Rest in peace, Undertaker

Wrestlemania 33 è consegnata agli archivi, con un evento tutto sommato godibile: splendido set, ottime entrate, risultati sensati in ottica presente e futura (e vedendo le ultime edizioni non si tratta di un elemento scontato) e almeno due Moments da ricordare come il ritorno degli Hardy Boyz e la proposta di matrimonio di John Cena.

Tuttavia è un altro il vero evento caratterizzante di questa edizione, uno dei più epocali della storia: dopo 26 anni di battaglie, ha disputato il suo ultimo match The Undertaker.

Non poteva esserci miglior teatro dell’ultima esibizione in tenuta da lottatore per il becchino della WWE: nell’evento di Wrestlemania, che più di tutto ha contraddistinto la sua leggenda sul quadrato, il saluto ai fan è stato in linea con l’immagine integerrima che ha donato agli spettatori per anni, con una sconfitta a (cercare di) consacrare una nuova leva ma una uscita degna, sulle proprie gambe.

Sebbene sia facile storcere il naso per il risultato (visto anche il prescelto per l’ultimo match, il macchinoso Roman Reigns simbolo del tipo di spettacolo che i fan non vogliono più vedere al giorno d’oggi), non è quello il punto: piuttosto, il punto (di tutto rispetto) è quello messo ad una straordinaria carriera di uno dei migliori di sempre.

Al termine del main event di quest’ultima edizione di Wrestlemania, difatti, dopo l’uscita dal ring del trionfatore Roman, il Deadman si è rialzato e ha letteralmente smesso i panni dell’immortale lottatore: i guanti, il giubotto e infine il cappello lasciati al centro del ring hanno decretato la chiusira dell’esperienza che hanno vissuto i fan con l’avvento del Phenom.

Trattasi infatti di una vera esperienza aver seguito le gesta di questo lottatore così diverso dagli altri e così irreplicabile. Di buoni, di cattivi, di “cattivelli” che strizzano l’occhio al pubblico e anche di personaggi troppo “puliti” per essere considerati reali e apprezzabili ce ne sono stati tanti: il Deadman tuttavia è andato oltre una qualsiasi definizione. Nè paladino nè villano: semplicemente, The Undertaker.

Dall’esordio televisivo nelle Survivor Series del 1991 ai giorni d’oggi, il rituale è sempre stato lo stesso; i titoli vinti e persi, i conteggi di 3 a favore o contro sono sempre stati solamente contorno alla grandezza dell’uomo morto che cammina, il quale, annunciato da rintocchi di campana funebri, emergeva dall’oscurità per dominare gli avversari sul ring e la scena tutt’intorno.

Non restava altro che soccombere ai malcapitati che gli si mettevano contro, stesi a suon di Tombstone piledrivers, chokeslams e Last Rides finchè ne avesse voglia, chè di tenerlo giù non c’era verso.

Se Bray Wyatt pensava di finirlo…
… a vedersela brutta è stato lui!

Undertaker è stato un rivoluzionario, silente ma d’impatto: grazie alla sua imponenza interpretativa e scenografica, è riuscito a rendere legittimo un personaggio senza aver bisogno del titolo di Campione del Mondo.

Prima di lui, difatti, l’idea è sempre stata quella, banale, che il migliore fosse quello a possedere la cintura più importante. Con l’avvento di Undertaker non è stato così: qualcuno ha mai avuto dubbi su chi fosse il più forte durante tutta la sua carriera? E’ stato il titolo, a volte, ad aver bisogno di lui, ma non il contrario.

Anzi, col passare del tempo, riuscire a tenergli testa si è trasformato nel vero battesimo di fuoco per stabilire chi potesse diventare una vera star e chi non meritasse fino in fondo un posto nella ristretta élite della disciplina.

Il posto preferito per la battaglia? Lo show più importante dell’anno, the Grandest Stage of Them All, il Superbowl del wrestling: è a Wrestlemania dove Undertaker ha costruito la sua storia. Nell’annuale vetrina della disciplina per i migliori talenti a livello mondiale e i loro scontri, il Deadman ha registrato una striscia di vittorie irripetibile; imbattuto fino a tre anni fa, dopo 21 vittorie consecutive ha chiuso con un irragiungibile record di 23 vittorie e 2 sconfitte, dopo quella patita per mano di Roman Reigns. Escludendo l’incidente di percorso con Brock Lesnar (comunque campione del Mondo anche nelle arti marziali miste, non certo l’ultimo arrivato), a capitolare nella cosiddetta Streak sono stati i più grandi nomi della disciplina, col gioiello forse rappresentato dalla vittoria che ha decretato il ritiro di un altro mostro sacro della disciplina come Shawn Michaels.

Undertaker è stato l’unico a riuscire a sopravvivere senza snaturarsi al passare delle epoche storiche. Nato infatti nell’era gimmick, quella contraddistinta dalla caratterizzazione quasi macchiettistica dei personaggi, ha attraversato l’Attitude Era, dove l’atteggiamento dei personaggi è diventato vicino a quello dei loro interpreti, senza rinnegare le proprie peculiarità.

Da ministro dell’oscurità a motociclista il passo può essere più rapido di quel che si pensi

Anche nel periodo da biker, difatti, il suo passato non è stato certo gettato via con un colpo di spugna; anzi, nel periodo attuale, in cui i lottatori spesso sfondano la cosiddetta “quarta parete”, ovvero mescolano elementi della vita e delle meccaniche del wrestling reali alla finzione scenografica, Undertaker è addirittura tornato al personaggio completamente becchino senza perdere un minimo di credibilità.

Nel 2017 a chi credereste in grado di lanciare fulmini dal tetto, apparire e sparire dal ring con il solo spegnimento di qualche secondo delle luci, rialzarsi dalla propria bara e scavare le fosse agli avversari? Suonerebbe ridicolo… tranne nel caso di Undertaker, nel quale è ovvio che questi elementi entrino in ballo nelle schermaglie con gli altri lottatori, soggiogati dai suoi mind games.

L’elemento mistico è attualmente ripreso in modo massiccio da Bray Wyatt, personaggio che prova a raccoglierne l’eredità ma non ha ancora un senso del tutto definito, nonostante il grande talento per il business, e in maniera più velata da Finn Balor: tuttavia nessuno dei due sembra in grado di raggiungere le vette toccate dal Deadman.

Come si potrebbe, del resto? Un patrigno spaventoso a controllarne i poteri tramite un’urna cineraria, un fratellastro sadico e sfigurato completano un quadro dell’orrore che rende quella del sinistro Becchino una figura incastrata nell’immaginario collettivo, a livello iconografico prima ancora che di quello dello stupendo lottato, in cui è stato universalmente identificato come il miglior striker di sempre.

Le cene di Natale più dark che possiate immaginare

Ripercorrere l’intera carriera di Undertaker, le battaglie più truci (a partire da quelle con Mick Foley), le faide più intense (da Hulk Hogan a Steve Austin passando per Shawn Michaels a Brock Lesnar, fino alla sempre attuale con Kane) e le innumerevoli emozioni regalate con una old school o un volo fuori dal ring è impossibile in poche righe: l’ultima immagine che invece resterà inconfondibile in chiusura, è quella col pugno alzato per l’ennesima, e stavolta ultima, performance da antologia.