Terrorismo. Il centravanti dell’Anderlecht se ne va: “Bruxelles città pericolosa”

(Barbadilloit) - Non li pagano certo per fare gli eroi. Non è il ruolo adatto a un attaccante argentino che sgomita in mezzo al rettangolo verde con la maglia biancomalva dell’Anderlecht sulle spalle. Però fanno lo stesso scalpore, ‘ste dichiarazioni che Matias Suarez ha rilasciato a una tivvù spagnola: “A giugno me ne vado, ho paura per la mia famiglia”.

Suarez non è arrivato ieri a Bruxelles. Dopo un triennio al Belgrano s’è trasferito all’Anderlecht nel 2008. Da allora è sceso in campo già 170 volte, ha segnato quasi cinquanta gol, ci ha vinto quattro volte lo scudetto. Non è neppure un mingherlino, essendo un pennellone di 182 centimetri d’altezza. Però ‘sti terroristi fanno paura anche a lui, tra i beniamini del pubblico dello stadio Constant Vanden Stock. E nello spogliatoio, il sospetto di un’azione sanguinosa c’era già.

Così come ripreso dai media di mezzo mondo, Suarez ha sussurrato: “A Bruxelles c’è un quartiere dove notoriamente risiedono molti jihadisti, assieme ad altre persone coinvolti in situazioni losche, cattive. Ieri ero veramente spaventato. Il mio primo pensiero è stato quello di chiamare mia figlia, per avere sue notizie.Purtroppo, devo ammettere che parlando con mia moglie, ed anche con i miei compagni di squadra, avevamo già ipotizzato una tragedia simile, visto l’alto numero di terroristi che stanno qui in Belgio”.

Non li pagano certo per fare gli eroi, dicevamo. E nemmeno per scendere in piazza coi gessetti ad ascoltare il Bach dei pacifisti a tutti i costi. Sono uomini anche loro e hanno paura di trovarsi in mezzo a una guerra infame. Infame perchè è lotta senza onore dal momento che i terroristi se la prendono con i civili, con le vecchiette, con i bambini, con gli operai, con le impiegate, con gli studenti, con le parrucchiere, accecati dal nichilismo guercio della bestia.

Suarez, probabilmente, andrà via. E qualcuno già adesso parla di facile vittoria del terrore. È, del resto, nella ragione sociale stessa del fenomeno quella di incutere paura e panico, far scintillare il terrore nell’anima di tutti, anche dei calciatori. Però le responsabilità non possono essere certo di un calciatore che, uomo tra gli uomini, cerca la via giusta per difendere se stesso e la sua famiglia.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

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