Spiragli

Una storia in bianco e nero nell’epoca dei social. Scritta a due voci, con un muro in mezzo

Lavoravano ad appena 1 metro di distanza ma erano separati da un muro. Avevano fissato dei codici: un tocco significava Buongiorno, due tocchi affacciati alla finestra. Dopo una settimana, per la prima volta lui bussò due volte sulla parete. Andò alla finestra e disse: “ Ma si può sapere che minchia è ‘sto Snapchat?” lei sorrise e richiuse la finestra. (Giorgio)

È che non sento i tocchi sul muro. Non capisco quando mi vuoi dire Buongiorno, o che devo affacciarmi. E non me lo ricordo. Per questo, per aiutarmi, ora c’è un post-it giallo sulla parete. Grigia, il retro di un armadio, non un vero muro. Ma questo fa: divide. Poi c’è la finestra, che in estate resterà aperta più spesso. E allora parlarsi sarà più facile. (Marianna)

Con un muro che divide non ci si parla poi molto. Non ci si guarda. Come si fa? Si finisce per essere distratti. Da altro, dalla giornata, dalle notifiche (ah, le notifiche!), dalle riunioni, dalle mail. A ripetizione, e ancora, ancora. Persino affacciati alla finestra si continua a guardare altrove. Sì, io sempre con in mano il telefono. Tu che guardi in strada perché stai per uscire. Sono venti centimetri di spazio, no forse trenta. Non ci starebbe nemmeno un vaso di fiori. (Marianna)

Vorresti mettere un vaso di fiori? Non si può. Troppo complicato. Bisogna annaffiarli, prendersene cura. Richiede tempo ed è un impegno troppo grande per vite precarie (lavorativamente parlando) come le nostre. Siamo una generazione che non può affezionarsi a nulla : persone, luoghi e persino fiori. Tutto può sparire. E poi, io, non riesco a stare neppure dietro alla mia piantina di basilico comprata all’Auchan. (Giorgio)

H o bussato due volte, ma la tua finestra è rimasta chiusa. Fuori, c’era solo un temporale ad aspettarmi e dal pc di un collega è partita la voce della Raggi : «Il vento sta cambiando signori, il vento sta cambiando», in loop per dieci minuti. Infatti, da domenica sera, l’estate tarda ad arrivare. (Giorgio)

M i sono chiesta se alla finestra ti sei affacciato lo stesso. Anche se non ci sono. Poi mi sono detta che con un muro a dividerci non puoi sapere se sono lì, o no. Allora forse hai bussato. E ti hanno guardato male. O forse hanno sorriso. Poi ho pensato che tu eri affacciato alla finestra e forse, nello stesso istante, io stavo guardando la pioggia dal mio balcone. Piove. In loop. (Marianna)

Scriviamo da un posto con confini segnati da piante di plastica. Un muro verde, sempre uguale a se stesso, in estate come in inverno. Ti affacci alla finestra ed è l’unico colore a disposizione. Ne vedi altri? Ah, sì. Le foglie oltre il cancello, lungo il viale. Gialle, persino. Un altro muro, di ferro questa volta. Non abbiamo un balcone e non possiamo far crescere i fiori, me lo hai detto tu. Non sapremmo prendercene cura. Però la camomilla sa resistere da sola. Ed è vera. Molto vera. (Marianna)

Non si può più aprire la finestra. Troppo caldo. Ci rimane solo quel codice di tocchi sull’armadio-muro per tornare a dialogare, ma tu sei partita per le ferie. Così mi ritrovo con Il mio collega di scrivania, Maurizio, che continua a lanciarmi penne e giornali senza nessun motivo (credo sia colpa del caldo) e quando la sua sete di nonnismo lascia il posto al padre di famiglia che è, mi chiede: sei felice? Trovo che nella sua follia sia una persona geniale. Ah, la mia piantina di basilico è morta. (Giorgio)

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