In memoria del grande Mohamed Alì e di ‘Rumble in the Jungle’

di Mario Bocchio

Correva il 1974 quando Mohamed Ali si accingeva a sfidare George Foreman, allora campione del mondo dei pesi massimi, in quello che, anche grazie alle cronache di Norman Mailer, sarebbe assurto alla fama di “più grande evento sportivo del ventesimo secolo”.

Il 30 ottobre, a Kinshasa, in Zaire (allora Congo Belga) Ali vinse all’ottava ripresa per k.o.

Ma aveva vinto da tempo, preparando il combattimento come un gigantesco circo mediatico, presto soprannominato “Rumble in the Jungle”, molto prima che il combattimento avesse luogo. Ali — che come Foreman trascorse mesi sul posto ad allenarsi, tra mille traversie logistiche e politiche — riuscì a essere percepito più nero del suo nerissimo avversario, ergendosi a simbolo in una stagione in cui le ragioni del black power, amplificate dalla cornice africana, erano affare socialmente gigantesco.

A rappresentarle sotto il profilo musicale fu chiamato un altro monumento come James Brown, ingaggiato da Don King: intorno al Padrino del Soul si aggregò un bill di tutto rilievo (B.B. King, Manu Dibango, Miriam Makeba, Bill Whiters, Spinners, Crusaders e Celia Cruz) che diede vita a Zaire 74, un festival di tre giorni che ebbe luogo tra il 22 e il 24 settembre e venne poi documentato nel film “Soul Power”.

Alle due del mattino, due ore prima che il combattimento cominciasse (l’orario era dettato da esigenze di mondovisione), James Brown salì sul palco con i suoi compattissimi JBs e una tuta con la scritta GFOS (“GodFather Of Soul”) e accese la folla: a quaranta gradi di temperatura si succedettero classici come “Black and proud” e “Cold sweat”, mentre Ali e Foreman smaltivano l’enorme stress accumulato prima di salire sul ring.

In futuro sarebbero state scritte varie canzoni su Kinshasa 1974: ricordiamo tra le altre “Rumble in the Jungle” dei Fugees con A Tribe Called Quest, Busta Rhymes e John Forté; “Ali in the Jungle” di The Hours; “Ali Bomaye” di The Game.