Un giornalista ogni mattina si sveglia e pensa ai suoi lettori (e anche a tutti gli altri)

Marianna Bruschi
Nov 3 · 5 min read

… si sveglia, pensa ai suoi lettori, pensa a chi non lo è ma potrebbe. Un giornalista ogni mattina si sveglia e pensa a cosa fare per essere in sintonia con chi vive nella sua città, a cosa fare per ristabilire un rapporto di fiducia. Come vogliamo fare informazione locale*? Cosa possiamo fare di diverso? Sono due domande che ci accompagnano nel lavoro quotidiano. Al centro di entrambe c’è il rapporto con i lettori.

*togliere «locale» a piacere (su indicazione di Alessandro Cappai)

Parto dalla mia esperienza. Da quando quasi due anni fa nei giornali locali del Gruppo Gedi (che sono 14, a copertura regionale e provinciale) abbiamo cambiato il modello di business sul digitale introducendo un progetto di membership queste due domande sono diventate per me ricorrenti, sempre più urgenti.

La prima (come vogliamo fare informazione locale?) significa monitorare quello che facciamo e valutarci, per darci un metodo, linee guida su cui ragionare, per capire la strada da prendere. La seconda (cosa possiamo fare di diverso?) significa confrontarci e studiare, cambiare, sperimentare. Domande che devono necessariamente viaggiare insieme. E che sono state al centro del secondo meetup sui temi della community e del suo coinvolgimento in collaborazione con l’Engaged Journalism Accelerator. In venti attorno a un tavolo abbiamo lavorato su questi due fronti. C’erano colleghi di tutti i quotidiani locali, dal Tirreno al Messaggero Veneto, dalla Gazzetta di Modena alla Provincia Pavese, alcuni direttori, colleghi del marketing. Ruoli ed esperienze diverse.

Come vogliamo fare informazione locale? I dati, il rapporto con il territorio, la voce dei lettori

Non lasciamo che sia scontato dirci che servono i dati per capire meglio il nostro lavoro. Ripetiamolo tutti insieme: ci servono i dati! E dobbiamo imparare a leggerli. Non ci basta più sapere quante persone – e quante volte – vengono sui nostri siti. Iniziamo a osservare quante persone decidono di abbonarsi da un articolo, quante ci abbandonano, quante ritornano, quante aprono le newsletters e ci trovano qualcosa di interessante da leggere. Iniziamo a vedere quante persone partecipano agli incontri e ai dibattiti organizzati in redazione, quanti segnalano le loro storie.

Se devo cercare una risposta alla domanda «come vogliamo fare informazione locale» penso a uno schema che tiene insieme il notiziario, l’approfondimento, il coinvolgimento. Senza distinzione tra il supporto, importa poco che sia carta o digitale.

Come vogliamo fare informazione locale:

Penso questo: dobbiamo coprire i fatti dei nostri territori, mettere a disposizione approfondimenti per andare oltre la cronaca, ascoltare i cittadini, chiedere e condividere. Dobbiamo essere la loro voce e quindi pensare a campagne, a iniziative con l’obiettivo di affrontare un problema e provare a risolverlo. Dobbiamo intercettare i temi, proporli, gestire il dibattito. Non basta chiedere, bisogna rispondere. Le redazioni devono essere pronte a incontrare le persone, online e offline. Dobbiamo saper comunicare quello che facciamo, perché e come. Dobbiamo esserci.

È quello che attorno a noi fanno anche i giornali in Europa e nel mondo, quello che inizia a essere la struttura su cui costruire nuovi modelli di business tra meter, freemium, paywall e membership.

Questo mi sembra il modo per tornare a parlare di fiducia tra giornali e cittadini, un modo di fare informazione puntuale, vicina ai lettori. Un impegno da mettere e che consente solo così di parlare di soldi, di abbonamenti, di sostegno, di necessità. Della serie: «Questo è il nostro impegno, trasparente e condiviso. Volete sostenerci»?

Cosa possiamo fare di diverso?

Per decidere su cosa poteva essere utile ricevere spunti e linee guida ho scelto due filoni: un’attività introdotta nel flusso di lavoro di molte redazioni non sempre immaginandole come un punto di contatto con i lettori (le newsletter) e la possibilità di lasciarci ispirare da altri.

Le newsletter non sono liste di distribuzione

Non consideriamole una seconda homepage, né un elenco di link da impaginare solo in maniera diversa, né pensiamole come a un fastidio da rendere automatico per toglierci un impiccio. Le newsletter sono uno strumento di dialogo, sono una comunicazione che ci arriva (e che mandiamo) nella casella di posta, sono messaggi. Valerio Bassan ha condiviso esempi e buone pratiche. A partire dalle domande da porsi: la mia newsletter ha il tono giusto? Sto ascoltando i miei lettori?

Concentriamoci tutti un secondo: quanto ci piace, quando apriamo una newsletter, avere la sensazione che sia stata scritta proprio per noi? Quanto ci piace ritrovare la rubrica che aspettiamo ogni settimana e quella chicca che ci fa sentire a casa? Ecco. Fine del momento concentrazione, non serve aggiungere altro.

Qui ci sono le slide condivise durante la presentazione:

Facciamoci ispirare

La sana abitudine a copiare le idee belle degli altri! Lasciarsi ispirare vuol dire avere la possibilità di confrontarsi, capire come altri hanno affrontato i nostri problemi o quali idee hanno trovato e provare a mettere in pratica i progetti di altri calandoli nelle nostre realtà. Alessandro Cappai ha condiviso alcune inchieste presentate all’ultima conferenza dell’Ona a New Orleans. Quest’anno per la prima volta la categoria «engaged journalism» è stata inserita tra gli Ona Awards, gli Oscar del giornalismo digitale. E tra gli incontri organizzati durante la conferenza erano diversi i progetti con una forte componente di partecipazione. Due suggerimenti che mi sono portata a casa:

  • Per scegliere l’argomento su cui organizzare un’inchiesta con i lettori cerca di capire di cosa si occupano, di cosa discutono. Un tema per te interessante potrebbe non esserlo per il resto della comunità. Gli strumenti ci sono

Le slides le potete consultare qui:


Di questi temi si parlerà anche al festival del giornalismo locale a Varese, qui le info sul panel. E il dibattito è sempre aperto nel gruppo Facebook «Il caffè con i lettori».

Marianna Bruschi

Written by

Genovese di nascita, nomad worker. Giornalista dei quotidiani locali di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. Vivo a Roma. Member @ona

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