“7 minuti” un film di Michele Placido. Recensione di Mario Coviello

Raccontare l’Italia della fabbrica oggi dalla parte delle donne

Una fabbrica tessile del centro Italia la Varazzi con trecento operaie .I padroni l’hanno venduta ai francesi e la manager del gruppo viene in Italia per firmare l’accordo.

La delegata di fabbrica, una grande Ottavia Piccolo, con trenta anni di lavoro e un’artrosi che la costringe a portare un tutore alla mano sinistra, ha il compito di portare, dopo cinque ore di incontro, alle altre dieci delegate di fabbrica il testo dell’accordo. La fabbrica non chiude, nessuna sarà licenziata. La direzione chiede “solo “ 7 dei 14 minuti della loro pausa pranzo.

Undici donne, undici menti diverse, forti e deboli al tempo stesso, in guerra e complici, separate e unite. Undici storie di vita differenti da raccontare che ci portano a riflettere sull ‘importanza del posto di lavoro per ogni una delle lavoratrici. Tema attualissimo in un paese dove ormai il precariato è normalità, ammesso che si possa ancora parlare di precariato visto che i disoccupati sono il triplo dei precari. Impossibile non immedesimarsi, inevitabile chiedersi: “Se tale proposta fosse fatta a me come reagirei?

Le undici donne sono otto italiane, tre con più di dieci anni di fabbrica e le altre cinque molto più giovani e una di esse, l’unica impiegata, Violante Placido da tre anni su una carrozzella per un’infortunio sul lavoro in quella stessa fabbrica e una africana, una rumena,e un’albanese. Hanno due ore e mezza per decidere se accettare 7 minuti di lavoro in più non pagato.

Alla notizia che non ci saranno licenziamenti le operaie che aspettano fuori cominciano a festeggiare per lo scampato pericolo e le undici delegate dentro iniziano a discutere. Si deve votare e uno vale uno. All’ inizio tutte sono pronte a dire sì, tranne la Piccolo, voce della ragione che sa penetrare le coscienze, che chiede solo 10 minuti di confronto. I dieci minuti diventano due ore e mezza di discussione dura, aspra. Ciascuna di essa racconta un pezzo di questa Italia triste della crisi. La ragazza incinta che aspetta un bambino da un ragazzo straniero disoccupato Cristina Capotondi, con la madre Fiorella Mannoia. Maria Nazionale, madre napoletana con quattro figli e un marito disoccupato, che ha appena ritirato in parrocchia un aiuto di cento euro per comprare i libri per la figlia che frequenta l’università. Una pugile dura e tatuata, razzista che vuole spaccare tutto, l’intensa Ambra Angiolini e soprattutto le immigrate che hanno dentro la fuga dalla paura e le umiliazioni subite prima di trovare finalmente un lavoro stabile e una paga sicura. Una lotta verbale e interiore tra sottomissione, diritto, dovere e dignità.

Michele Placido, regista e nel film uno dei fratelli padroncini costretto a vendere non fa sconti. Porta al cinema una lavoro teatrale di Stefano Massimi, liberamente ispirato ai fatti di una fabbrica francese di Yssingeaux. All’ interno della fabbrica,fredda e squallida mette a confronto queste vite. Racconta la storia operaia di questi anni. Con lucidità fa capire allo spettatore che la crisi genera la paura, la diffidenza, la lotta di ciascuna che diventa confronto duro per la sopravvivenza.

Esasperata la manager, che voleva cenare a Parigi con il nipotino e che è in ritardo, abbandona il tavolo dell’accordo , minaccia in francese, ordinando all’ interprete di non tradurre, “avvocati” in arrivo agli ex padroni “buzzurri” che le hanno offerto una “zinna”, la mozzarella gigante col pachino, e i peperoni ripieni nella pausa pranzo. E lo spettatore italiano si sente “ venduto”, in balia di eventi che non può controllare.

Come ho già scritto per un altro film di impegno civile italiano che ho recensito “ Smetto quando voglio” di cui aspettiamo a breve l’uscita della seconda e terza parte, sono convinto che il cinema italiano, accanto ai film di Checco Zalone e il Siani di “ Mister Felicità”, deve avere il coraggio, la forza e i finanziamenti per continuare a raccontare questa nostra Italia del lavoro, delle persone comuni, che strappano la vita a morsi, come fanno in Francia i fratelli Dardenne con “ Due giorni e una notte” perché il cinema è anche questo e non solo puro divertimento. Serve a porre l’attenzione sul tema dell’erosione dei diritti dei lavoratori, delle donne, di ogni essere umano in balia di quella compravendita selvaggia in cui le richieste della proprietà sono in realtà condizioni cui non si può dire di no. E si fa presto a perdere tutto se si abbassa la guardia, anche solo per sette minuti.

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Bella 13 gennaio 2017

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