Murelli e la sua piazza San Babila che ha espresso una gioventù diversa da quella dei capelloni e degli hippies

di Mario Bocchio

Maurizio Murelli, che lanciò due bombe a mano nel 1973, reinventa — ma non troppo — la storia di quegli anni bui nel libro “Indian summer ’70. Cera una volta San Babila”.

Si tratta del suo primo romanzo semi-autobiografico, che ruota intorno alla figura di Mario e dei suoi amici, Giulio, Aurelio, Toni e Francesco, e alle diverse storie e motivazioni mai raccontate (perlomeno non dai protagonisti dei fatti) che, negli anni Settanta, animavano i ragazzi della destra radicale che si riunivano a piazza San Babila a Milano.
Già all’indomani della guerra secondo Tommaso Staiti di Cuddia, ex parlamentare missino, poi transitato, in polemica con la svolta di Fiuggi, alla Fiamma Tricolore, questa piazza era una sorta di sede aggiuntiva dei locali della Giovane Italia e del Raggruppamento giovanile di corso Monforte 13.
“San Babila — spiega Staiti di Cuddia — la scoprimmo io e Franco Petronio quasi per caso passeggiando a Milano intorno al 1967. C’erano le avvisaglie della contestazione ed una sera vedemmo stazionare dei ragazzi, che in maniera estetica, esprimevano una gioventù diversa da quella dei capelloni e degli hippies. Nel frattempo Nencioni aveva trovato una sede per la Giovane Italia ed il Raggruppamento giovanile in via Monforte, a due passi da San Babila. La sede non era molto grande ma il pomeriggio e la sera erano alcune centinaia di ragazzi che gravitano fra la sede e San Babila”.
Una sede che avrà vita breve ma intensa: nel 1970 chiude. Il magma giovanile che fa oramai la spola fra sede e San Babila è scarsamente controllabile, sia dal punto di vista politico, sia quello della violenza, che a Milano sta dilagando.
E proprio negli anni Settanta nasce un neologismo dispregiativo: sanbabilino. Viene inventato da alcuni cronisti milanesi per definire i fascisti che stazionano in piazza San Babila.
Il Fronte apre una sede, qualche mese dopo, in una zona più periferica, in via Burlamacchi. Sono tuttavia molti gli ex “monfortini”, come Nico Azzi, che non approvano il trasloco e decidono di restare a San Babila. Insieme a diversi gruppi extraparlamentari che a Milano non hanno la forza di avere una sede propria: Avanguardia Nazionale, guidata da Mario Di Giovanni, e Lotta di Popolo, capeggiata da Serafino di Luia, che fa la spola con Roma.
Murelli, mixando pagina dopo pagina realtà e immaginario, trascendendo la cronaca e unendola all’invenzione, tratteggia la vicenda di Mario, che per un caso del destino viene risucchiato nella vita di trenta anni prima con un ritorno agli anni della giovinezza. Un ritorno che diventa occasione di rinascita e riscatto.
Rinascita dal torpore della quotidianità, dalle famiglie costruite negli anni e dal ruolo acquisito nella società. Riscatto per il protagonista e il suo gruppo umano, che assume i caratteri della unicità nello stretto perimetro del cameratismo, verso il sistema che avevano combattuto in gioventù, impersonificato nel finale dall’antagonista.
In questo coacervo di persone, realtà e tendenze, cresce una nuova generazione di militanti di estrema destra, che, pur mantenendo un minimo legame con l’Msi, decide di seguire la strada della piazza e del movimentismo nero. Dalle sedi di partito ci si sposta nei bar. Quello più noto è il Motta (oggi divenuto un negozio della marca Diesel), sotto i portici all’angolo con corso Vittorio Emanuele. Qui sono accampati i ragazzi apolitici di cui parla Staiti, fino all’arrivo dei militanti orfani di Monforte. Ma vengono frequentati anche il Borgogna (oggi Victory) di via Borgogna, mentre alcuni preferiscono il Pedrinis dalla parte di corso Matteotti e poi infine I Quattro Mori che oggi non esiste più.
A San Babila comincia a farsi vedere sempre più spesso un militante vicino alle posizioni di Pino Rauti: Giancarlo Rognoni, gravitante in Ordine Nuovo e fondatore della rivista La Fenice.
Nel 1976 il regista Carlo Lizzani, sempre attento alle tematiche sociali, realizza San Babila ore 20. Un delitto inutile, film liberamente ispirato ad alcuni fatti di cronaca nera che hanno coinvolto i frequentatori della piazza. 
“Sono arrivati a Milano i delitti freddi, glaciali, incomprensibili. L’alta borghesia milanese ha responsabilità sociali gravissime” afferma lo stesso regista in un’intervista del 1976, riferendosi al terribile omicidio della sedicenne Olga Julia Calzoni, studentessa del liceo Volta, il 26 marzo 1976, ad opera di Giorgio Invernizzi e Fabrizio De Michelis, due giovani sanbabilini.
Negli anni successivi, Piazza San Babila, vedrà la nascita di numerosi fenomeni di costume e sotto culture giovanili quali i Fioruccini (dal nome del negozio di Corso Vittorio Emanuele), i Paninari (nati al bar Il panino della vicina Piazzetta Liberty) e Yuppy.
Alla fine del libro potrà venire un sorriso a tutta quella generazione che negli anni ’70 ha tenuto testa e corpo all’avanzare fisico del comunismo, in quanto lo spirito impersonale che muove questo libro narra di fatti realmente accaduti o comunque mescolati con la realtà. Personaggi senza una identità reale tranne tre uomini ai quali Maurizio Murelli dedica un cameo: Rodolfo Crovace, Umberto Vivitro e Pierluigi Pagliai. Camerati dell’autore ai quali è dedicato questo romanzo e che Murelli descrive come “soldati irregolari in una guerra irregolare di cui nessun libro di storia recherà traccia e che, da quando sono caduti, riposano nel cuore di un minutissimo manipolo di loro coetanei, oggi veterani sopravvissuti. Tra questi il mio”.

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