“Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera” e il calcio icona nazionale

(Barbadilloit) - Le storie dell’allenatore ungherese Arpad Weisz — nel 1931 sulla panchina dei galletti — e del barese Raffaele Costantino, detto “il Reuccio”, e le epiche gesta del calcio tricolore, tra successi azzurri e il consolidamento del football come sport principe nell’immaginario nazionale: questi e altri aneddoti costituiscono il mosaico di “Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera” (pag. 377, euro 22), secondo volume dell’enciclopedia del calcio italiano che lo scrittore Enrico Brizzi sta curando per la casa editrice Laterza.
Il mondo del pallone nel Ventennio non era molto distante da quello attuale, segnato da interferenze politiche, scandali, invenzioni delle mascotte per ogni club, innovatori di tradizioni tattiche e campioni generosi alla Costantino, capaci di rinunciare a palcoscenici ambiziosi per tornare a vestire la maglia del Bari neo promosso in serie A. In pochi anni il calcio e i calciatori diventano eroi del proprio tempo al punto che la rivista “Il Littoriale” riportava un dialogo evocativo della popolarità che davano le scarpe con i tacchetti: “Quando un giocatore si mette a corteggiare una ragazza, la madre di costei fa la alla figliola: “Sciocca, dì di sì””.
Il racconto parte da Bologna, città di Leandro Arpinati, ras della nascente Federazione nazionale gioco calcio, nonché sodale di Mussolini anche per i trascorsi giovanili da socialista interventista. C’era da inaugurare il nuovo stadio, simile al Della Vittoria di Bari, chiamato il Littoriale (ora è il Dall’Ara). Arpinati invitò Mussolini per la gara-battesimo dei “Veltri” del Bologna. Dopo il 90’ il Duce attraversò la città felsinea in una auto scoperta e fu vittima di un attentato: un quindicenne sparò al capo del governo, ma il proiettile si conficcò nell’imbottitura interna dell’automobile. Ad arrestare il contestatore fu Carlo Alberto Pasolini, tenente dell’esercito e padre di Pier Paolo e Guido.
Nell’evoluzione di uno sport che Brizzi ben definisce con un nascente “affare di Stato” per il coinvolgimento della politica, ritornano derive che sembrano anticipare “combine” alla Andrea Masiello del Bari: è il caso dello scudetto non assegnato nel 1927 al Bologna, per lo scandalo del derby Torino-Juve. Il terzino della Vecchia Signora, Luigi Allemandi, venne corrotto da un dirigente granata con 25 mila lire (la prima trance) per far vincere i cugini. Il Toro vinse due a uno, ma il corruttore si rifiutò di pagare l’intera somma pattuita con il bianconero: i due litigarono in una pensione di Via Lagrange, dove origliò la conversazione il giornalista Renato Farminelli, che con uno scoop su “Il Tifone”, rivelò tutta l’oscura vicenda, facendo partire una inchiesta federale. Arpinati, presidente Figc, squalificò il Torino ma non premiò la seconda classificata, il Bologna, squadra della sua città, per evitare favoritismi…
Il libro di Brizzi, infine, consente di misurare la levatura nazionale del campione barese Raffaele Costantino, invitato come fuoriquota nel 1929 a disputare una tournée in Sudamerica (viaggiando sul transatlantico “Conte rosso”), in una selezione dei migliori giocatori italiani che rinforzava le rappresentative di Torino e Bologna. Costantino, ala straordinaria, fu anche protagonista della vittoria degli azzurri della Coppa Internazionale, battendo la stellare Ungheria per 5–0 (siglò una rete) a Budapest in uno stadio ammutolito, nonché siglando una doppietta al portiere Zamora in una epica sfida Italia-Spagna vinta dagli iberici per 2–3 a Bologna. Infine fu in campo in uno storico Roma-Lazio, con i giallorossi raggiunti dopo esser stati in vantaggio di tre reti, mentre sugli spalti era tutto un’estasi futurista di risse e scazzottate. Le storie del calcio italiano nel ventennio, scrive Brizzi nelle conclusioni “compongono l’affresco grandioso e terribile di un Paese, il nostro, che troppo a lungo si era fatto portare al guinzaglio e ne pativa le conseguenze (…). Eppure trovò la forza di scrollarsi di dosso le rovine e avviare la ricostruzione” trasformando il calcio in specchio e termometro “delle grandezze e delle miserie” della patria.

(rassegna stampa a cura di Mario Bocchio)

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