Fusione Espresso — ItEdi: pluralismo a rischio?

Bisogna davvero temere questa alleanza?

Si potrebbe iniziare dicendo: “Non ci sono più gli editori di una volta”.

Editori che si occupino appunto solo ed esclusivamente di editoria, che non siano anche imprenditori o meglio industriali con le mani in pasta in altre decine di campi e attività.

La comunicazione e l’informazione sono oggi sempre più globale ma allo stesso tempo concentrati nelle mani di pochissimi imprenditori/editori.

Questa è storia vecchia, roba superata che è inutile tirare fuori adesso. Gli editori puri sono spariti ormai da moltissimo tempo. I quotidiani, le riviste, le radio, le televisioni sono da decenni in mano agli stessi personaggi che costruiscono palazzi, vendono scarpe, automobili, posseggono società ferroviarie, squadre di calcio e chi più ne ha più ne metta.

Il mondo dell’informazione è straordinario, affascinante, ma allo stesso tempo complesso e spesso ricco di lati oscuri. Controllare i mezzi d’informazione è solo un modo per tanti editori, o sedicenti tali, per essere influenti in tantissimi altri settori.

La notizia della futura (avverrà ufficialmente il prossimo 30 giugno) fusione dei gruppi Espresso e ItEdi e di conseguenza dei quotidiani Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX (per citare solo i principali quotidiani lasciando fuori quelli minori, le riviste e altro) apre a possibili (e discutibili) nuovi scenari nel mondo dell’informazione.

Tre famiglie (oppure gruppi imprenditoriali) Agnelli, De Benedetti e Perrone, con questo accordo, si ritroveranno tra le mani il controllo del 20% del panorama informativo italiano.

Più che di una fusione, si tratterà di un’incorporazione del gruppo Itedi all’interno di quello Espresso, il quale pagherà il tutto senza un esborso economico di contanti ma attraverso la cessione di azioni del gruppo, conservandone la maggioranza.

Il gruppo automobilistico sarà in possesso di una quota minima che sembra intenzionato a cedere velocemente vista la sua voglia di uscire fuori dal panorama editoriale italiano.

Dal canto suo FCA, ha già comunicato che uscirà ( praticamente immediatamente) dal gruppo RCS, del quale è azionista di maggioranza (16,7%) e redistribuirà le sue quote fra i suoi azionisti. Nessuna intenzione invece, almeno così sembra, di mollare la maggioranza azionaria del settimanale britannico Economist acquisita lo scorso anno dalla EXOR di John Elkan.

Piano piano quindi FCA lascerà l’editoria italiana. Secondo molti quotidiani questa fuoriuscita è stata voluta dall’amministratore delegato Sergio Marchionne in vista di una futura (ennesima) fusione con un’altra casa automobilistica dopo quella con Chrysler.

In questo giro di fusioni, incorporazioni, vendite e svendite, chi sembra uscirne con le ossa un po’ rotte è la RCS. Il quotidiano Corriere della Sera perde i suoi soci di maggioranza e resta in mano a tanti azionisti tra cui Della Valle, Cairo e Mediobanca che diventa primo socio dopo l’uscita degli Agnelli.

RCS vive un momento difficile: la cessione del reparto libri alla Mondadori, la vendita della storica sede di via Solferino, le difficoltà di GazzettaTv e non solo. Da RCS comunque fanno sapere che gli altri soci sono pronti a sostenere il gruppo e che esiste un piano industriale al 2018 per portare avanti il lavoro sin qui svolto.

Stesso discorso fatto dalla famiglia Agnelli che saluta il quotidiano ripetendo come più volte abbia aiutato le casse dello storico giornale.

Quello che si viene a formare è un gruppo mediatico dalla potenza e dal fatturato enorme. Di fronte alla nascita di questo nuovo polo informativo, viene da chiedersi se non ci sia un dislivello troppo evidente rispetto alle altre forze in campo. Parlare di vero e proprio monopolio è difficile, per molti esagerato, ma è innegabile che una mossa del genere potrebbe far vacillare il pluralismo informativo italiano. Ragionare in questo modo però vorrebbe dire mettere in discussione l’intero panorama informativo italiano (giornali, tv, radio, anche la rete) da decenni in mano a gruppi industriali e magnati non certo mossi dallo spirito giornalistico o dalla voglia di aprire le menti delle persone.

In Italia abbiamo visto che spesso la paura del pensiero unico ha spinto le persone verso la ricerca di fonti differenti, verso la creazione di un pensiero autonomo e libero da qualsiasi condizionamento.

Troppi attori del mondo del giornalismo e dell’informazione controllati dalla stessa persona potrebbero rappresentare un problema solo se non si è in grado di usare al meglio il potere che deriva da tutto questo.

Come si diceva in Spiderman, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, responsabilità che tutti gli ingranaggi del sistema devono assumersi.

Bisogna saperli usare questi poteri e soprattutto bisogna che ogni elemento chiamato in causa, editori, direttori, giornalisti e tutti gli altri, riescano in questo contesto a mantenere una condizione d’indipendenza.

La costante ricerca della verità deve continuare a essere il pilastro del mondo dell’informazione.

Il lettore deve essere rispettato, nel bene e nel male, mai preso in giro per i propri tornaconti. Solo se queste poche regole basilari resteranno i punti saldi dell’etica dell’informazione nel nostro Paese non si rischierà di naufragare verso punti di non ritorno per ora solo sfiorati.

L�C���&

Show your support

Clapping shows how much you appreciated MarcoMarino’s story.