Jesi: alla scoperta della città in un tour a piedi

Visita alla città che diede i natali a Federico II

La bella città di Jesi è situata nella Regione Marche all’interno della provincia di Ancona, a trenta chilometri circa dall’omonimo capoluogo regionale e approssimativamente a 20 km dal mar Adriatico.

Situata nella bassa valle del fiume Esino, Jesi è il centro più importante della Vallesina. Con 40.500 abitanti circa è il terzo capoluogo della provincia di Ancona, dopo Senigallia.
 Aggirarsi alla scoperta della città di Jesi, significa elevare lo spirito in una realtà ricchissima di arte e di storia, fra musei e biblioteche, lasciarsi suggestionare dalle possenti mura cittadine, o dai sontuosi palazzi nobiliari senza mai avvertire il senso di smarrimento perdendosi nella trama intricata dei suoi vicoli, scalinate e piazzette.

Curiosità
Sono in molti a credere che non fu un caso che a Jesi nacque l’imperatore Federico II di Hohenstaufen, nelle ben note e curiose, circostanze. A Jesi nasce anche Giovanni Battista Draghi (o Drago), detto Pergolesi, considerato ancora oggi uno dei compositori più importanti del genere “Opera Buffa”. Ma la vera celebrità, che ha fatto conoscere il nome di Jesi nel mondo, è senz’altro il Verdicchio dei Castelli di Jesi, il vino bianco, il più rappresentativo dell’Italia intera. Jesi, secondo l’autorevole portale di recensioni turistiche TripAdvisor, risulta in tredicesima posizione Regionale come località turistica in base alla media dei giudizi sugli hotel, ristoranti, case vacanza e attività. Sempre secondo la medesima fonte, Jesi risulta in terza posizione nella sua Provincia, andandosi ad inserire fra località di mare come Senigallia e Numana. L’ UNESCO nel 1969 ha indicato Jesi come “città esemplare” per il mantenimento nel tessuto urbano contemporaneo del castrum romano. Ancora oggi Jesi, come l’impianto antico su cui venne eretta, ha due vie principali: il cardo massimo (nord-sud) e il decumano massimo (est-ovest) che si incrociano ad angolo retto. Gli ingressi e le uscite delle vie erano difesi da porte fortificate e questo, come vedremo è ancora visibile.

Le Mura

Il centro storico di Jesi è racchiuso da una cinta muraria che è tra le meglio conservate di tutta la regione Marche. Mura e porte da sole meritano una visita. Munitevi di macchina fotografica e percorrete tutto il perimetro. Si tratta di 1,5 km di percorso con un dislivello di 96m. Le Mura di Jesi vennero erette fra il XIII e il XIV secolo sul tracciato delle più antiche mura del Castrum Romano, facevano parte di un sistema difensivo straordinariamente esemplare perché completo di elementi costruttivi e naturali integrati. Immaginando tutte le componenti, torri, porte e mura, anche quelle demolite o crollate al loro posto, ci si può figurare Jesi come una delle città meglio difese della Regione.

Descrizione

Nel XV secolo le mura di Jesi vennero, ad eccezione la parte detta del “Montirozzo”, quasi totalmente ricostruite ad opera dei famosi architetti militari Baccio Pontelli e Francesco di Giorgio Martini. Le Mura di Jesi hanno una compatta forma trapezoidale, visibili oggi come ristrutturazione rinascimentale in fasi successive della cinta medioevale. Presentano i caratteri dell’architettura precedente e nuovi elementi architettonici funzionali e di cornice del Rinascimento, che esprimevano modernità e gusto di una potente città come Jesi. Secondo le nuove esigenze di difesa, le mura medievali di Jesi vennero bastionate. Con l’aggiunta di baluardi, o bastioni (si distinguono dalle torri medievali per essere della stessa altezza delle mura) si proteggevano meglio le cortine (i tratti di mura rettilinei), che erano le parti della fortificazione più esposte al tiro e all’attacco dell’assediante, col tiro radente ed incrociato delle artiglierie che erano ospitate al suo interno. Le Mura di Jesi seguono, per una lunghezza di un chilometro e mezzo, un andamento altimetrico variato in rapporto alla morfologia del terreno che presenta livelli di quota differenziati, dai 96 m. dell’Arco del Magistrato, nel punto più alto, ai 66 m. di Porta Valle. Le mura “basse”, quelle racchiuse tra il Torrione rotondo e il Torrione di Mezzogiorno (costruito nel 1454), possedevano un fossato che le fiancheggiava. Oggi è interrato ma giustifica la relativa semplicità di queste mura realizzate con cortine verticali con beccatelli e caditoie. I beccatelli sono quegli elementi architettonici a forma di archetti che servono a sostenere le parti sporgenti delle mura che ospitano le caditoie, il cui uso è intuibile. Le mura “alte”, quelle poste sui pendii, hanno cortine rafforzate con scarpata per una maggior difesa contro le armi da fuoco. Le mura di Jesi ospitavano i camminamenti di ronda per l’intero. Di questi camminamenti sono rimasti solo brevi tratti, alcuni dei quali coperti e muniti di finestre ad arco.

Mura di Jesi
Mura di Jesi: Mura Presso Porta Bersaglieri

Torri e semi torri servivano per difendere il muro interposto ovvero quei lunghi tratti rettilinei di mura, conosciuti come cortine. Torri di dimensioni maggiori, i Torrioni, generalmente si trovavano ai lati delle porte di accesso alla città.

Torrione di Mezzogiorno

Il torrione di Mezzogiorno, chiamato così perché rivolto a Sud, fu edificato nella prima parte del XV secolo (nel 1454) dall’architetto militare Baccio Pontelli sotto il pontificato di Nicolò V. Rappresenta un tipico torrione quattrocentesco ed è il più bello e moderno della cinta muraria di Jesi. Di forma poligonale, presentava delle aperture rotonde, oggi tamponate, chiamate troniere, attraverso le quali partivano i colpi delle armi da fuoco per la funzione difensiva tipica del torrione.

Torrione Rotondo

Il Torrione Rotondo che risale alla fine del 400, è posto nell’angolo est delle mura ed è così chiamato per via della sua forma arrotondata. Le mura basse di Jesi di cui fa parte erano fiancheggiate da un fossato, erano mura più semplici che necessitavano di torrioni più ampi per essere difese. Tra il Torrione di Mezzogiorno e il torrione rotondo si trova Porta Valle, una delle quattro porte di entrata alla città. Entrando, sulla sinistra, si possono notare reperti di mura romane dove un tempo sorgeva un lavatoio.

Torrione del Montirozzo

Il Montirozzo è il torrione più suggestivo delle Mura, tanto da diventare l’emblema della città. Fu costruito nel ‘400 all’estremità del lato orientale, sulla punta più avanzata. Nel Seicento fu aggiunto una piccola torre a due piani e la base f u raccordata col sottostante pendio naturale per dare continuità a quest’ultimo e sfruttarne l’impraticabilità. Oggi con la presenza della strada dobbiamo lavorare di immaginazione per apprezzarne tutta l’impressionante “potenza difensiva”.

Curiosità
Alcuni elementi dello straordinario sistema difensivo della Città di Jesi, ora non sono più visibili.
La Rocca urbana la “Rocca Pontelliana”, o cittadella, era posta sull’area più elevata della città, quella nord-occidentale, ultimo baluardo di difesa dagli attacchi esterni, si trovava in piazza della Repubblica, a ridosso dell’arco del Magistrato e del Comune. Si trattava di un imponente torrione, residenza del Signore, a forma circolare che faceva parte della Rocca, o Cassero, una fortezza quadrangolare con bastioni agli angoli e torre centrale, eretta su progetto di Baccio Pontelli, un architetto ma anche ebanista talentoso di Firenze, a partire dal 1487 e già demolita nel 1527. L’ultimo torrione (di fianco l’Arco del Magistrato) venne smantellato nel 1890. Restano interessanti testimonianze sotto il Palazzo comunale (non visitabili).
La Torre della Guardia, eretta intorno al 1350 sulla cima di una collina meridionale, era alta 46 metri e mezzo, e permetteva di dominante tutta la Vallesina, dai Monti Appennini al mare Adriatico. Venne fatta saltare dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale perché ritenuta ancora importantissima. Era possente a sezione quadrata, a tronco di piramide, misurava nove metri per lato e non sulla base che era più larga.
Il Vallato, un canale utilizzato anche per l’irrigazione della bassa Valle dell’Esino, costituiva un argine naturale di difesa intorno al tratto meridionale delle mura, superabile solo con ponti levatoi in corrispondenza alle porte di entrata.
Le Merlature Ghibelline a coda di rondine oggi sono totalmente scomparse.
I Ripidi Pendii Naturali sui lati nord e est, due naturali sistemi di difesa oggi solo immaginabili, completavano il sistema difensivo di Jesi cosiddetto “alla moderna” realizzato dal Pontelli.
Mura di Jesi: Torroncino del Montirozzo e Torrione Rotondo
Mura di Jesi: Torroncino del Montirozzo
Mura di Jesi: Torrione di Mezzogiorno

Le Porte

Delle porte originarie se ne contano almeno sette, delle quali le quattro più importanti erano alle estremità delle principali vie del cardo e del decumano massimi: Porta Valle (già Porta Pesa) e Porta Garibaldi; Porta Bersaglieri e Porta della Rocca, meglio nota come Arco del Magistrato.

Porta Garibaldi

Già Porta San Floriano, venne ricostruita nella seconda metà del 1400 in posizione più avanzata. Protetta dal torrione pentagonale, era una delle quattro maggiori porte della città e tra le più difese.

Porta Mazzini

Venne aperta nel 1639 e fu chiamata allora Porta Urbana in onore di Urbano VIII, che aveva elargito grandi favori alla Città. In seguito venne detta Porta Mannelli, dal nome dell’antica famiglia jesina che diede un delegato apostolico nella prima metà del 1800.

Porta Bersaglieri

Fu aperta nel XV secolo ed era una delle quattro più importanti porte di Jesi fornite di sistemi di difesa. Chiamata anticamente Porta Nuova o anche Porta Marina, divenne Porta Bersaglieri dopo l’Unità d’Italia. Da questa porta, infatti, entrarono a Jesi, il 15 settembre del 1860, i primi contingenti dei Lancieri del Reggimento di Cavalleria Milano dell’esercito piemontese al comando del generale Efisio Cugia. Cinque giorni più tardi, nella vicina Castelfidardo la sconfitta dell’esercito papale ad opera delle truppe piemontesi sancisce la definitiva unione della città al Regno d’Italia.

Una lapide posta sopra l’arco della porta riporta: Per questa porta / il 15 settembre 1860 / entrarono le truppe piemontesi / auspicando / la liberazione dal servaggio pontificio / e l’annessione / alla madre patria.

Porta Garibaldi — Porta Mazzini
Porta Bersaglieri

Porta Valle

Una delle quattro porte jesine più importanti e fortificate; nel 1600 venne ricostruita in posizione più avanzata, così come si presenta attualmente, per includere entro la cinta muraria la vicina sorgente d’acqua in modo da poterne disporre anche in caso di assedio. Era comunemente detta Porta Pesa, dalla pesa pubblica che si trovava poco distante.

Porta Valle

Arco del Magistrato

L’Arco del Magistrato di Jesi che si trova fra Palazzo Ricci e il Palazzo Comunale è la trasformazione di un’antica porta, nota come Arco del Magistrato perché nell’attuale municipio aveva sede il Magistrato, cioè l’autorità civile di Jesi e del Contado. Situato nella parte più alta del tracciato delle mura, costituiva anticamente la Porta della Rocca Pontelliana (resti sotto il palazzo Comunale) e da accesso accesso alla parte più antica della città. Nell’epoca in cui era conosciuto anche come Arco della Rocca, la Porta della Rocca era munita di ponte levatoio e si apriva fra due massicce torri rotonde che facevano parte delle fortificazioni della Rocca; l’ultima delle due torri venne demolita nel 1894. Ci fu un tempo in cui l’Arco del Magistrato veniva chiamato Porta San Martino dal nome del santo al quale era dedicata la chiesetta poco distante. Un tempo fu pure chiamata Porta del Palazzo per il fatto che il Palazzo adiacente nella prima metà del 1400 era stato la dimora a Jesi di Francesco Sforza. Nel 1700 veniva indicata come Porta Basca ma per molti a Jesi è l’Arco del Comune. La porta, a doppia arcata, collega Piazza Indipendenza con quella della Repubblica. Sulla parte verso Via Pergolesi, lo stemma in cemento con leone rampante, simbolo del Comune, sostituisce l’originale in pietra realizzato da Costantino Ricci intorno alla metà del ‘500. La targa sottostante, posta nel 1902, a ricordo del patriota Antonio Fratti fu realizzata dallo scultore di Jesi Raffaele Pirani.

Arco del Magistrato

Curiosità

Queste le porte demolite di Jesi:

  • Porta Carradora — Questa porta si trovava dove Via delle Mura Occidentali incrocia Via Cavour, conosciuta un tempo come via Carradora per la presenza di botteghe per la costruzione e la riparazione di carri. Torrione e Porta verranno purtroppo entrambi abbattuti nei primi dell’800 per ampliare l’accesso viabile.
  • Porta Cerusica — Questa porta si trovava dove si interrompe la cinta muraria collegata al torrione di Mezzogiorno. Era così chiamata perché poco lontano vi abitava il cerusico, cioè il chirurgo e fu demolita nell”800 per le solite ragioni viarie.
  • Porta Cicerchia — Si apriva nelle mura castellane, vicino al torrione rotondo che si erge di fronte alla chiesa di San Savino. Venne chiusa nel 1836, per impedire il diffondersi del colera proveniente da Ancona. E’ ancora visibile sulle mura a pochi metri dalla Torre est l’arco ogivale tamponato della porta.
  • Porta Farina — Porta Farina o della Farina viene realizzata nel ‘600 nell’attuale piazza Oberdan. Era anche detta Porta San Martino e Porta Padella come è conosciuta ancora oggi la piazza per la sua forma.
  • Porta Giulia — Questa porta era era stata così nominata in onore di papa Giulio III che fra il 1550 e il 1554 ne aveva autorizzato l’apertura ma era da tutti nota come Porta delle Grazie per via della vicinanza della Chiesa dei Carmelitani. Fu demolita nel 1833
  • Porta Romana — Questa porta si trovava sull’attuale Corso Matteotti nel punto a sud est in cui si univano le mura occidentali con quelle orientali. Veniva detta Porta Roma ma anche Porta del Borgo o Porta di Terravecchia. Fu ricostruita nel corso del 1600. Quando Porta Romana fu demolita nel 1805 da allora venne conosciuta con gli appellativi di Porta Diruta, Porta Sfasciata, Porta Vecchia.
  • Porta del Soccorso — Situata dietro l’attuale chiesa dell’Adorazione, è stata chiamata nel tempo in diverso modo: Porta Falsa, Archetto della Morte e anche, per le sue modeste dimensioni, Pusterla.

Monumenti Commemorativi di Jesi

Jesi offre al visitatore tutta una serie di monumenti commemorativi di grande significato. La lista sottostante, non include alcune porte citate in precedenza che pure sono state intitolate a commemorare fatti o personaggi. Include invece l’Arco della Casa dei Verroni e Piazza Federico II che possiamo intendere di grande significato e carattere celebrativo.

Monumento a Federico II

La statua di Federico II è stata collocata nel dicembre 1995 accanto alla Porta Bersaglieri.
L’Imperatore, è stato rappresentato col il volto così come fu ricostruito da due professori dell’Università di Vienna. Viene raffigurato un Federico maturo con la barba ed una folta chioma, vestito di tunica e la stola tipiche degli Imperatori Romani d’Oriente con indosso il manto regale di sicilia, già del nonno materno Ruggero II il Normanno.

Descrizione

Con la mano sinistra regge lo scettro del sacro Romano Impero e con la destra tiene le “Constitutiones” (il codice federiciano, giudicato come il più grande monumento legislativo laico del Medioevo). Sul fianco sinistro è scolpito un leopardo accovacciato, animale prediletto per la caccia, portava a guinzaglio e che figura nello stemma imperiale dopo le nozze con Isabella d’Inghilterra. La statua poggia su un quadrato incluso tra due ottagoni. Sul lato anteriore del quadrato un bassorilievo in bronzo raffigura Castel del Monte con al centro Federico II a cavallo tra soldati crociati e dignitari arabi che gli offrono dei doni a simboleggiare la pacifica ed illuminata convivenza tra musulmani e cristiani. Sul lato posteriore è raffigurata, in bassorilievo, l’Aquila imperiale federiciana. Sugli altri due lati, due pannelli di bronzo a modello di pergamena contengono, l’uno, la dedica all’Imperatore, con tutti i suoi titoli e con gli appellativi che il figlio Manfredi gli attribuì comunicandone la morte al fratello Corrado; l’altro, la indicazione degli Enti che hanno partecipato alla realizzazione del monumento. Il monumento è opera, con un compenso simbolico, di due grandi scultori, entrambi di fama internazionale: il M° Benedetto Robazza di Roma e il M° Hermann Schwahn, con la collaborazione del Prof. Massimo Ippoliti di Jesi.

Testi contenuti nei due pannelli laterali (a modello di pergamena)

  • a sinistra — a Federico II di Hohenstaufen Imperatore del Sacro Romano Impero, Re dei Romani, d’Italia, di Germania, di Sicilia, di Gerusalemme e di Arles Sol Mundi Qui Lucebat In Gentibus, Sol Justitiae, Auctor Pacis la citta’ di Jesi sua Betlemme nell’ottocentenario della nascita
  • a destra — il comitato italo-germanico per il monumento e la Fondazione Federico II di Hohenstaufen di Jesi promotore l’avv. Gino Borgiani primo presidente la Gesellschaft fur Stafischen Geschicte in Goppingen il comitato regionale per le celebrazioni federiciane il comune e la citta’ di Jesi

Curiosità

L’idea di erigere un monumento a Federico II è nata dalla constatazione che nella Città Natale del grande Imperatore svevo non esisteva un’opera pubblica che lo ricordasse ad eccezione del grande sipario al Teatro Pergolesi, realizzato nel 1850 dall’Artista Luigi Mancini. Per l’esigenza di ricordare la figura e l’opera dell’Imperatore che aveva definito Jesi come la sua “Betlemme”, l’Avv.Gino Borgiani dette vita ad un Comitato Italo-Germanico per l’erezione nella Città di Jesi di un monumento celebrativo non solo della figura storica di Federico II, ma anche del messaggio culturale, sociale e politico di cui è stato portatore.

Piazza Federico II

La piazza di forma rettangolare si imposta su un asse centrale che va da nord-est a sud-ovest ed è la storica piazza più importante di Jesi. Tutta racchiusa da edifici nobiliari e dal Duomo, sorge sul luogo dell’antico foro romano, all’incrocio fra il Cardo e il Decumano massimi.

Storia

Sono state ritrovate anche le fondamenta degli edifici che la cingevano, come quelle del Teatro, del Tempio Pagano, delle Terme e della Cisterna. Dopo le devastazioni barbariche vi sorse la prima cattedrale cristiana di Jesi, sulle fondamenta di un precedente tempio pagano e successivamente di importanti palazzi nobiliari. Era la piazza centrale della città, luogo di rappresentanza del potere comunale, dove si svolgevano le grandi cerimonie pubbliche, sia civili che religiose come per esempio il Palio di San Floriano, la maggiore di esse. I comuni del Contado, i Castelli di Jesi, una volta l’anno, il 4 maggio (Festa del Patrono San Floriano) erano chiamati a presentare il Palio insieme al pagamento dei tributi, in segno di sottomissione e di rispetto a Jesi. Nel 1679 si procedette ad ampliare notevolmente la piazza e nel corso del XVIII secolo, tutti gli edifici vennero rifatti. L’antica cattedrale gotica di Giorgio da Como venne ricostruita nell’edificio odierno a partire dal 1732; nel 1743 venne riedificata la chiesa di San Floriano; poi fu la volta del lato destro, ove il conte Emilio Ripanti aveva acquistato nel 1724 l’edificio dell’Ospedale di Santa Lucia, adiacente al suo palazzo di famiglia. Le modifiche settecentesche si conclusero nel 1758 con la realizzazione da parte dell’architetto bolognese Gaetano Stegani, architetto della Legazione di Urbino, della balaustra barocca verso la salita di Via del Fortino. In seguito, per onorare il grande Imperatore tedesco, gli jesini decisero di intitolare la piazza a Federico II, ritenuto più consono alla tradizione ghibellina del Comune. Nel 1949 venne portata al centro della piazza la fontana-obelisco, del 1844 concepita per la Piazza della Repubblica, ove sorge il Teatro Pergolesi. La fontana-obelisco è opera degli architetti di Jesi Raffaele Grilli e Luigi Amici che realizzarono anche le sculture delle otto leonesse e dei quattro pesci.

Curiosità
Il giorno di S. Stefano del 1194, sotto un grande padiglione appositamente eretto, nacque l’imperatore Federico II. Federico II vide la luce a Jesi durante il viaggio che l’imperatrice aveva intrapreso per raggiungere Palermo dove il marito era stato appena incoronato il giorno prima (giorno di Natale), re di Sicilia. Data la sua età avanzata, nella popolazione si era un diffuso un certo scetticismo circa la gravidanza di Costanza, così fu allestito un baldacchino al centro della piazza cittadina, dove l’imperatrice partorì pubblicamente, al fine di fugare ogni dubbio sulla nascita dell’erede al trono. Questo grande avvenimento portò in seguito a Jesi enormi privilegi. Fu infatti insignita da Federico II del titolo di Città Regia, col quale l’imperatore riconosceva e sanciva i diritti del Comune jesino sui territori sottomessi dei Castelli di Jesi, permettendo alla città di costituirsi in un autogoverno oligarchico denominato Respublica Aesina. Questi titoli furono talmente importanti che Jesi poté continuare ad esercitare il suo potere di piccola repubblica anche durante la dominazione papale.
Jesi: Piazza Federico II con Fontana Obelisco e Balaustra Barocca

Arco Clementino

L’arco Clementino della città di Jesi è un arco trionfale eretto nel 1734, su progetto dell’architetto Domenico Valeri, che come quello di Ancona, fu eretto in onore di Papa Clemente XII dei Corsini. Il monumento fu eretto come un gesto di omaggio verso il pontefice che si era reso benemerito per l’abolizione del dazio sul grano e la sistemazione della strada che collega Nocera Umbra con l’Adriatico e che venne chiamata, da allora, “Clementina” (l’attuale Statale 76).
L’Arco Clementino dona una scenografica sontuosità al Corso settecentesco di Jesi oggi intitolato a Giacomo Matteotti.

Monumenti di Jesi: Arco Clementino

Arco della Casa dei Verroni

Portale a forma di arco trionfale voluto da Eusebio Guerroni o Verroni di origine romana, scolpito nel 1513 da Giovanni Gabrieleda Como, scultore lombardo che visse parecchi anni nelle Marche, su disegno del celebre architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Un esempio di classicismo “all’antica”, col ricorso ai clipei con ritratti nei pennacchi: tema questo frequente nell’architettura rinascimentale lombarda. Le lesene presentano lungo il fusto sei scanalature rudentate e poggiano su alti stilobati, mentre l’arco è retto da mensole interne. I capitelli sono del tipo a caulicolo inverso con rosetta a mascherone

Monumenti di Jesi: Arco del Verroni

Monumento a Giovanni Battista Pergolesi

Il monumento è situato in una piazzetta sempre intitolata al Pergolesi a metà di corso Matteotti.
L’opera realizzata dallo scultore di Carrara Alessandro Lazzerini nel 1910, può essere considerata come una delle rare testimonianze della corrente del naturalismo Liberty nelle Marche.
Il musicista è in piedi e sovrasta, dirigendole, le figure allegoriche del Canto (figura femminile) e del Suono (figura maschile); un raffinato bassorilievo, con le note del celebre Stabat Mater, allude all’Amore a alla Morte e due maschere simboleggiano la Tragedia e la Commedia.

Monumenti di Jesi: Monumento a Giovanni Battista Pergolesi

Curiosità

Gli altri monumenti commemorativi di Jesi:

  • Monumento alla Speranza — Vero titolo dell’opera è La vela della speranza, dato dall’autore, lo scultore Guglielmo Vecchietti Massacci.
  • Monumento ai Caduti del Mare — E’ opera dello scultore jesino Giuseppe Campitelli
  • Monumento ai Caduti di tutte le guerre — Opera dello stesso Campitelli, la statua, in travertino, rappresenta il dolore materno e della suprema offerta di tutte le madri verso la patria.
  • Monumento ai Caduti per L’Indipendenza
  • Monumento ai Martiri XX Giugno — Opera dello scultore di Jesi Massimo Ippoliti, il monumento ricorda il sacrificio di sette giovani, i martiri XX giugno, fucilati dai nazifascisti in contrada Montecappone, nell’estate del 1944, durante l’occupazione tedesca.
  • Monumento al lavoro — Scultura in travertino, bronzo e acciaio opera dell’artista anconetano Floriano Ippoliti, che lo ha intitolato La città degli immortali.
  • Monumento al bersagliere — Opera di Giuseppe Campitelli di Jesi, a ricordo della battaglia di Montegranale combattuta il 19 luglio 1944 per la liberazione di Jesi.
  • Monumento al piccolo cordaio — Il monumento, realizzato dallo jesino Edmondo Giuliani, è stato collocato in via del Cordai
  • Monumento alla Savoia Marchetti — Opera dello jesino Sauro Ciuffolotti è stato eretto a ricordo dello stabilimento industriale di Jesi della Savoia Marchetti che nella prima metà degli anni Quaranta del secolo scorso arrivò ad occupare fino a 1400 persone nella costruzione di aeroplani.

I Palazzi di Jesi

Come per Macerata, di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo, anche per Jesi una buona chiave di lettura per una visita alla città è quella che mette in risalto i suoi sontuosi palazzi signorili, in grado di raccontarci molte storie, illustrarci lo stile decorativo rococò e neoclassico dei propri interni, mostrarci capolavori d’arte assoluti conservati mirabilmente. Noi però vi illustreremo anche palazzi non visitabili e persino in non perfetto stato di conservazione.
L’invito è naturalmente quello di scoprire meglio le famiglie, i palazzi, le vicende jesine.

Palazzo Honorati-Carotti

Come accennato, i Palazzi di Jesi ci raccontano molte storie soprattutto delle grandi famiglie jesine che li hanno commissionati. Gli Honorati gestirono per molto tempo la gestione del potere a Jesi condividendolo con le altre maggiori famiglie aristocratiche della città. Alla fine del 1700 erano i più grandi possidenti terrieri e avevano le loro sepolture in Cattedrale nella cappella più ricca di San Lorenzo. Annoverarono cardinali e vescovi e furono fra i fondatori della Cassa di Risparmio di Jesi che tanto merito ebbe nello sviluppo economico del territorio.

Storia

Il Palazzo Honorati-Carotti ha origine nel rinascimento, quando nel 1601 Lorenzo Honorati acquista due unità immobiliari nel cuore cittadino. L’edificio verrà ristrutturato e ampliato più volte a partire dal 1703, dopo l’acquisto, da parte di Bernardino Honorati (1692–1716) del palazzo del Marchese Silvestri. Nel 1725 la Famiglia commissiona al Cavalier Domenico Luigi Valeri la realizzazione delle scene mitologiche che Annibale Carracci aveva dipinto a Palazzo Farnese a Roma a partire dal 1597. Verso la metà del secolo, Giuseppe Honorati (1692–1769) affidò i lavori di sistemazione all’architetto romano Virginio Bracci, supervisore per la Sacra Congregazione di San Luca. Il palazzo venne completato alla fine del Settecento. Nel palazzo era conservata una pregevole collezione di dipinti e una ricca biblioteca di famiglia, avviata sotto Giuseppe Honorati e giunta al massimo del prestigio alla fine del Settecento con il cardinale Bernardino. Passato alla famiglia Ricci e da questa, nel 1870, ai Carotti, il palazzo nel 1930 venne acquistato dal Comune di Jesi. Attualmente è sede del tribunale, dopo esserlo stato della pretura e delle carceri mandamentali.

Palazzi di Jesi: Palazzo Honorati Carotti

Palazzo Balleani

Il Palazzo Balleani ci racconta di una delle maggiori famiglie nobili jesine. Tanto potenti, perché Capi riconosciuti della locale fazione ghibellina, che nel 1282, si impossessarono della città con un colpo di mano, togliendola alla “sudditanza del pontefice”. Parteciparono per almeno cinque secoli al governo di Jesi.

Descrizione

È un esempio di rococò locale, venne realizzato a partire dal 1720 su disegno dell’architetto romano Francesco Ferruzzi. Sull’elegante facciata, dagli spigoli arrotondati, è una caratteristica balconata rococò con ringhiera in ferro battuto sorretta da quattro possenti telamoni, realizzata nel 1723 dal ravennate Giovanni Toschini, autore anche della statua con Vergine e Bambino collocata nel 1727 in una nicchia al centro della facciata recante l’iscrizione: Posuerunt me custodem (Mi misero come custode). L’interno colpisce per la ricchezza delle sale con i soffitti dai leggerissimi e raffinati stucchi dorati, eseguiti da diversi artisti, tra cui i decoratori Giuseppe Confidati, Antonio Conti, Marco d’Ancona, Orazio Mattioli e il pittore Giovanni Lanci.

Palazzi di Jesi: Palazzo Balleani

Palazzo Bisaccioni

Il Palazzo Bisaccioni ci fa conoscere la famiglia Jesina dalla storia più interessante di tutte. La famiglia Bisaccioni era anticamente conosciuta come “Buscareto” e compare per la prima volta nel XII secolo a Montenovo (oggi Ostra Vetere) con Ammazzaconte Buscareto. Nel 1240 due Buscareto si schierano con la parte ghibellina che era con l’imperatore Federico II quando entrò (dietro breve preavviso) come liberatore nella Marca di Ancona, ricevendone in cambio la cittadinanza onoraria di Jesi e, in un crescendo di affermazione politica, nel 1298 il titolo di conte. La storia di questa famiglia sarà poi tutta nel rapporto opportunistico di amore-odio verso il dominio temporale della chiesa che li vide alla fine perdenti. Non si sa come, nonostante ne fossero stati banditi, li ritroviamo nel 1500 a figurare “tra le venticinque più importanti casate” della città. I loro membri ricoprirono anche cariche pubbliche, ma sempre “irrequieti” e in competizione, con le altre famiglie.

Descrizione

In piazza Angelo Colocci, il Palazzo Bisaccioni si erge su una parte dell’antico muro del teatro romano. Costruito su un precedente edificio del XIV secolo, venne ampliato e progettato con linee rinascimentali nella prima metà del XVI secolo (sulla cornice superiore di una finestra si legge l’anno 1527). Nell’Ottocento fu acquistato dalla famiglia Honorati e nel 1870 divenne sede dellaCassa di Risparmio di Jesi. In quegli anni subì un intervento di ristrutturazione edilizia molto consistente: “della originaria facciata rinascimentale rimangono alcune finestre con i loro apparati lapidei ed il pregevolissimo portale d’ingresso scolpito ed iscritto a fine lastre di pietra d’Istria”. Attualmente è sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi.

Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi

Le sale del palazzo espongono numerose opere d’arte antica, moderna e contemporanea, reperite nel tempo attraverso lasciti e acquisti passati. Le sale espositive sono disposte su due piani: al primo piano si trovano le opere che vanno dal ‘500 al ‘700 (arte antica), mentre al piano terra sono esposte le opere del ‘900 (arte contemporanea). In ogni piano le opere sono ulteriormente divise per scuola pittorica. Sono visitabili anche la Sala Convegni, la biblioteca delle pubblicazioni edite dalle Fondazioni Bancarie Italiane, l’Archivio Storico e il Caveau con l’esposizione delle monete e delle banconote in lire coniate dalla Costituente fino all’entrata in vigore dell’euro. Nelle teche, disposte durante il percorso sia al piano terra che al primo piano, sono conservati documenti storici della Cassa di Risparmio di Jesi relativi all’attività creditizia e registri che ne testimoniano le originarie finalità filantropiche.

Palazzi di Jesi: Palazzo Bisaccioni

Palazzo Colocci — Museo Colocci

Palazzo Colocci ci fa conoscere la famiglia forse più nobile di tutte a Jesi. Di antichissima origine, la famiglia Colocci discende dalla gens Actonia di stirpe longobarda, stanziatasi nel IX secolo nelle valli dell’Umbria e poi nella valle dell’Esino intorno all’anno Mille. Una famiglia Jesina che espresse personalità di spicco. Una di queste fu Antonio Colocci (1820–1907), fervente patriota, prese parte alle vicende risorgimentali e con l’avvento dell’Unità d’Italia entrò in Parlamento come deputato e poi come senatore. Sposò Enrichetta Vespucci, ultima discendente della casata del famoso navigatore fiorentino, dalla quale ne ereditò anche il titolo di duca. Fu così che nel palazzo hanno vissuto gli ultimi discendenti di Amerigo Vespucci e ospita la Casa Museo Marchese Adriano Colocci Vespucci.

Descrizione

Antica residenza gentilizia dei marchesi Colocci, probabilmente la struttura originaria risale al XV secolo. Così come appare oggi, il palazzo è la risultante di una serie di interventi realizzati nei secoli XVI e XVII che hanno occultato la fisionomia rinascimentale dell’edificio.

Il palazzo resenta una facciata lineare in laterizio e portale bugnato che dà accesso all’ampio elegante scalone, sorretto da colonne, di ispirazione vanvitelliana realizzato tra il 1744 e il 1746 dall’architetto romano Pietro Paolo Alfieri. In un’antica lapide posta lungo lo scalone si legge: “Satis antiquate opes optimi more set studia bonarum artium domum hanc nobilitarunt” (“l’antica potenza, gli ottimi costumi e gli studi delle arti nobilitarono a sufficienza questa casa”).

Il piano nobile conserva bei soffitti a padiglione, notevole quello del salone delle feste decorato da affreschi illusionistici di Luigi Lanci. Dal 1985 il Palazzo è sede del Museo Adriano Colocci.

Palazzi di Jesi: Palazzo Colocci

Palazzo del Comune

Il Palazzo Comunale di Jesi è eretto sulle fondazioni della Rocca urbana realizzata da Baccio Pontelli. I resti di questa costruzione che iniziò ad essere demolita già nel 1527 consistono in una massiccia struttura di una torre di rinfianco visibile nei sotterranei, non visitabili. Il Palazzo Comunale venne costruito alla fine del sec. XVI, su disegno dell’architetto urbinate Lattanzio Ventura, per ospitare la Magistratura cittadina costretta a trasferirsi nel 1585 dal Palazzo della Signoria per dar posto al Governatore Pontificio.
Nell’occasione, venne anche realizzato l’attuale atrio di ingresso e un porticato come quello dell’adiacente Palazzo Ricci che venne poi chiuso nel 1773 per problemi di stabilità

Descrizione

La facciata si presenta con scansioni geometriche lineari a tre ordini di finestre munite di cornici. Nell’atrio sono conservati cimeli storici e lapidi, di cui una riporta la trascrizione della famosa lettera fatta pervenire agli jesini, nell’agosto del 1239, da Federico II per esortarli a passare dalla sua parte nella lotta contro il Papato. Al primo piano si trovano: la Sala del Consiglio, con belle prospettive architettoniche alle pareti dipinte dall’artista Lorenzo Daretti (sec. XVIII); la Sala della Giunta, la Sala degli Sposi, attualmente del Sindaco. Quest’ultimo ambiente è un piccolo gioiello neoclassico, con volta a botte, decorato con cassettoni dipinti a lacunari e rosoni, terminante in una nicchia absidata, decorata a losanghe che racchiudono leggiadre figure femminili danzanti. Sulla volta, opera dell’artista Felice Giani (1758–1823) e dell’ornatista mantovano Gaetano Bartolani, che le realizzarono alla fine del sec. XVIII, una raffigurazione a tempera ricorda il Sacrificio di Virginia, eroina romana celebrata anche da Vittorio Alfieri, mentre nel catino, figura una rappresentazione allegorica con l’Incoronazione della Giustizia da parte della Felicità.

Palazzi di Jesi: Palazzo Comunale

Palazzo della Signoria

Il Palazzo della Signoria è la sede originaria della Magistratura Cittadina. Nel 1586 è ceduto al Magistrato Pontificio e da allora diviene il Palazzo del Governatore fino all’Unità d’Italia.
Una delle particolarità è che nonostante si chiamasse “Palazzo della Signoria”, non ospitò mai una “Signoria” di Jesi, fu il palazzo del Comune, il palazzo dei Príori, il palazzo del Governo, una prigione, una scuola ed anche un mercato. Quindi il nome nonostante non sia appropriato, non è mai stato cambiato.
L’edificio, progettato dall’illustre architetto senese Francesco di Giorgio Martini, viene realizzato tra il 1486 e il 1498.
Al di sopra del grande portale d’ingresso è posta un’edicola rettangolare con all’interno un grande leone rampante, stemma della città. Parte interessante del palazzo è il cortile porticato interno, su disegno del famoso architetto fiorentino Jacopo Tatti detto il Sansovino, con tre ordini di logge sebbene l’ultimo non sia mai stato completato.

Biblioteca Planettiana

La Biblioteca comunale Planettiana, collocata nel rinascimentale Palazzo della Signoria, opera del celebre architetto senese Francesco di Giorgio Martini, fu fondata nel 1859 grazie alla donazione della libreria del Marchese Angelo Ghislieri e prende il nome dal prezioso fondo librario ed archivistico donato dalla famiglia Pianetti al Comune di Jesi. Al suo interno sono custoditi numerosi fondi antichi composti da manoscritti, incunaboli, cinquecentine, frutto di donazioni e depositi da parte di enti e di privati. A questa raccolta va aggiunto l’Archivio storico comunale e numerosi archivi di enti e di privati, importanti risorse per ricerche e studi sulla storia locale e circondariale di Jesi. Anche la sezione di pubblica lettura, si è andata incrementando costantemente anche nelle sezioni dei periodici e quotidiani, quella locale, la fototeca, la biblionastroteca per non vedenti e la sezione speciale per ragazzi.

Biblioteca dei Ragazzi

La Biblioteca dei Ragazzi è una sezione “speciale” della Biblioteca Comunale Planettiana dedicata agli utenti di età compresa fra 0 e 14 anni. Istituita nel 1964 rappresenta una delle più longeve esperienze italiane di Biblioteca per Ragazzi. Nel corso di quasi 50 anni di attività ha saputo dare risposte efficaci alle varie generazioni di piccoli lettori che si sono succedute offrendo innanzitutto materiali sempre aggiornati e di grande qualità editoriale, mantenendo un’attenzione particolare e costante nei confronti di tutte le problematiche legate all’educazione e al benessere dei cittadini più piccoli, partecipando attivamente all’evoluzione culturale e sociale degli ultimi decenni. La Biblioteca dei Ragazzi si pone infine nei confronti della Scuola e di tutte le altre agenzie educative del territorio in una posizione di servizio e collaborazione, offrendo la propria competenza e il patrimonio di cui dispone a quanti intendano operare in qualsiasi forma a favore di tutti i bambini e i ragazzi della Città senza alcuna distinzione.

Curiosità

Sulla facciata è possibile notare, a sinistra del portone, una curiosità: una lastra di marmo dedicata a Papa Alessandro Sesto riporta delle linee, queste erano le unità di misura ufficiali dell’epoca, la canna e il passo e il trapezio serve per misurare senza errori tegole e mattoni. Non tutti avevano in casa il metro che abbiamo oggi regolarmente in casa e si affidavano alle misure in piazza.

Palazzo ex Appannaggio

Le suore Clarisse di Santa Chiara si trasferirono, nel 1604, dal quello che era il vecchio convento, attuale Palazzo Pianetti Vecchio, nel grandioso monastero voluto dalla nobiltà jesina e costruito nell’area dell’attuale ex Appannaggio.

A seguito delle vicende napoleoniche, il convento venne espropriato e passò di proprietà ad Eugenio di Beauharnais, Duca di Leuchtemberg. Ceduto nel 1845 allo Stato, passò alcuni anni più tardi al Comune che lo fece risistemare dall’ingegnere Raffaele Grilli per nuove funzioni pubbliche.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ex Appannaggio

Palazzo Ricci

I Ricci sono un’antica famiglia jesina, tra le maggiori della città dalla seconda metà del 1500. Combatterono per la Chiesa e parteciparono al governo della comunità locale fino all’Ottocento.

Descrizione

Il Palazzo Ricci è un’antica dimora nobiliare di Jesi e costituisce uno dei migliori esempi dell’Architettura rinascimentale della città. L’edificio, a due piani, si erge su un portico a sei archi a tutto sesto intercalati da lesene. Caratteristica del palazzo è la bella facciata principale, rivestita a bugnato a punta di diamante in pietra bianca d’Istria, che si ispira al celebre Palazzo dei Diamanti di Ferrara e al più vicino Palazzo Mozzi di Macerata, realizzato appena qualche anno prima. La facciata neoclassica, su tre arconi e scandita da possenti colonne.

Storia

Il terreno si addossava alle mura cittadine, sul luogo dell’allora Rocca Pontelliana quando nel 1544 Vincenzo di Costantino Ricci commissionò la ricostruzione del palazzo cittadino all’architetto Guido di Giovanni da Bellinzona, poi a Pierantonio di Baldassarre da Carena, e terminati da due costruttori jesini, Guido di Giovanni e Giovanpietro di Beltrani nel 1547. Con l’abbattimento della “Rocca Pontelliana”, nel 1890, il palazzo venne notevolmente ampliato sul terreno fino ad allora occupato dal torrione meridionale della fortezza. Fu allora che si realizzò il prospetto posteriore che dà sulla centrale Piazza della Repubblica.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ricci

Palazzo Ripanti

La nobile famiglia Ripanti è presente a Jesi già dal secolo XIII; ad essa appartenevano personaggi di prestigio come Angelo, vescovo di Jesi dal 1505 al 1512, altri furono cavalieri di Malta, altri amministratori pubblici e umanisti.

Storia e descrizione

La sede si estende per tutto il fronte meridionale di piazza Federico II e costituisce un complesso residenziale tra i più vasti della città. In origine il palazzo aveva dimensioni più piccole rispetto ad oggi: nel 1500 venne ampliato per volere di Girolamo Ripanti. Nel 1724, i Ripanti con il conte Emilio acquistano dalla famiglia Grizi l’adiacente edificio già Ospedale di S. Lucia e poi, dal 1601 al 1724, residenza della famiglia Grizi. Il vecchio palazzo di famiglia venne collegato alla nuova proprietà tramite un portico e la famiglia provvide alla decorazione delle due facciate riservando la migliore al proprio palazzo. L’ex ospedale fu risistemato soltanto al suo interno, ricavandone un nuovo monumentale scalone a tre rampe, il teatro e le sale decorate da Domenico Valeri.
Per i rifacimenti i Ripanti si avvalsero dei contributo degli architetti Angelo e Andrea Vici di Arcevia, ispirati alla scuola Vanvitelliana. Alla fine del XVIII sec. il portale barocco fu trasformato in stile neoclassico, sormontato da un terrazzo sorretto da due colonne e presenta tre ordini di finestre con architravi ornati alternativamente da emblemi della conchiglia, del sole nascente e dell’aquila (questi ultimi due compaiono anche nello stemma di famiglia). Lo scalone monumentale viene decorato con statue dello scultore Giocchino Varlé giunto nelle Marche a seguito del Vanvitelli, inoltre venne chiusa una parte del cortile.
Il prospetto di rappresentanza è costituito da mattoni a faccia-vista e colonne, inferriate in ferro e finestre ampie e colorate (sulla facciata c’è una lapide che ricorda la nascita di Federico Il nel 1194). Le altre facciate sono semplici (mattoni) con finestre prive di decorazioni.
Le stanze, all’interno, presentano decorazioni ai soffitti. Attualmente l’edificio è proprietà della Cassa di Risparmio e del Comune di Jesi, e utilizzato per abitazioni, ma in particolare per uffici.

Museo Diocesano

Il Museo Diocesano di Jesi è stato fondato nel 1966 con lo scopo di raccogliere, conservare e valorizzare le testimonianze dell’arte religiosa provenienti da tale territorio. Ad oggi custodisce un cospicuo patrimonio di beni culturali appartenuto alle chiese della Diocesi, e si colloca temporalmente tra il IV e il XIX secolo. Il museo è ospitato in alcuni locali di Palazzo Ripanti Nuovo, a fianco della Cattedrale di San Settimio, e si propone come luogo di incontro tra il bello e il sacro, tra le tradizioni sedimentate nei secoli dalle comunità cristiane della Vallesina e la comunità che oggi vive questo territorio. Non solo custode di memoria, il museo possiede anche una ricca sezione di arte contemporanea, frutto dell’odierno dialogo tra arte e fede negli artisti locali e nazionali.

Biblioteca Diocesana Cardinale Pier Matteo Pietrucci

La Biblioteca Diocesana Card. Pier Matteo Petrucci (1636–1701) ha da diversi anni una definitiva e funzionale sistemazione nel settecentesco Palazzo Ripanti, in Piazza Federico II, con ingresso in via Santoni n.1. Costituita dai fondi antichi dei Padri dell’Oratorio, dei Padri Conventuali una volta in S. Floriano e con quelli del vecchio Seminario, aggiornata più recentemente con i contributi di sacerdoti anche viventi, di privati e con acquisti mirati, dispone di oltre 30 mila volumi. Le preziose cinquecentine e il fondo filippino che si lega alla biblioteca personale del Card. Petrucci Vescovo di Jesi, figura eminente di vescovo e di scrittore, coinvolto nella crisi quietista, sono di grande interesse. L’impronta che la caratterizza è quella di una biblioteca biblica, teologica, storica, ascetico-agiografica, con una ricca presenza di Arte a carattere religioso. Dispone anche di una parte archivistica raccogliendo il fondo storico della Parrocchie della città e del comune di Jesi, specie di quelle parrocchie nelle quali non risiede più il parroco.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ripanti Nuovo

Palazzo Pianetti — Tesei

Antica famiglia originaria di Urbino, giunse a Jesi nel 1551 e si stabilì in contrada detta “il Piano”, e per questa ragione vennero chiamati i pianetti. Arrivati a Jesi come lavoratori, amministrarono talmente bene le loro finanze che cento anni dopo risultavano tra i più ricchi della zona. Un prerequisito, questo, che nel 1659 permise loro l’aggregazione alla nobiltà jesina. Risale alla fine del Settecento la costruzione del Palazzo Pianetti, che doveva simboleggiare il tenore di vita della famiglia.

Storia

Palazzo Pianetti fu costruito alla metà del Settecento ed è un capolavoro del rococò italiano. E’ il più importante dei Palazzi Storici di Jesi e del territorio e l’unico esempio in Italia di stile Rococò di influsso mitteleuropeo. La lunghissima facciata è aperta da cento finestre, mentre sul lato posteriore vi è un bellissimo giardino all’italiana.

Il Palazzo venne costruito nella zona detta “Terravecchia”, a ovest, appena fuori le mura della città, dove soprattutto fra ‘600 e ‘700 si insediarono le nobili famiglie cittadine a causa dei terremoti che devastavano la città vecchia. Il Marchese Cardolo Maria Pianetti, appassionato d’alchimia, e già architetto di Carlo VI d’Asburgo, disegnò un progetto per la costruzione della nuova residenza di famiglia in un gusto riecheggiante lo stile austriaco. Il progetto definitivo fu affidato al pittore e architetto di JesiDomenico Valeri, che ne avviò la costruzione a partire dal 1748. L’edificio si compone di un corpo centrale che si affaccia su un giardino all’italiana cinto da mura terrazzate. La facciata principale, con le sue cento finestre, venne realizzata su progetto dal bolognese Viaggi, allievo dell’architetto Alfonso Torreggiani ispirandosi alla facciata di palazzo Aldovrandi di Bologna già opera del suo maestro. La facciata che dà sul giardino, è invece dovuta all’architetto veneziano Antonio Croatto. Secondo l’uso tipico del XVIII secolo, il Palazzo si sviluppa in due piani più mezzanino. Nel corso del tempo vennero apportate varie modifiche all’edificio, e si pensava anche alla realizzazione di una biblioteca, ad uso anche pubblico, che raccogliesse il cospicuo patrimonio librario accumulato via via dai membri della famiglia, ma che in seguito all’occupazione napoleonica della città non venne mai realizzata; tuttavia oggi costituisce il nucleo centrale della Biblioteca Civica. Nella metà del XIX secolo, in occasione del matrimonio fra il Marchese Vincenzo Pianetti e la Contessa fiorentina Virginia Azzolino, si diede inizio a una serie di lavori di ristrutturazione del Secondo piano, volti anche alla creazione di uno scalone d’onore che dia miglior acceso ai piani del palazzo. I lavori iniziarono a partire dallo scalone decorato a Trompe-l’œil nel 1858 sotto la direzione dell’architetto Angelo Angelucci da Todi.

La Galleria degli Stucchi

La Galleria, ricavata nella facciata interna del Palazzo, ne occupa tutta la sua lunghezza. La Galleria degli stucchi, rappresenta un esempio unico di decorazione rococò con stucchi e affreschi di stampo mitteleleuropeo realizzati tra il 1767 e il 1770 dallo stuccatore e pittore milanese Giuseppe Tamanti al quale si affiancarono Giuseppe Simbeni e Andrea Mercoli. Le scene lagunari e gli ornati dei parapetti di porte e finestre, eseguiti tra il 1771 e il 1779, furono eseguiti dall’aquilano Giuseppe Ciferri. Il sontuoso arredo che si iniziò a costruire nel 1771 è andato perduto. Il tema pittorico è quello dell’avventura dell’Uomo nel tempo e nello spazio. Sulle pareti e nella volta è raffigurato il Tempo che scorre, i Mesi, i Segni Zodiacali, le Quattro Stagioni; il ciclo degli Elementi primari della natura, Terra, Acqua, Aria, Fuoco; i Quattro continenti allora conosciuti, Europa, Africa, Asia, America. Negli ovali, scene lagunari e marine, sviluppano il motivo del percorso dell’uomo verso la conoscenza sorretto dalle Arti liberali di Pittura, Scultura, Architettura e Musica. Nella volta dell’esedra finale, che funge da cardine tra la Galleria e la prima della fuga di stanze adiacenti, si svolge il tema delle Virtù cardinali, e negli stucchi sovrapporta le allegorie del Giorno e della Notte.

Le Stanze di Enea

Le “Stanze di Enea” che devono il nome al mito di Enea raffigurato nei soffitti a volta a padiglione, sono sei locali disposti in successione formando una “fuga”, secondo i canoni dell’architettura del XVIII sec.. Esse si sviluppano tra la Galleria degli Stucchi e il prospetto principale del palazzo, sul quale si affacciano. Le pitture furono eseguite a tempera tra il 1781 e il 1786 da Carlo Paolucci di Urbino e Placido Lazzarini di Pesaro, ispirandosi alle incisioni di un manoscritto dell’Eneide della Biblioteca Vaticana. La Galleria degli stucchi era terminata da tempo ed ora una nuova corrente pittorica cercava di imporre i suoi dettami. E’ così che con le Stanze di Enea si raggiunge un compromesso fra la decorazione Rococò con i suoi scorci illusionistici e una certa esuberanza di motivi ornamentali come festoni, fregi, mascheroni, medaglioni, puttini e la compostezza formale e il distacco sentimentale del Neoclassicismo. Il tema delle sei stanze ha inizio dall’Esedra. La prima vede rappresentate le “Leggende Troiane”, antefatto del racconto virgiliano: Il “Sogno di Ecuba; lo “Sbarco di Elena a Troia; “Achille nell’isola di Sciro”, Il “Ratto di Ganimede”; Il “Sacrificio di Ifigenia. Nelle successive tre sale sono ricordati i primi sei libri del poema coi soggetti di “Enea che fugge da Troia in Fiamme” (ritenuto il capolavoro del ciclo), “Venere implora la benevolenza di Giove”, i “Penati appaiono in sogno ad Enea”, “Enea incontra la Sibilla Cumana”, “Enea incontra il padre Anchise nell’Averno”; quelli più vicini all’Odissea omerica. La quinta stanza riporta alcuni soggetti narrati dagli ultimi sei libri dell’Eneide, fra cui “Enea viene catturato dal vecchio Japige”, “Enea sbarca a Pallanteo per ottenere aiuti miliari da Evandro”, “Enea uccide Turno”; che ricordano maggiormente l’Iliade. L’ultimo ambiente, il Salone delle Feste, è destinato alla celebrazione della Poesia con la scena centrale di “Apollo incorona Virgilio sul Parnaso”. Intorno compaiono anche dei monocromi verdi con il mito di “Orfeo ed Euridice. Le scene, racchiuse in cornici dipinte a Trompe-l’œil, riportano in genere azioni corali.

L’Appartamento Privato dei Marchesi

Le stanze che si trovano al Secondo piano sono quelle della vita quotidiana della famiglia Pianetti. Composte di sale, salotti, guardaroba, camere da letto e da toilette, sono state realizzate e decorate in periodi diversi. Tutto l’appartamento subì forti rimaneggiamenti in occasione del matrimonio fra il Marchese Vincenzo Pianetti e la Contessa fiorentina Virginia Azzolino avvenuto nel 1859. Già l’anno prima i lavori iniziarono sotto la guida dell’architetto Angelo Angelucci da Todi. Lo stile delle decorazioni, in particolare delle stanze che danno sul giardino, sono realizzate a grottesche di un sapore ancora settecentesco e rococò con raffigurazioni imperniate sulle grazie di Venere, maestra delle arti amatorie. Se alcune pitture non sono di facile attribuzione altre sono certe come quelle di Luigi Lanci di Fabriano e di Fortunato Morini di Ancona. Particolarmente raffinata risultano la Caffè-House, sorta di salotto rotondo con cupola piatta dall’impressionante acustica; l’Alcova e le stanze che si affacciano sul prospetto principale, sono state decorate dopo la morte della Contessa Virginia, a partire dal 1877 ad opera del fiorentino Olimpio Bandinelli in un sapore neo-rinascimentale. L’anticamera e la sala da pranzo sono di gusto risorgimentale con l’Allegoria dell’Italia nella prima e i cammei dei “geni italici” (Tiziano, Leonardo, Michelangelo e Raffaello) nella seconda come volute da volute dalla figlia, la Contessa Emilia Pianetti.

Il Giardino

E’ un giardino non di grandi dimensioni realizzato a partire dal 1748 su progetto dello stesso dell’architetto e pittore Domenico Valeri del palazzo e completato solo nel 1764. Rappresenta un gradevole “salotto e teatro all’aria aperta”per il sistema di scale e terrazze con le mura che lo che fanno da “spalti”. Un “giardino all’italiana” con un buon corredo di statue a soggetto mitologico realizzato intorno al 1756 dallo scultore Antonio Bonazza da Padova. due sculture semi sdraiate della “Fama” e del “Tempo”, le sculture (oggi in diversa collocazione) delle Virtù che nobiliari: “Prudenza”, “Giustizia”, “Fortezza”, “Nobiltà”, “Generosità” e “Temperanza”; i 12 puttini che in gruppi di quattro rappresentano le parti del giorno, gli elementi naturali e le stagioni sulla cancellata in ferro battuto continua nell’entrata al giardino, la “Fama” e il “Tempo”. Le statue degli spalti sviluppano il tema dell’”Abbondanza”, con Bacco, Cerere, Vertumno e Pomona; e della “Fertilità”, con Ercole, Jole, Flora e Zefiro. Nelle scale e nelle terrazze è il tema della “Ragione” che controlla la “Natura”, rappresentate tramite “Divinità pagane” dove a Mercurio si contrappone Palaistra, a Saturno Opis, a Marte Venere, ad Apollo Diana, e a Giove Giunone. Dalle vasche e fontane emergono cavalli marini, delfini e divinità marine come Nettuno, Glauco, Galatea e Anfitrite, atte a svolgere il tema del “Rinnovamento” rappresentato dell’acqua. Del famoso orologio che Francesco Livisati costruì nel 1753 oggi resta solo il quadrante dipinto sul timpano della prospettiva architettonica. imperniato sulla torretta centrale che funge da prospettiva architettonica di fondo.

Pinacoteca Civica

La Pinacoteca Civica ospitata nel prestigioso Palazzo Pianetti è uno dei più importanti tesori della città che dal 1981 conserva un’interessante collezione d’arte che va dalla prima metà del ‘400 fino ai nostri giorni. Esposte nelle sale fra le opere maggiori i dipinti eseguiti da Lorenzo Lotto per chiese e confraternite cittadine. Il nucleo lottesco è composto da opere di primaria importanza per l’arte rinascimentale italiana: dalla Deposizione, un olio su tavola datato 1512 rencentemente restaurata e tornata a nuova vita, alle opere della maturità, come la Pala di San Francesco al Monte e la monumentale Santa Lucia davanti al giudice(1532). La Visitazione (1530), L’Annunciazione, la Madonna col Bambino e santi, San Francesco che riceve le stimmate (1526), San Gabriele, Annunciata (1526). Importanti per ricostruire il percorso artistico delle città sono inoltre la tavola di Nicola di Maestro Antonio d’Ancona, le opere di Giuliano Presutti, di Pietro Paolo Agabiti, del Pomarancio. Collezione in continua crescita, visto che grazie al Premio Rosa Papa Tamburi ogni anno si arrichisce con nuove opere d’arte. Vi sono custodite, inoltre, epigrafi funerarie, terrecotte robbiane, vasi da farmacia e ceramiche.

Curiosità

Con la sua lunghezza complessiva di 76 metri la Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti-Tesei di Jesi risulta essere la galleria settecentesca più lunga d’Italia dopo quella di Diana della Reggia di Venaria Reale nei pressi di Torino.

Palazzi di Jesi: Palazzo Pianetti

Palazzo Pianetti Vecchio

Risale alla seconda metà del XVI secolo realizzato su progetto di Raffaele Spacciolo da Urbino. Il Palazzo che è stato proprietà dei marchesi Pianetti fino agli inizi del secolo scorso, fu inizialmente il primo convento delle Clarisse, che vi si stabilirono fra il 1579 e i 1604 e vi si trova la chiesa di San Bernardo.

Studio per le Arti della Stampa

Lo Studio per le arti della stampa di Jesi è stato istituito nel 2000 per documentare la lunga e importante tradizione tipografica della città che ha visto per prima la nascita, nella regione Marche, di una tipografia e, contestualmente, la stampa di una delle prime edizioni della Divina Commedia, nel 1472, ad opera del tipografo Federico de’Conti. Il museo ha sede nel cinquecentesco palazzo Pianetti vecchio e si sviluppa in un ampio e luminoso salone dove, in uno scenario suggestivo e di grande effetto visivo, sono esposti torchi e macchine da stampa di varie epoche insieme a libri rari e di pregio. Pertanto il percorso museale evidenzia e approfondisce i due aspetti che caratterizzano l’invenzione che ha cambiato la storia del sapere umano: i macchinari tipografici e i libri come prodotto finale.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa di San Bernardo

Palazzo Ghislieri Nuovo

I Ghisleri sono il ramo jesino della antichissima famiglia dei Ghislieri di Bologna stabilitosi a Jesi verso il Mille. Per secoli tennero in mano il potere economico a Jesi: nel 1400 risultavano essere i maggiori possidenti. Nella chiesa di San Floriano i Ghislieri avevano in patronato una cappella con tombe di famiglia; nel 600 ricevettero beni in eredità dalla famiglia Amici e in cattedrale il loro patronato dell’altare di San Biagio.

Descrizione

Prospettante su piazza Federico II, venne costruito verso la fine del Settecento sull’area su cui si ergeva un edificio fortificato a mo’di castello, risalente al XIII secolo. Nella seconda metà del sec. XV, a seguito dell`avanzamento della porta urbica adiacente (attuale porta Garibaldi), viene rimodellata tutta l’area limitrofa alla chiesa di S. Floriano, compresa quella dell’antica residenza della famiglia Ghislieri. Nell`Ottocento l`architetto Raffaele Grilli di Jesi ristruttura il palazzo nelle forme attuali, aprendo un cortile rettangolare davanti al prospetto principale. La facciata principale è “decorata a bugnato, con pietre angolari e cornici alle finestre, mentre il prospetto in via del Fortino è semplice e senza decorazioni”.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ghisleri

Palazzo Ghislieri — Scalamonti o Ghislieri Vecchio

Il palazzo viene costruito alla fine del `400 per volontà di Gregorio Ghislieri, sull’impianto di un preesistente edificio medievale, di cui rimane ancora una torretta nell’angolo sud-est.
Si accede nel palazzo attraverso un arco che immette in un piccolo cortile con una bella scala trecentesca e un antico pozzo. In cima alla scala, un portale in pietra “con gli stipiti ad alto rilievo rappresentanti elmi, scudi e corazze, intrecciati a grandissimi fregi”; vi si legge il nome dell’antico proprietario: Gregorius de Jsleriis, 1492. Al secondo piano, una sala con grandi tempere su tela raffiguranti noti monumenti architettonici di Roma”. Sulla facciata che prospetta in via del Fortino vi sono due lapidi: una raffigurante lo stemma gentilizio con la scritta Jovannes de Jsleriis,1500, l’altra lo stemma stellato e la mitria del vescovo Tommmaso Ghislieri con la scritta Tomas Jslerius Epus Esinus, 1505.

Palazzi di Jesi: Palazzo Ghisleri Scalamonti

Palazzo Amici — Honorati

Gli Amici erano un’antica famiglia nobile di Jesi, nel 1500 era la maggiore proprietaria terriera della zona. Seppellivano in duomo all’altare di San Biagio. La famiglia Amici si estinse 1629 e buona parte dei beni passò in eredità ai Ghislieri ma non il Palazzo che passò agli Honorati.

Storia e descrizione

Il palazzo Amici, la cui costruzione risale al XVI secolo, era uno dei più importanti palazzi del Rinascimento a Jesi. Ubicato all’incrocio tra cardo e decumano massimi occupa un intero isolato, in parte sulle fondamenta del teatro romano. Subì, nel secolo successivo, modifiche e restauri (le finestre del secondo piano risalgono al 1605, quelle del primo al 1619). L’elegante portale fu eseguito nel 1526, e la data è leggibile, da un seguace di Francesco di Giorgio Martini. Nella smussatura del palazzo, all’angolo con piazza Federico II, all’altezza del solaio del primo piano, su una pietra sorretta da una mensola che sorregge un mascheroncino si legge: “Humilitas odiosa superbis — 1534”. (L’umiltà è odiosa ai superbi).

Palazzo dei Convegni

Nasce come uno dei primi alberghi di Jesi, al tempo alloggio per pellegrini. Passò poi alla Congregazione delle Convertite e dopo 1637 trasformato nel monastero delle Suore Clarisse della SS. Annunziata di clausura nel 1664. Nel 1881, le suore lo abbandonarono e l’edificio fu ristrutturato su disegno dell’ing. Antonio Benvenuti. Negli ampi ambienti dell’ex chiesa a pianterreno, lo scultore Ottaviano Ottaviani vi eseguì dieci grandi medaglioni raffiguranti i primi scienziati italiani. In questo salone e nei locali attigui trovò posto l’ufficio postale, inaugurato il 20 settembre del 1885. Nel 1971 le Poste si trasferiscono e il Comune destina il palazzo a sede per convegni e manifestazioni artistiche e culturali.

Palazzi di Jesi: Palazzo dei Convegni

Palazzo Franciolini

Palazzo Franciolini ci fa conoscere una famiglia che seppe conquistarsi il posto in società anche facendosi onore in battaglia fuori dai confini italici. Stabilitasi a Jesi nel 1287, forse proveniente dalla Francia, per l’etimologia del nome per la presenza del giglio di Francia sullo stemma e sul cimiero, fu per oltre cinque secoli una delle maggiori famiglie di Jesi. Nel 1500 figurava tra le venticinque più importanti casate jesine. Alla fine del 1700 era l’ottava maggiori contribuente della città. Per almeno due secoli i suoi membri, che ottennero nel Settecento il titolo di conti, parteciparono al governo dello Stato jesino. Famiglia di illustri guerrieri che si distinsero nella difesa contro i Turchi.

Descrizione

Il Palazzo Franciolini si erge nella piazzetta della chiesa di San Pietro Apostolo. Costruito nel XVI secolo, ha subito in seguito lavori che lo hanno alterato in larga parte. La bellezza originaria del palazzo si ritrova nel portale in pietra d’istria al centro della facciata principale con semicolonne e stipiti decorati con mascheroncini e la rosa pentafilla e il giglio di Francia. Infine le quattro finestre al primo piano, andando da destra a sinistra, presentano, nello spazio tra l’arco e la cornice, nei due angoli diametralmente opposti: la prima, due angioletti, uno per lato, la seconda, due maschere, la terza, due ramoscelli con campanule, la quarta, un mezzo busto di un guerriero con elmo e visiera e il mezzo busto di una donna con una vistosa coda di cavallo.

Palazzi di Jesi: Palazzo Franciolini

Palazzo Mereghi

Inizialmente era il Monastero di S. Anna, dell’ordine delle Benedettine fondato nel sec. XVII, in cui entrarono molte nobili jesine e forestiere. Espulse le monache nel 1863, buona parte del convento divenne proprietà della famiglia Mereghi che nel costruire il proprio palazzo nel 1880 incorporò anche la chiesa che venne nel 1881, dal marchese Raffaele Mereghi, restituita al culto come cappella privata. All’interno un ampio cortile. Da segnalare la bellissima ringhiera in ghisa dello scalone.
Apparteneva al Palazzo Mereghi la collezione unica al mondo di elementi originali dei un teatrino per marionette (fine 700, inizi 800) conservata ora presso il Teatro Studio Valeria Moriconi.

Palazzi di Jesi: Palazzo Mereghi Ex Convento delle Benedettine di S. Anna

Palazzo Vescovile

Il Palazzo fu eretto nel 1200 ed era di dimensioni più ridotte rispetto all’attuale. Venne restaurato nel 1470 circa quando si procedette con i lavori di riedificazione della cattedrale. Fu abbellito nei primi anni del 1500 ed ampliato circa cinquant’anni dopo, dal vescovo Gabriele Del Monte: gli stipiti delle porte ce lo ricordano. Fu ulteriormente ampliato nella sua parte occidentale verso il 1620. Il vescovo Antonio Fonseca nel 1737 vi fece costruire l’attuale cappella in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo di un fulmine caduto a lui vicino in episcopio. Nel 1837, il cardinale Pietro Ostini incarica l’architetto Raffaele Grilli e il pittore Vincenzo Donnini, per i lavori di rinnovò totale dell’edificio alle forme attuali.

Palazzi di Jesi: Palazzo Vescovile

Teatro Giovan Battista Pergolesi

Il Teatro Pergolesi di Jesi è un edificio monumentale di architettura neoclassica, uno dei più notevoli esempi di sala per spettacoli di fine Settecento.

Storia e descrizione

Nel 1790 venne iniziata la costruzione dell’allora Teatro della Concordia nel 1790 a sostituzione del vecchio Teatro del Leone(1731), ormai non più adeguato alle esigenze dell’epoca, per volere e finanziato dalla società di condomini costituita da 54 nobili Jesini, che sottoscrivono l’acquisto dei palchetti dell’erigendo teatro, con il sostegno del Governatore Pontificio mons. D. Pietro Gravina dei Grandi di Spagna. Il Teatro viene inaugurato nel 1798 su progetto originale dell’architetto fanese Francesco Maria Ciaraffoni ma ampiamente rivisto dall’architetto imolese Cosimo Morelli, uno dei più rinomati specialisti dell’epoca nella progettazione teatrale. Morelli provvide ad allargare la pianta ed il boccascena e diede la definizione dell’ampia curva ellittica della sala, da cui dipende la sua ottima acustica. Inoltre rivide il disegno della facciata creando un alto basamento a bugnato liscio con un motivo ad arcate in asse con le finestre a timpano dei piani superiori. La progettazione scenico-arredativa interna si deve all’architetto Giovanni Antonio Antolini, mentre gli apparati decorativi e le pitture a due famosi artisti neoclassici: Felice Giani, che insieme all’ornatista Gaetano Bartolani e gli aiuti Francesco Micarelli e Giuseppe Guiducci dipinse le “Storie di Apollo” sulla volta della sala. La struttura interna, di forma ellittica, è delimitata da tre ordini di palchi più il loggione. Nel corso dell’Ottocento numerosi sono gli interventi a cui viene sottoposto il teatro: dalla sistemazione della piazza antistante nel 1828 ai lavori di ampliamento tra il 1834 e il 1837 sino all’installazione nel 1839 dell’orologio monumentale sulla facciata, dono del principe Beauharnais dopo la sua visita a Jesi. Nel 1850 viene realizzato dal pittore di Jesi Luigi Mancini il sipario storico, in cui è raffigurato l’ingresso di Federico II a Jesi, dove il grande imperatore svevo nasce nel 1194 ma dove in realtà non tornò mai. Nel1883 il teatro acquisì la denominazione definitiva di “Teatro Giovanni Battista Pergolesi“, in omaggio al celebre compositore nato a Jesi nel 1710. Il ridotto e il foyer ospitano collezioni dedicate alla vita e alle opere dei due celebri compositori Giovanni Battista Pergolesi e Gaspare Spontini, nato nella vicina Maiolati nel 1774.

Monumenti di Jesi: Teatro Pergolesi

Gli altri Palazzi di Jesi

  • Palazzo Battaglia
  • Palazzo Boffi
  • Palazzo Bonafede
  • Palazzo Cacciamali
  • Palazzo Carboni
  • Palazzo Fiasconi
  • Palazzo Flori
  • Palazzo Fossa Margutti
  • Palazzo Greppi
  • Palazzo Grizi
  • Palazzo Leopardi
  • Palazzo Magagnini
  • Palazzo Malatesta-Scalavolti
  • Palazzo Manuzi
  • Palazzo Marcelli-Flori
  • Palazzo Nobili
  • Palazzo Pace
  • Palazzo Rocchi
  • Palazzo Salvoni
  • Palazzo Santoni

Edifici Religiosi di Jesi

Gli edifici religiosi di Jesi non sono fra i più importanti e belli della Regione Marche, sono anche importanti e antichi testimoni della devozione popolare, ricambiata, secondo le testimonianze conservate, con interventi miracolosi a salvaguardia dell’intera cittadinanza.

Chiesa di San Marco

La Chiesa di San Marco di Jesi è uno dei più preziosi gioielli architettonici del gotico religioso della regione Marche e il monumento più importante di architettura religiosa a Jesi.
Sorge su una piccola collina, a breve distanza dal centro storico; la sua costruzione originale sembra risalire alla prima metà del XII secolo.

Storia e Descrizione

Apparteneva inizialmente ai Benedettini, che nel 1218, essendo rimasti in pochi, l’avrebbero donata, insieme al convento, a San Francesco di Assisi. I Francescani iniziano ad occuparsene e tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300 fanno svolgere degli importanti lavori. La facciata di San Marco venne sopraelevata per conferirle uno slancio maggiore, l’interno fu realizzato con tre ampie navate, con la centrale suddivisa in cinque campate, coperte da volte a crociera e sorrette da robusti pilastri ottagonali. La facciata in laterizio, a capanna tripartita secondo il modello lombardo, ripete la divisione interna. Il portale, in marmo bianco cipollino e marmo rosso di veronese, è lievemente svasato o strombato, si vedono sulla sinistra il leone di San Marco e sulla destra un agnello con la croce sul dorso. L’imposta dell’arco è segnata da capitelli corinzi, mentre nella cornice che racchiude il portale corre una ghiera a figura fitomorfa che nasce dalla fauci di una volpe. Sopra il portale campeggia un bel rosone in terracotta di epoca molto più recente, diviso in dodici sezioni da altrettante colonnine tortili radiali. L’interno è a tre navate divise da pilastri ottagonali che sorreggono archi a sesto acuto e volte a crociera su costoloni. All’interno si conservano alcuni affreschi trecenteschi, costituiscono “il più notevole complesso di scuola giottesca nelle Marche”(la Dormitio Virginis, che sarebbe opera di un allievo diretto di Giotto), superstiti del ciclo pittorico che originariamente decoravano la maggior parte delle pareti della chiesa: il “Transito della Madonna“, la “Madonna di Loreto“, la “Crocifissione” e l’”Annunciazione“. Le pitture murali di San Marco hanno dato luogo ad alcune difformità di attribuzione, ma i recenti restauri hanno permesso di chiarire la matrice riminese degli affreschi ricondotti a Giuliano e Giovanni da Rimini e ad artisti di ambito fabrianese. Il più pregevole è quello raffigurante la Crocifissione: il pittore avrebbe inserito nel gruppo delle persone ai piedi della croce alcuni suoi illustri contemporanei: Dante, Petrarca e Boccaccio. Nel 1440, i Francescani abbandonarono la chiesa e si trasferirono in città, nel convento di San Floriano anche se continuarono ad officiarla fino al 1600, quando fu chiusa trasformata in magazzino e durante il periodo napoleonico fu anche deposito di munizioni. All’estremità della navata sinistra c’è un bel monumento funerario rinascimentale (1513) dedicato alla memoria del medico Nolfi attribuito a Giovanni di Gabriele da Como. Fra il 1854 e il 1859 il vescovo Cosimo Corsi la volle restaurare, la chiesa venne riaperta al culto ed in seguito dichiarata monumento nazionale. L’architetto Angelo Angelucci e i pittori Silvestro Valeri di Perugia e Marcello Sozzi di Roma, completarono la decorazione della volta e dei sottoarchi, oltre che degli arredi lignei. In questa chiesa si conserva, dal 1901, la statua in pietra arenaria della Madonna di Loreto, opera dello scultore Stefano d’Onofrio di Jesi, che nel 1657 era stata posta in una nicchia sulla facciata del Palazzo comunale che guarda verso piazza della Repubblica. A causa delle precarie condizioni di stabilità, dal 1967 la chiesa è di nuovo chiusa al culto.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa di San Marco

Chiesa di San Floriano

Anche se non è più consacrata la chiesa di San Floriano mantiene la sua importaza per la città di Jesi, per l’attaccamento della popolazione, per la storia che si lega alla tradizione ed infine per motivi religiosi.
Dalla metà del 1200 fino al 1808 è stata il tempio della “Respublica Aesina” di cui Jesi era la capitale e tutti gli anni il giorno di San Floriano, il 4 maggio, vi si riuniva tutta la comunità di Jesi e del suo Contado per celebrare una fondamentale cerimonia a carattere civile e religioso, la cosiddetta presentazione del Palio di San Floriano fatta dai Castelli soggetti a Jesi i quali in questo giorno dovevano presentare il Palio e i Tributi, quale atto di omaggio e sottomissione.

Storia

La storia della Chiesa di San Floriano è molto più antica. La prima chiesa fu eretta fra il VI e VII, sulle fondazioni di un tempio romano. La chiesa è distrutta da un terribile terremoto dell’847, riedificata successivamente sul luogo di quella presente, anche se orientata differentemente e dedicata a San Giorgio fino ai primi anni del 1400. Secondo una leggenda nel 1411 all’interno della chiesa, in una suntuosa ara di marmo, veniva posto il corpo di San Floriano, trovato miracolosamente intatto nel fiume Esino dopo undici secoli. Nel 1439 venne presa in consegna dai Frati Minori Conventuali che dal 1478, procedettero ad un rinnovamento. Viene cambiato l’ingresso ingresso che si affacciava sullo spazio oggi occupato dal cortile di Palazzo Ghisleri (sono visibili alcune pietre della precedente chiesa romanica) orientandolo verso la piazza. Per ingrandire la chiesa stretta da strade, vennero smussati gli spigoli all’incrocio con la creazione di un ottagono. Vennero costruiti nuovi altari e nuove cappelle, la chiesa incominciò ad arricchirsi di opere d’arte e monumenti sepolcrali. Alcune delle opere più importanti che vi erano conservate furono meritevolmente commissionate dalla Confraternita del Buon Gesù, per conto della quale Lorenzo Lotto eseguì nel 1512 la Deposizione, e la Confraternita di Santa Lucia, per la quale lo stessdipinse, nel 1530 circa, le Storie di Santa Lucia e successivamente l’Annunciazione per un altro committente. La Chiesa come si presenta oggi è frutto dei lavori che furono commissionati dai conventuali allorchè il Comune di Jesi abolì alcune strade fra gli edifici della città. I lavori presero il via ne1743 su disegno dell’architetto Domenico Valeri ad opera dell’architetto Francesco Maria Ciaraffoni che ne progettò gli interni e lo scalone. Presenta un grande tiburio, un elemento architettonico che protegge la cupola e una facciata mai completata. A pianta centrale ellittica, l’interno presenta la bellissima cupola a base ovale decorata in stile tardo-barocco di stucchi e affreschi di Francesco Mancini di Jesi nel 1851 con le Storie di San Francesco eseguiti dal locale a partire dal 1851. Nel 1866 la chiesa veniva chiusa al culto e nel 1869, destinata a sede della biblioteca e della pinacoteca comunali. Nel 1949 la chiesa è stata trasformata in sala di riunioni e nel 2002 in teatro-studio San Floriano, dedicato poi nel 2005, all’attrice jesina Valeria Moriconi nell’anno della sua morte.

Curiosità

La chiesa di San Floriano con nuove trasformazioni della metà del 1700, acquisì una elegante e grandiosa cupola, rivestita di piombo. Nel 1798 i Soldati Napoleonici cacciano i Frati Conventuali e si impossessano delle opere d’arte, asportartando anche il piombo della cupola per farne delle palle per i fucili dell’epoca.

Teatro Studio Valeria Moriconi

Il Teatro Studio, inaugurato nel 2002 nell’ex Chiesa di San Floriano, e intitolato nel 2005 alla mai dimenticata attrice di Jesi Valeria Moriconi (1931–2005), è frutto del progetto dell’architetto Italo Rota. Il teatro di 200 posti possiede una scenografia in stile contemporaneo pressoché permanente, che ben si armonizza con gli elementi architettonici e decorativi tardobarocchi della chiesa. Nell’attiguo convento il Centro Studi Valeria Moriconi conserva ritratti, foto, quadri, bozzetti scenici, manifesti, costumi, documenti e video, per far conoscere e ricordare la grande attrice di Jesi. Sono esposti in permanenza 18 scenari di un teatrino di marionette della metà del Settecento.

Museo Civico Archeologico della Città di Jesi

Il Museo civico archeologico di Jesi e del territorio di Jesi, nei locali del complesso di San Floriano, raccoglie materiali provenienti dalla città romana di Aesis e dalla media valle dell’Esino. I reperti vengono presentati secondo un ordinamento cronologico in tre sezioni, riservate rispettivamente alla preistoria, protostoria (civiltà picena) ed età romana. Tra i reperti più interessanti il lapis aesinensis, documento epigrafico con preziose informazioni sulla viabilità nell’Italia centrale, e il complesso di statue e ritratti di età giulio-claudia.

Chiesa di San Floriano

Duomo di San Settimio

Il Duomo di Jesi è dedicato al fondatore e primo vescovo della diocesi di Jesi, San Settimio (IV sec.), le cui reliquie si venerano sotto l’altar maggiore. La prima Cattedrale venne edificata sulle rovine del tempio di Giove fra il IV e il V secolo, in quella che doveva essere l’area dell’antico foro.

Storia

Nell’874 e per diversi anni Jesi è soggetta a terremoti devastanti, ed anche la Chiesa di San Settimio ne fa le spese e viene chiusa. La Popolazione di Jesi, rifugiatasi nella zona un tempo detta di Terravecchia, per oltre tre secoli adotta come cattedrale la chiesa di San Nicolò. Bisogna attendere il 1227 per vedere iniziati i lavori di riedificazione della Chiesa tanto cara ai cittadini di Jesi e dieci anni (1237) al maestro Giorgio da Como per ultimarla. Una terza cattedrale più sontuosa venne eretta nel 1470 nella stessa area. Sappiamo come descrivervela. Era a tre navate in stile gotico-romano. Possedeva tre porte imponenti sulla facciata con quella centrale, di dimensioni molto più grandi, era incorniciata di marmo bianco con ornamenti floreali policromi; le due ai lati erano quadrate ed circondate di marmo rosso.

Descrizione ed opere conservate

Nel clima di rinnovamento dell’edilizia civile e religiosa del ‘700 il vescovo Fonseca, a sue spese, fece abbattere la vecchia Cattedrale che fu ricostruita tra il 1732 e 1741 su progetto dell’architetto romano Filippo Barigioni. La consacrazione avvenne nel 1742. L’interno si presenta a navata unica e grande cupola emisferica, secondo il gusto neoclassico dell’epoca. Durante il 1700 vengono aperte per volere dei nobili di Jesi diverse Cappelle laterali che verranno nel tempo arricchite con dipinti, decorazioni e arredi liturgici. L’artista architetto di Jesi, Domenico Valeri disegna il coro, poi intagliato in noce da Marco Baroncio nel 1770. Vengono poste le due grandi cantorie lignee rococò munite di organi. Nel 1771 il pittore fiemmese Cristoforo Unterperger realizza la grande pala dell’Istituzione dell’Eucarestia per l’altare del SS. Sacramento. In questo periodo viene abbellita, dei pregevoli stucchi e sculture che la caratterizzano, la cappella di San Rocco. Il nuovo campanile venne alzato tra il 1782 e il 1784 da Francesco Matelicani di Jesi ad imitazione di quello vanvitelliano di Loreto. I quattro pennacchi della cupola furono affrescati da Carlo Paolucci di Urbino e Placido Lazzarini di Pesaro nel 1785. La facciata progettata dall’architetto Gaetano Morichini di Roma, verrà completata nel 1889 dal vescovo Rambaldo Magagnini. In mattoncini rossi e travertino ed è suddivisa in due fasce sovrapposte da un cornicione idealmente sorretto da quattro lesene corinzie lisce. Ai lati del portale portale, costituito da un protiro poco profondo con un timpano triangolare sorretto da due colonne corinzie all’interno di una nicchia, si trovano le statue di San Marcello I (a sinistra) e di San Settimio (a destra). La parte superiore della facciata presenta due bassorilievi marmorei raffiguranti lo stemma di papa Leone XIII (a sinistra) e del vescovo Rambaldo Magagnini (a destra) con al centro una finestra a serliana. In questo periodo il pittore Luigi Mancini ne decorava parzialmente la volta interna con un episodio della Vita di S. Settimio. Sulla conca absidale il pittore recanatese Biagio Biagetti dipinse nel 1939 la figura del Cristo “pantocratore” attorniato dai S.S. Floriano e Romualdo alla sua destra e San Settimio e San Francesco di Assisi nell’altro lato. La Cattedrale di Jesi è stata elevata alla dignità di Basilica Minore nel settembre del 1969 per decreto di Paolo VI. L’ attuale portone in bronzo denominato “Porta del Giubileo” è stato realizzato a ricordo del Grande Giubileo del 2000 dallo scultore marchigiano Paolo Annibali. Le quaranta formelle presentano, attraverso le circa 150 figure rappresentate, il tema dell’Anno Santo: “Cristo ieri, oggi, sempre”. Nell’ultimo dopoguerra è stato sistemato il fonte battesimale, dove una lapide ricorda che il 4 gennaio 1710 vi fu battezzato Giovan Battista Pergolesi. Restano anche l’altorilievo della Madonna di Loreto, pregevole scultura

Curiosità

L’unica immagine dell’antica cattedrale medievale è riportata su uno stendardo dipinto da Luigi Mancini (XIX), oggi conservato al Museo Diocesano. Davanti alle tre porte correva un ambulacro con sei colonne con le due colonne centrali sorrette da leoni stilofori di marmo veronese, ovvero di colore rosso come quelli Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo, o di San Ciriaco in Ancona per restare nelle Marche. Ebbene questi due leoni in marmo veronese sono visibili nella Cattedrale attuale, sistemati a reggere ognuno un’acquasantiera dello stesso marmo.

Edifici Religiosi di Jesi: Duomo di San Settimio

Chiesa di San Pietro Apostolo

La Chiesa di San Pietro Apostolo è tra le più antiche di Jesi e uno dei più armoniosi edifici religiosi settecenteschi della città. Sorge sull’area di una preesistente costruzione risalente al periodo longobardo e su un’ancora più antica costruzione risalente al periodo romano, della quale recenti scavi hanno messo in luce una pavimentazione a mosaico.

Storia e descrizione

La cappella costruita sul finire del VI secolo nella piccola borgata formatasi fuori della cinta muraria di Jesi fu ampliata nei primi anni del 700 per volere del signore longobardo di Jesi La chiesa, essendo dotata di fonte battesimale, fu probabilmente la prima Pieve della città e della diocesi cioè con un diritto giurisdizionale sulle cappelle minori del territorio vicino. In età medioevale perde la sua importanza ma viene modificata in stile gotico, il pavimento sopraelevato di quasi tre metri e mezzo; in occasione di questa trasformazione, ultimata nel 1294, venne modificato anche l’asse della chiesa, che prese la direzione attuale ma conserva testimonianza del precedente ingresso sull’attuale fiancata destra. In seguito la chiesa venne restaurata e, nel corso del 1600, ampliata. Nel 1720 un violento incendio distrusse gran parte della chiesa che venne ricostruita nelle forme attuali a partire dalla metà del ‘700 su progetto di Gaetano Fammilume di Jesi, venne aperta al culto i1 1° novembre del 1755 e consacrata due anni dopo. I lavori tuttavia vennero ultimati solo nel 1784. E’ dell’architetto Mattia Capponi di Cupramontana la scenografica scalinata d’ingresso a doppia rampa avvolgente e la caratteristica facciata munita di due piccole torri campanarie che tanto pregio apportano alla costruzione. Vi si venera l’immagine della Madonna della Misericordia, dipinta nel 1754 dal ferrarese Giuseppe Azzied incoronata nel 1785. Il quadro dell’altare maggiore, raffigurante Gesù che consegna le chiavi a San Pietro è di Giovanni Battista Ricci, detto il Novara, che lo eseguì nel 1620. Tra gli altri quadri presenti nella chiesa la Traslazione della Santa Casa di Loreto di un altro romano, Giacomo Foschi di Ancona (1755). Le statue di gesso all’interno della chiesa vennero eseguite nel 1786 dal folignate Stefano Montrocchi. Sue erano nelle quattro edicole delle torri le statue degli apostoli distrutte dai repubblicani giacobini nel 1798.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa di San Pietro Apostolo

Chiesa dell’Adorazione o della Morte

La chiesa, già dell’Orazione e Morte, nel XVI sec. apparteneva alla Confraternita dei Poveri e della Morte, il cui compito istituzionale era l’assistenza ai carcerati e la sepoltura dei morti. L’edificio venne rinnovato nelle forme attuali nel settecento. Dal 1940 la chiesa è centro dell’Adorazione perpetua dell’Eucarestia, da cui il nome attuale. Da notare sulla facciata in cotto, il fantasioso loculo nelle forme di una grande clessidra alata, simbolo della fugacità del tempo e della vita.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa dell’Adorazione o della Morte

Chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa, in stile barocco, è una delle più belle chiese di Jesi e della diocesi.

Storia

Di origini antichissime, l’edificio risale a prima del 1200, perché a quell’epoca era già parrocchia ed aveva annesso un ospizio-ospedale, quando si stava urbanizzando una terreno appena fuori dalla primitiva cerchia muraria. Era più nota come chiesa di San Giovanni in Terra vecchia ed apparteneva ai Benedettini per poi passare a certe monache. Passa ai frati Apostolini che la ricostruiscono dalle fondamenta facendone una chiesa a pianta rettangolare e travi scoperte nel 1597. Nel 1652 gli Apostolini dovettero abbandonarla in seguito alla soppressione, voluta da Innocenzo X, di tutte le comunità religiose con meno di dodici persone. Vi si stabilirono sette anni dopo i Filippini della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo, ai quali si deve l’aspetto attuale della chiesa, da essi restaurata, innalzata e decorata tra il 1670 e il 1680. Alla chiesa venne data una nuova veste, i Padri Filippini, erano i primi e quasi gli unici ad introdurre il Barocco nelle Marche, e la chiesa ne diviene una precoce espressione. Il 13 giugno del 1694 veniva consacrata dal vescovo Piermatteo Petrucci, personaggio di spicco della cultura italiana del suo tempo. La chiesa, che comincio da allora ad essere chiamata di San Filippo, divenne il principale centro jesino di manifestazioni musicali. Per anni vi si tennero oratori e cantate spirituali. I Filippini la officiarono fino all’11 luglio del 1798, giorno in cui furono costretti dai francesi a lasciarla. Allontanati i Filippini, la chiesa passa di proprietà del Seminario fino al 1820. La Chiesa è stata restaurata negli anni recenti e riportata sul piano architettonico e decorativo alle originali inflessioni barocche.

Descrizione ed opere conservate

La facciata del 1678 è in cotto, decorata da un bassorilievo marmoreo del 1596 raffigurante il “Battesimo di Cristo”. Le cappelle interne, tre per parte voltate a botte, sono il risultato di interventi successivi. La ricca e luminosa decorazione del soffitto fu disegnata da F. Mannelli e affidata per l’esecuzione a Simone Andreani di Montesanvito. Da segnalare nella cappella del Sangue Giusto, l’affresco/icona Ecce Homo del 1333 attribuito al Maestro Pietro da Rimini, trasportato dalla Chiesa di San Nicolò in seguito al trasferimento della Parrocchia nel 1798 ricorrendo all’asportazione del muro. La balaustra degli altari, fu scolpita da Carlo Giosafatti e da suo figlio. Le colonne di marmo che la compongono la balaustra dell’altare maggiore, furono fatte arrivare da Roma dal Cardinale Cybo, via mare, in quaranta casse; alla base di queste c’erano degli stemmi, asportati durante il periodo napoleonico. All’interno si conservano numerosi dipinti, busti e decorazioni, tra cui una tela di Gian Giacomo Duti, Noli me tangere del 1602; la sedia lignea appartenuta a San Filippo Neri, intagliata nel sec. XVII dall’urbinate A. Giardini e due leoncini in legno del sec. XIV. Nel quadro al centro dell’altare sono raffigurati la Madonna col Bambino e vari santi (fra i quali San Giovanni Battista), opera del pesarese Giovanni Peruzzini. I due quadri laterali — San Pietro Apostolo e San Giovanni della Croce e quelli sulle pareti laterali — la Coronazione di spine e la Flagellazione — sono del pittore di Jesi Arcangelo Aquilini (nipote). Nella cappella dedicata alla Madonna, il quadro di Nostra Signora del Sacro Cuore di Silverio Copparoni. Nella cappella di fronte a quella del Sangue Giusto si conservano, due quadri dell’urbinate Giangicomo Duti raffiguranti scene di vita di San Giuseppe e i ritratti di membri della famiglia Ripanti; c’è anche un Sant’Antonio della pittrice di Jesi Bice Franconi, che lo dipinse nel 1936. La prima cappella a sinistra di chi entra, anticamente era officiata a cura della Società dei Calzolai (nel quadro della Madonna del Soccorso sono effigiati i santi Crispino e Cristiano). I cinque ovali del soffitto, rappresentanti scene della vita di San Giovanni Battista, vennero dipinti nel 1675 dal pittore di Jesi Antonio Massi; i rimanenti due, raffiguranti San Filippo, furono eseguiti da Arcangelo Aquilini (nipote) nel 1860. Da segnalare la tela Madonna in trono con bambino del 1650 di Claudio Ridolfi.

Curiosità

In epoca recente sono stati effettuati lavori di ristrutturazione nel sottosuolo della chiesa, ove, fra le tombe gentilizie, vi è quella della principessa Jeanne Bonaparte, che andò sposa ad un Honorati. L’artra curiosità riguarda la tela di Giangiacomo Duti, Noli me tangere del 1602 . L’immagine rappresenta la scena di Gesù Risorto che incontra Maria di Magdala. Stupisce il fatto che è dipinta da un bozzetto di Federico Barocci del 1596 conservato attualmente agli Uffizi a Firenze, mentre l’unica tela ricavata dal bozzetto e firmata dal pittore F. Barocci è del 1606 e si trova nella Pinacoteca di Monaco La nostra tela è precedente l’unica originale che il Barocci ricava dal suo bozzetto. La bellezza di certe parti fanno pensare ad una presenza della mano del grande pittore in aiuto a quella dell’allievo. La scena nella quale si svolge l’incontro tra Gesù e la Maddalena nel dipinto non è Gerusalemme ma Urbino del quale si intravedono i Torrioncini del Palazzo Ducale.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa di San Giovanni Battista o di Sa

Santuario della Madonna delle Grazie

Questa è la chiesa a Jesi che più tocca la devozione popolare. Più volte nei secoli la popolazione si è rivolta alla Vergine Maria ed è stata esaudita. Tutto ha inizio con la richiesta di soccorso per la peste ad una piccola immaginetta sacra conservata in un’edicola e da allora la popolazione per ringraziamento ha partecipato ai lavori o alle spese di costruzione, ampliamento o decorazione.

Storia e descrizione

La cappella costruita letteralmente a braccia dalla popolazione in meno di un giorno, era dedicata a Santa Maria Egiziaca e solo in seguito attribuito il titolo di Santa Maria delle Grazie. Nel 1470 l’immagine della Vergine venne di nuovo affrescata, e fu venerata nelle diverse invocazioni di “Santa Maria della Misericordia”, “del Soccorso”, “delle Grazie”. Per officiare la Cappella vennero chiamati i Frati Carmelitani che le costruirono attorno una chiesa dedicata alla Madonna del Carmine, che fu completata nel 1509. La chiesa, di proprietà comunale, divenne uno dei luoghi ufficiali di culto della città. Nel 1619 iniziano i lavori di costruzione del Campanile che vediamo ancora oggi dalla caratteristica cuspide ottagonale. Il 19 settembre del 1745 l’immagine della Vergine veniva solennemente incoronata “con le corone d’oro della sacrosanta basilica vaticana”. Tra il 1751 e il 1758 la chiesa venne ricostruita più grande e in stile barocco, come l’ammiriamo oggi, su disegno dell’architetto Nicola Matellicani di Jesi. Fu consacrata nell’epifania del 1759. I Carmelitani persero la custodia del tempio più volte negli anni, prima durante l’occupazione francese (1810–1820), poi nuovamente con l’Unità d’Italia per effetto del Decreto Valerio. La officiarono comunque fino al 1885 e poi ne tornarono in custodia nel 1930.

Opere conservate

La chiesa è in stile barocco abbastanza sobrio. Nella cappella si trova l’affresco della Madonna delle Grazie, risalente al 1466, l’autore si è raffigurato tra la folla dei fedeli, ai piedi della Madonna. Sui cinque altari laterali sormontati da colonne e pregevoli decorazioni a stucco, vennero collocate altrettante tele raffiguranti i Misteri della vita di Cristo, dipinte dal fabrianese Luigi Lanci, tranne la “Natività”, realizzata nel 1759 dall’artista anconetano Nicola Bertucci. Anche la Cappellina venne riadattata al nuovo gusto artistico dell’epoca e secondo il progetto di Mattia Capponi, mentre le decorazioni della volta furono eseguite da Luigi Lanci. Due quadri collocati a fianco dell’affresco della Vergine, dipinti dal pittore veneto Angelo Zona nel 1843 e dal pittore di Jesi Luigi Mancini nel 1850, stanno a ricordare gli interventi miracolosi della Madonna contro la peste e contro i francesi.

Curiosità

In vicinanza alla chiesa di San Nicolò, si trovava un’edicola dove era affrescata l’immagine della Madonna. Nel 1454 a Jesi come nel resto della provincia a partire dalla costa, esplode una grande epidemia di peste. Erano passati due anni e metà della popolazione di Jesi ne era rimasta infetta. La popolazione stremata dalle sofferenze decide di rivolgersi alla piccola immaginetta sacra. Tutta la popolazione in ginocchio chiede il soccorso della Vergine Santa Maria facendo voto di costruire una chiesa. La peste sparì e gli Jesini, mantenendo fede al voto fatto, in un solo giorno costruirono la cappellina, lavorando alacremente, uomini e donne. Chiesero inoltre al magistrato di dichiarare pubblicamente la Vergine “liberatrice e patrona della città”. Fu fissato come giorno dei festeggiamenti il 2 aprile di ogni anno con una processione ed una messa solenne cui avrebbero partecipato le massime autorità religiose e civili. La Madonna delle Grazie è da più di 500 anni considerata la protettrice della popolazione di Jesi. Più di una volta la popolazione fece voto solenne per implorare il suo intervento e per ben 6 volte fu esaudita. Il primo voto del 1456 per la peste lo abbiamo ricordato, seguì quello del 1517 in ringraziamento della ottenuta concordia con i vicini Castelli dopo tre anni di lotte. Il terzo voto è del 1527: per scongiurare la peste. Il voto successivo è del 1557 e si riferisce alla liberazione di Jesi dalle truppe francesi ad opera di un manipolo di soldati guidati dal Gonfaloniere Roberto Santoni. Ci furono poi i voti del 1564 e del 1649 per ottenere dalla Madonna la liberazione dalla peste; l’ultimo, del 1836, per la liberazione dal colera.

Santuario della Madonna delle Grazie

Chiesa di San Nicolò

La chiesa di San Nicolò è l’edificio più antico della città di Jesi, documentato fin dal XII sec. La chiesa ha subito le angherie del tempo e degli uomini ma anche se privata di due importantissime porzioni di affreschi, resta sempre un interessante esempio di innesto di architettura gotica su impianto romanico.

Storia e descrizione

Per la prima volta nel 1219 si parla di un “Burgus Sancti Nicholay”, il nuovo borgo che veniva accogliendo un numero sempre crescente di famiglie immigrate dalle campagne e il nome suggerisce la preesistenza in loco di una chiesetta o cappella dedicata a questo santo. Su una primitiva struttura di dimensioni più modeste delle attuali, di stile romanico, ben visibili soprattutto nella parte absidale, si sono innestate poi le successive forme gotiche, realizzate, probabilmente, alla fine del Duecento. Se al periodo gotico risalgono le volte a crociera sostenute da pilastri compositi, gli archi traversi e il portale, rimandano invece a forme romaniche le navate laterali introdotte da archi a tutto sesto. Particolarmente originale è la decorazione esterna del complesso absidale che presenta una successione di archetti pensili a goccia. Di estrema semplicità è la facciata a due spioventi al cui centro si apre un portale ad arco senese in marmo policromo e ghiera in laterizio a spina. Nel 1333 la chiesa venne affrescata su commissione della Confraternita del Sangue Giusto e fu che qui aveva sede. Due dipinti, che oggi non sono più nello stesso luogo, testimoniano la dignità ed anche lo splendore d’arte dell’edificio. L’uno è l’icona del Sangue Giusto, trasferito a San Giovanni Battista nel momento della dissacrazione della chiesa. L’altro è l’affresco di Pietro da Rimini raffigurante “San Francesco” (1333), oggi conservato alla Galleria Nazionale di Urbino, di cui restano in loco solo dei frammenti nella terza campata sinistra. Tra il secolo XIV e il secolo XV, San Nicolò cessò di essere parrocchia ma il 1 aprile 1599 il vescovo Camillo Borghese, poi Papa Paolo V, la elevò nuovamente. Da questo momento la chiesa subisce tutta una serie di alterazioni e piomba nel degrado più totale. Vengono fatte delle modifiche architettoniche discutibili, nel 1798, con gli editti napoleonici, e per cattive condizioni igieniche, venne chiusa. Successivamente fu adibita a magazzino, prima di legname poi di attrezzi agricoli, di grano, di concimi. Modificata e deturpata ancora di più, rischio di essere demolita finché nel 1910 il Ministero della Pubblica Istruzione pose il monumento sotto la sua tutela e lo salvò dall’imminente distruzione. Nel 1942 i Padri Carmelitani, divenuti proprietari della chiesa, provvidero ai primi lavori di ripristino. Nel 1970 ebbe inizio la vera fase di restauro sotto la vigile attenzione della Soprintendenza ai monumenti delle Marche. Finalmente il 9 settembre 1978, monsignor Oscar Serfilippi la riconsacra, ormai restituita alle sue linee originarie. Dal 1 giugno 2013 la chiesa è custodita e gestita dall’Associazione Cavalieri Templari Cattolici d’Italia.

Edifici Religiosi di Jesi: Chiesa di San Nicolò

Chiesa di San Giovanni di Dio — Chiesa di Santa Lucia — Ospedale Fatebenefratelli

La Chiesa di San Giovanni di Dio è più nota come Chiesa di Santa Lucia costruita attorno alla metà del 1700 annessa all’ospedale gestito dall’ordine dei Fatebenefratelli. Vi si venerava una statua in legno della santa, del 1600 e il giorno della Festa di Santa Lucia, in chiesa affluivano molte persone ad invocare la protezione della santa, considerata protettrice della vista. Recentemente, nello stesso giorno, la statua viene esposta in cattedrale.

Edifici Religiosi di Jesi: Ospedale Fatebenefratelli e Chiesa di San Giovanni di Dio

Ex Conservatorio delle Fanciulle Povere della Divina Provvidenza con Chiesa di S. Ubaldo

Ex orfanotrofio femminile, è un edificio con annessa la chiesa di Sant’Ubaldo, esempio di edilizia “illuminata” della seconda metà del XVIII secolo, dell’architetto romano Virginio Bracci.

L’Istituito del 1777, voluto dal vescovo Ubaldo Baldassini col titolo di Conservatorio delle Povere Fanciulle Orfane Divina Provvidenza, poteva ospitare fino a cento ragazze, che vi imparavano a leggere e a scrivere, far di ricamo e lavori di casa sotto la guida delle suore Clarisse.

Abbazia Santa Maria del Piano

Inizialmente intitolata alla SS.Annunziata, venne poi denominata Santa Maria del Piano per la sua collocazione. Molto interessante la cripta, per lungo tempo interrata poiché adibita a luogo di sepoltura dei parroci e ultimamente riportata alla luce: vi si conserva un bellissimo sarcofago dell’VIII-IXsecolo. Sotto la navata centrale c’era una cappella con un’immagine del Salvatore dipinta su una colonna di mattoni ed oggetto di particolare devozione perché ritenuta miracolosa.

Storia

La chiesa attuale si deve alla ristrutturazione settecentesca, che conserva non pochi caratteri delle precedenti cinque costruzioni precedenti ed è quanto rimane di una delle più antiche, vaste e potenti abbazie benedettine della Vallesina. I suoi possedimenti erano numerosi e si estendevano dalla valle del fiume Misa fino a quella del fiume Musone, trenta chilometri, come confermato da un documento di una trattativa del 1211 fra l’abate di Santa Maria del Piano e il podestà di Jesi. L’abate scambiava giurisdizione e vassalli in cambio di uno spazio per una chiesa un cimitero ed una casa nella città di Jesi decretando in questo modo la decadenza dell’abbazia. Della prima chiesa si è persa ogni traccia. La seconda di stile romanico a tre navate con soffitto a travi di legno, venne edificata tra il VII e l’VIII secolo sulle rovine del tempio pagano di Minerva. Ricostruita in stile gotico nel XIII secolo e ancora nel XIV Alcuni archi presenti nella parete destra del presbiterio risalgono presumibilmente al XII secolo, così come il frammento di un affresco raffigurante una testa d’angelo rinvenuto su di un pilastro ottagonale durante i recenti lavori di restauro. Nel XVIII secolo la chiesa subì nuove e più radicali trasformazioni che finirono col darle l’aspetto attuale poi ancora nel 1887 con dei lavori sulla parete destra.

Monumenti Religiosi di Jesi: Abbazia di Santa Maria del Piano

*Fonte delle informazioni: Marche.appnauta.com, Wikipedia.com, piccolabibliotecajesina.it


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