dovessi incontrare forse ignorerei, per paura di confrontarmi con lati del suo carattere così simili ai miei tanto da spaventarmi, o forse farei di tutto per scuoterla da quella eterna apatia con la quale convive.

Chiudersi in se stessi, escludendo gli altri dalla propria vita, rifugiarsi nelle emozioni contenute negli anime e nei manga e vivere attraverso queste, distaccarsi dal mondo esterno, estraniarsi da quello che la circonda, fregarsene fondamentalmente di avere qualcosa da fare per lasciar scorrere la vita davanti agli occhi.

Darla vive così, con le sue convinzioni e i suoi vizi, è una questione di causa- effetto: non fa niente tutto il giorno in una casa che non deve mantenere e pagare perché mantenuta da un padre a cui sta bene che sua figlia si comporti come un vegetale.

L’inevitabile scossa provocata dall’invidia e conseguente odio verso un fratello malato che la costringe a scuotersi da quell’eterno torpore che la avvolge e la fa stare bene, la conoscenza di persone che si riveleranno amici e una conclusione che sa allo stesso tempo di beffa e traguardo.

Inevitabile pensare che prendere a sberle Darla in alcuni punti della storia sarebbe la cosa giusta da fare, farle capire di svegliarsi fuori, di non autocommiserarsi e provare a reagire.

Il suo comportamento è estremizzato, ma è capitato anche a me di non volere nessuno attorno, di passare le giornate a letto a leggere o attaccato ai videogiochi e, cazzo, se potessi lo rifarei adesso.

Ovviamente non può essere uno stile di vita, quanto più uno stacco temporaneo. Isolarsi per riordinare le idee o riposarsi da tutto quello che accade quotidianamente.

Credo che Darla vista in questo senso sia molto più vicina a noi di quanto crediamo e che l’autrice abbia voluto estremizzare un lato del suo essere che forse non mette spesso in mostra. Darla a mio parere è più uno Shinji Ikari e non una Rei, nonostante la sua passione per le action figures del pilota dello 00, che vuole essere amato e invece scappa e si rifugia nel suo lettore mp3 e nelle sue convinzioni.

Una bella sorpresa, una lettura malinconicamente immediata che mi ha rapito e mi ha emozionato come poche ultimamente, un esordio sfolgorante.